COME VOLEVASI DIMOSTRARE (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Aprile 2020)

Iniziamo il numero di questo mese in maniera inconsueta, riportando subito un articolo tratto da una testata di Treviso, affiancato da altro comunicato in foto tratto dal social Facebook.

Treviso, 23 Aprile 2020 ore 11:00

La presa di posizione dell’assessore regionale Donazzan sul via libera del Governo alla partecipazione degli esponenti dell’Anpi alle celebrazioni per il 25 aprile.

E la polemica è servita

Prima i dubbi e le rimostranze di Anpi, poi la precisazione del Governo e infine… Il carico da 90 dell’assessore regionale Elena Donazzan (Fratelli d’Italia), che ha suscitato il consueto vespaio di polemiche. Tema: il 25 aprile e le restrizioni imposte dal Coronavirus.

“Il Governo Conte è più partigiano dei partigiani: esiste forse un codice Ateco per l’Anpi?“, è stata la provocatoria domanda dell’assessore bassanese.

La provocazione

“Ma come? Ci impediscono di uscire di casa, di andare a lavorare, di andare a Messa o di praticare uno sport, ma alle associazioni partigiane consentono, in pieno lockdown, di partecipare alle manifestazioni del 25 aprile? Pretendo di conoscere, da cittadina e da Assessore regionale, sulla base di quali evidenze scientifiche ed epidemio-logiche il governo ha deciso di autorizzare questa deroga. Esiste forse un codice ATECO speciale per le attività dell’ANPI e dei partigiani?”, è stata la dichiarazione di Donazzan.

La vicenda

Tutto è partito da un comunicato dell’Anpi stessa in cui si esprimeva “rammarico e incredulità” per un “atto di scortesia del governo Conte”. In sostanza dall’iniziale impedimento, per i rappresentanti locali dell’associazione, nella giornata simbolo del 25 aprile, di deporre fiori e corone nei luoghi della Resistenza. “Tutto ciò è inaccettabile – ha tuonato Anpi – In ogni caso invitiamo i locali presidenti dell’ANPI o loro rappresentanti, nella misura di una sola persona, a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile». Di fronte a questo potenziale corto-circuito della Memoria però, Palazzo Chigi ha subito precisato che “la circolare inviata dalla Presidenza del Consiglio non esclude in alcun modo l’Anpi dalle celebrazioni del 25 aprile. La circolare è indirizzata alle sole autorità pubbliche e, in ragione dei provvedimenti restrittivi legati al Covid-19, intende semplicemente limitare la partecipazione delle autorità ed escludere assembramenti”. E ancora, prosegue la nota del Governo:

“Le associazioni partigiane e combattentistiche potranno quindi partecipare alle celebrazioni per il 75° anniversario della Liberazione, naturalmente in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza. Saranno date ulteriori indicazioni in tal senso ai Prefetti con la consapevolezza del valore che questo anniversario ricopre per l’Italia e dell’importanza di difendere la memoria democratica del Paese”.

Anpi soddisfatta, Donazzan meno…

“Esprimiamo soddisfazione per il chiarimento espresso dal sottosegretario Fraccaro in merito alla nostra presa di posizione. Andiamo avanti con il 25 aprile, con le celebrazioni – nel pieno rispetto dei dispositivi di sicurezza – di questa data fondativa della Repubblica, della democrazia, della convivenza civile. Dell’Italia. L’ANPI ci sarà”, ha scritto la associazione.

Un via libera che però ha “turbato” l’assessore regionale, che ha così lanciato l’ennesima provocazione.

https://primatreviso.it/cronaca/elena-donazzan-sul-25-aprile-governo-conte-piu-partigiano-dei-partigiani/

Onde evitare fraintendimenti, preciso subito che nulla mi interessa delle due persone che hanno rilasciato tali roboanti dichiarazioni… Trattasi, infatti, della solita coppia di cialtroni della destra nostrana, ovvero una meloniana facente parte dei “Fratelli d’Israele” ed un leghista fan del giudeo d’accatto Matteo Salvini.

post alessandro bargagna liberazione 25 aprile-2

Personaggi collocati fra i più squallidi antifascisti, che di tanto in tanto si divertono ad abbandonare i loro panni per fingersi fustigatori dei comunisti nostrani, al fine di incassare qualche voto in più da parte dei ritardati di mente che credono di essere Fascisti perché seguono queste due branche del Likud italico. Tanto per mostrare a tutti il calibro del leader del cosiddetto centrodestra, pubblico la farneticante dichiarazione di Salvini a proposito del 25 aprile, con tanto di ciliegina covidiota finale (un’opposizione peggiore del Governo, come mostrato anche dai vari “governatori” del centrodestra)… Giorni di sofferenza, paura, rabbia, incertezza e preoccupazione, a causa di un fanta-virus inventato dall’OMS e cavalcato da tutti gli stipendiati di questa organizzazione… Sigh!

25aprilesalvini

Ciò che mi preme sottolineare non è la personalità degli autori di certi messaggi, quanto il fatto che certi fatti sono avvenuti, grazie ad un governo infame e ad una falsa opposizione che li ha accettati senza fiatare, limitandosi a qualche dichiarazione ridicola come quelle mostrate.

Ebbene sì, alle associazioni terroristiche come l’ANPI, è stata concessa una deroga per potere partecipare a pubbliche manifestazioni di commemorazione dei loro eccidi, dei loro stupri e delle varie barbare di cui si macchiarono!

Ci hanno raccontato che una terribile pandemia ha colpito il mondo intero, che ci sono montagne di morti in ogni Nazione, che il contagio è massimo e che siamo tutti in pericolo… Quindi ci hanno rinchiusi agli arresti domiciliari senza avere commesso alcun reato, ci hanno impedito di aprire le nostre attività per non diffondere il contagio, privandoci sostanzialmente del diritto alla proprietà privata (ci sono state persone multate solo per essere entrate a controllare i loro negozi dal retro, senza aprirli al pubblico!), ci hanno additati come “untori” e negazionisti quando abbiamo osato porre dei dubbi (tipo: “Come mai questi milioni di morti non risultano in alcuna statistica?”), ci hanno inseguiti in diretta TV con droni, sbirri assortiti e giornalisti al seguito, per avere osato prendere una boccata d’aria da soli, senza possibilità di infettare, o essere infettati da nessuno… Ed ora ci dicono che le bande di assassini partigiani sono esentate dai blocchi di cui sopra e che potranno assembrarsi allegramente con tanto di benedizione governativa!

Festa-25-aprile-2019-777x437

Ora, noi sappiamo bene che questa feccia non appartiene al genere umano,e che quindi non ha alcuna possibilità di essere contagiata… Ma certamente loro non sono d’accordo con questa valutazione, e si concedono questa sorta di pausa per un solo e semplice motivo: non esiste nessun virus mortale, né nessuna pandemia… Esiste una semplice influenza che è stata presa a pretesto per eliminare le nostre libertà e limitare al minimo i nostri diritti.

BELLACIAOCi vogliono con la museruola perenne, esattamente come i detenuti di Guantanamo, ove i criminali americani cercano di annullare la volontà di quanti hanno osato opporsi al loro dominio criminale, obbligandoli ad indossare una museruola del tutto inutile per altri fini, specie considerando che si tratta di prigionieri incatenati in una base americana piena di soldati armati di tutto punto… E soprattutto situata su un’isola dalla quale sarebbe impossibile fuggire!

Francamente non capisco quanto siano idioti quelli che non si accorgono di queste cose… Ma secondo voi, immaginandosi di essere in qualunque Stato africano, se ci fosse un’epidemia di un vero virus, tipo Ebola, che quando apparve aveva un tasso di mortalità che sfiorava il 100%, e che oggi comunque si attesta su un tasso del 40% circa, sarebbe plausibile vedere le autorità locali ed il sistema sanitario dichiarare un giorno di tregua per permettere ai membro di qualche tribù di Zulù locali di festeggiare i loro eccidi del passato?

Siate seri ed usate quel poco cervello che vi resta!

Non c’è alcun pericolo, il cosiddetto virus già circolava in Italia dal 2019, e praticamente non ha fatto danni maggiori dell’influenza stagionale… Almeno fino a quando i nostri “luminari” non hanno deciso di ammazzare i pazienti con complicanze respiratorie, intubandoli ed iniettando loro aria, che ha letteralmente fatto esplodere i polmoni di questi poveracci!

Sinceramente, vedere questo popolo di coglioni che ancora blatera contro il Fascismo, sopportando silenziosamente che i mitici antifascisti li stiano privando di ogni genere di libertà e diritto, mi porta a provare un misto di schifo e pena… Sono tanto ligi alla loro stupida ed inutile Costituzione, ma non si accorgono che praticamente tutte le libertà sancite da essa, sono invece state conculcate dal Governo comunista, con il silenzioso avvallo della cosiddetta “opposizione”, che lungi dall’opporsi veramente a questi crimini, non vede l’ora di sostituirsi all’attuale maggioranza per divenire i maggiori beneficiari dei soldi distribuiti dall’OMS, dalle case farmaceutiche e dai potentati giudei che tirano le fila di tutto questo.

E dato che siamo in tema di “resistenza” e criminali vari, mi accingo a chiudere questo articolo riportando un interessante scritto di Gianfranco Stella, che lungi dall’essere Fascista, si definisce “saggista della destra cattolica”.

Ora, al di là delle infamie, degli stupri e degli eccidi partigiani, sui quali tutti potrebbero documentarsi semplicemente leggendo l’immensa mole di scritti orami presenti, a cominciare proprio da quelli di Giorgio Pisanò e finendo con quelli arrivati molto dopo alla verità, come Giampaolo Pansa, è interessante il contributo che riporterò a seguire, perché parla della prosecuzione delle infamie rosse anche dopo la fine della guerra.

Spesso quando si parla dei crimini partigiani, qualcuno cerca di giustificarsi parlando di ritorsioni a presunti (e mai esistiti) crimini Fascisti.

Leggere, quindi, chi erano i tanto osannati partigiani e come continuarono a delinquere dopo la fine della guerra, interessandosi non più alla dittatura del proletariato, ma più modestamente a chi aveva un portafoglio in tasca, o un orologio, aiuta molto nella comprensione.

Ricordiamo  che questi scarafaggi con sembianze umane, per giustificare le loro peggiori porcate, riuscirono persino ad inventarsi, a proposito degli omicidi degli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (trucidata mentre era incinta), come dimostrato persino dalla storiografia ufficiale, delle accuse ridicole che volevano i due attori essere dei “torturatori”:

25aprileBarbari

“Luisa Ferida venne trucidata a Milano, insieme al marito l’attore Osvaldo Valenti, dai partigiani nella notte del 30 aprile del 1945 per una falsa accusa.

Quando Pertini Alessandro, detto Sandro, veniva propagandato come il presidente più amato dagli italiani, quasi nessuno sapeva che costui fece fucilare, a guerra finita, la bella e brava attrice Luisa Ferida, incinta con un pancione di 8 mesi. Insieme a lei venne fucilato anche il marito, l’attore Osvaldo Valenti. Prima di ammazzarla qualcuno obiettò che la Ferida era incinta e prossima al parto ma il partigiano Pertini, lo stesso che fu salvato da Mussolini, allora sentenziò: “Ammazzare un fascista non è reato”. Che dire?  Una scarica di colpi si abbatté sulla Ferida e sul figlioletto che portava in grembo.

Luisa Ferida, nome d’arte di Luigia Manfrini Farné (Castel San Pietro Terme, 18 marzo 1914 – Milano, 30 aprile 1945), è stata un’attrice italiana. Fu una delle più note e capaci attrici del cinema italiano nel decennio 1935-1945. Venne fucilata dai partigiani, assieme al marito, l’attore Osvaldo Valenti, perché accusata di collaborazionismo con i nazionalsocialisti, principalmente per la partecipazione ai crimini di guerra e alle torture della cosiddetta “banda Koch”, accusa della quale era in realtà innocente, come fu riconosciuto nel dopoguerra”.

https://www.appiapolis.it/2020/05/15/luisa-ferida-vittima-della-cattiveria-e-della-rabbia/

Come vedete, criminalità e bestialità insite nell’animo dei partigiani e di tutti quelli che, a vario titolo, pretendono ancora di celebrarli!

Tornando allo Stella, ha scritto, fra i vari saggi, anche i libri  “I grandi killer della liberazione“ (2015) e “Compagno mitra” (2018), opere che gli hanno attirato l’odio e gli strali sia dei macellai partigiani, sia dei compagni in toga, sempre pronti a processarlo per delitto di lesa Maestà!

“Nel corso di un incontro pubblico aveva definito il defunto padre “boia di Codevigo” e aveva chiamato lui “cialtrone”. Inoltre in un libro, aveva insinuato una sua assunzione nella Regione Emilia-Romagna dovuta al fatto che lui era figlio di un partigiano. Frasi per le quali Carlo Boldrini, figlio di Arrigo Boldrini, alias comandante “Bulow”, defunto parlamentare del Pci e membro della Costituente, ha ottenuto dal giudice civile del Tribunale di Ravenna che lo scrittore e storico ravennate Gianfranco Stella lo risarcisca con 15 mila euro (la richiesta era stata di 22 mila) oltre le spese di lite per il “carattere diffamatorio” delle frasi pronunciate. La vicenda si era innescata la sera del 15 febbraio 2015 quando in un locale del centro di Ravenna, Stella aveva menzionato Carlo Boldrini, peraltro non presente, facendo riferimento a quanto accaduto a Codevigo, località del Padovano dove nella primavera del 1945, subito dopo la guerra, furono uccise in maniera sommaria oltre cento persone tra civili e soldati della Gnr già disarmati, molti dei quali ravennati di ritorno in Romagna dal nord. Il giudice Alessia Vicini – secondo quanto precisato in una nota dallo stesso Boldrini – ha in buona sostanza stabilito che per la frase “boia di Codevigo”, si trattava di “dichiarazione scorretta e offensiva” tanto più che non era stata fornita da Stella “nessuna prova a riguardo”. Di “valenza offensiva” pure l’epiteto pronunciato in pubblico di “cialtrone”. Così come quanto riportato su un libro (“I grandi killer della liberazione”) circa l’eventuale assunzione privilegiata da “raccomandato in una Amministrazione rossa”, tanto più che durante l’istruttoria un responsabile amministrativo regionale aveva smentito “l’esistenza di rapporti di lavoro tra la Regione.”

https://www.teleromagna24.it/cronaca/ravenna-lo-scrittore-gianfranco-stella-condannato-a-risarcire-figlio-del-capo-partigiano-bulow/2017/04

Capito che tipo di giustizia abbiamo in Italia? Se tocchi uno di loro, l’epiteto “boia”, o quello di “cialtrone”, valgono migliaia di euro… Io, che sono solo un pezzente Fascista nel corso degli anni ho presentato decine e decine di querele contro gente che mi ha diffamato per ogni dove, ma tutto rientrava del diritto di critica politica!

E pensare che ci sono fior di coglioni che hanno cominciato a capire come funziona la Magistratura solo dopo il caso Palamara!

Chiudo l’argomento lasciandovi alla lettura dell’articolo già annunciato.

Carlo Gariglio

********

 IL BANDITISMO PARTIGIANO

All’indomani del 25 aprile l’Italia settentrionale fu pervasa da una singolare e paurosa ondata di criminalità.

Non ne era responsabile il residuo fascista, come si voleva far credere, ma ex partigiani comunisti i quali, favoriti dall’enorme disponibilità di armi, ritenevano di potersi rivalere sugli sconfitti privandoli dei loro averi secondo una disinvolta interpretazione della lotta di classe.

Durante la resistenza molti partigiani erano riusciti ad arricchirsi con estorsioni e rapine, altri tentarono durante la transizione dei poteri, sfruttando le carenze dell’apparato statale e la compiacenza della polizia partigiana.

Questi ex partigiani confidavano in ciò che era stato loro promesso dai commissari politici, ovvero l’arruolamento nella polizia o nell’Esercito Democratico Italiano o in qualche ufficio pubblico.

La consapevolezza che questo, per ovvie ragioni, non sarebbe avvenuto fu causa in buona parte della loro ribellione.

Era la faccia del proletariato che si faceva bandito.

La questione della delinquenza partigiana del dopoguerra è riportata in centinaia di documenti di prefettura e dell’arma dei carabinieri, ma anche dalla memorialistica.

Nell’estate del ’45 l’ex commissario politico “Ugo”, al secolo Amerigo Clocchiatti, all’epoca a Padova quale primo dirigente politico del Veneto, era scampato a un’aggressione notturna lungo la strada per Piove di sacco.

“Per contrastare la piaga del banditismo – scriverà nelle sue memorie – si riunivano in prefettura i rappresentanti dei partiti. Io proposi di armare giovani ex partigiani e raccontai la mia brutta esperienza notturna. Un vecchio comandante mi guardò e mi disse:

“Ugo, se i te ferma, tira fora la tessera del partito. Xe i nostri che fa quei colpi!”

Nella notte tra il 9 e il 10 giugno del ’45 due ex partigiani irruppero nella canonica di Mocogno, nell’Appennino modenese, per rapinare il parroco don Giovanni Guicciardi. La rapina si concluse con la morte del prete.

Quattro giorni dopo uno degli assassini, certo Garibaldino Biagioli, fu ucciso in uno scontro con i carabinieri. Aveva indosso la maglia del prete.

A Padova l’ex partigiano comunista Rubino Bonora durante una rapina sparò a un orefice uccidendolo.

La notte di domenica 12 agosto del ’45 quattro ex partigiani tentarono la rapina alla villa flores di Bossico, sulle alture di Lovere.

Dalla villa partirono colpi di fucile da caccia e la mattina dopo accanto al cancello giaceva il cadavere di un uomo in camicia nera: aveva il torace squarciato e un foro di proiettile alla tempia.

Si gridò al residuo fascista ma si scoprì che si trattava di un ex partigiano, Osvaldo Zerbo “Aldo” della 35a brigata comunista di Lovere.

Un suo complice, ferito nella notte, morì tra atroci sofferenze per setticemia. Si chiamava Luigi Manera “Castigo” (FOTO) ed era stato protagonista di uno dei più atroci episodi della resistenza italiana: l’uccisione di due fascisti gravemente feriti ai femori, ricoverati all’ospedale di Lovere e così, in trazione ossea, prelevati di notte sotto gli occhio dei congiunti e gettati nel lago vicino.

Immagine1

Il 22 febbraio del ’46 il vicequestore della liberazione di Bergamo, l’ex partigiano Giulio Duccoli, con una decina di compagni mise a segno una clamorosa rapina. Tese l’agguato al cassiere della Società Caproni di Ponte San Pietro che con la scorta era andato a prelevare dalla banca Provinciale Lombarda settemilioni in contanti.

Il fenomeno del banditismo partigiano perdurò poco più di un anno, dal maggio del ’45 alle elezioni del ’46.

Nel ’47 tremila ex partigiani erano in carcere.

Nel ’51 novantaduemila istruttorie erano a carico di partigiani accusati di omicidio, stupro, rapina e furto.

Fu paradossale che i fascisti vinti fossero in libertà e i i vincitori, i partigiani, in prigione.

Nel ’51 l’ex comandante democristiano “Claudio”, al secolo Ermanno Gorrieri, scriveva “Mai il nome di partigiano era caduto così in basso. Il nome di partigiano è diventato sinonimo di delinquente. Ci si deve vergognare di essere stati partigiani”.

Nel ’52 il ministero della Pubblica Istruzione diramò ai provveditorati che al 25 aprile si dovessero festeggiare i natali di Guglielmo Marconi.

Nel ’53 si pensò alla Camera di  abolire la festa del 25 aprile.

Gli anni del cosiddetto boom economico, la diffusione di notizie giornalistiche sui processi a partigiani, l’emergere di racconti atroci avevano sospinto il mito della resistenza in un recesso storico difficilmente recuperabile.

Accadde invece che con tuffi carpiati e avvitamento il PCI riuscisse a cambiare la direzione del vento, specialmente dagli anni sessanta con l’egemonia della cultura e un’imponente pubblicistica settaria, tesa a ripristinare la presunta moralità della resistenza marxista.

Gianfranco Stella

vili2

 

IL REVISIONISTA PRIMO LEVI (II PARTE) – (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Gennaio 2020)

(SEGUE DAL NUMERO PRECEDENTE)

ARRIVANO I LIBERATORI

Il 18/01/1945 le SS, sotto l’incalzare dell’armata russa, che aveva già occupato Cracovia, 50 Km ad est di Auschwitz e 43 da Monowitz, avevano abbandonato il campo in fretta ma ordinatamente, dopo avere fatto distribuire l’ultimo rancio quotidiano, un’ulteriore razione di pane e senza gasare, o fucilare i loro prigionieri, neanche gli ebrei che non potevano trasferire per le loro condizioni di salute.

All’alba del 21 la fuga dei tedeschi nei pressi del campo era completamente finita ed anche i civili polacchi erano scomparsi. Era logico attendersi che le sofferenze dei prigionieri fossero finite.

rimpatriata

Invece no! Nel campo e nei dintorni i tedeschi non c’erano più, ed i prigionieri che sotto la direzione delle SS avevano il medico, il dentista, il barbiere, il diritto a 40 giorni di quarantena in caso di malattia contagiosa, ed il rancio, ora, sotto la direzione dei Comitati clandestini,  erano liberi solo di morire di fame, di freddo e di stenti, mentre i liberatori non arrivavano e si facevano sentire solo bombardando il campo per accelerarne lo sfacelo.

Eppure certamente i russi sapevano che tutti i tedeschi, anche quelli disarmati, erano fuggiti, perché già dal 22 avevano occupato la cittadina di Auschwitz; anche se le loro pattuglie non fossero arrivate al campo, i partigiani polacchi, o i civili polacchi che lo avevano abbandonato entro il 21 (Pag. 205), o le radio della direzione clandestina, o la ricognizione aerea dovevano averli informati.

La prova che qualche pattuglia russa, o di partigiani polacchi fosse arrivata al campo almeno il 22 ce la fornisce lo stesso Levi, quando scrive che “alcune SS forse disperse, ma armate”, erano penetrate nel campo ed avevano ucciso, “metodicamente, con un colpo alla nuca”, tutti i 18 francesi che si erano stabiliti nel refettorio delle SS,  “allineando poi i corpi contorti sulla neve della strada” (Pag. 209).

Naturalmente i prigionieri che attendevano i russi come liberatori hanno pensato ai loro carcerieri, ma noi possiamo esaminare criticamente la notizia. Ricordiamo che le SS avevano abbandonato il campo già da quattro giorni e gli ultimi tedeschi erano stati visti fuggire verso occidente dal giorno prima; era improbabile il sopraggiungere di altri tedeschi, in una zona ormai occupata dalle truppe nemiche. Anche se dei tedeschi sbandati ed armati avessero incontrato i francesi, al massimo li avrebbero posti in fuga, probabilmente senza sparare, per evitare di richiamare l’attenzione di qualche pattuglia nemica. Non avevano nessun motivo di uccidere sistematicamente tutti con un colpo alla nuca, il classico modo di esecuzione dei russi, ed ancora meno di allinearli sulla strada, pronti per le fotografie dei liberatori, perdendo tempo prezioso per la loro salvezza.

Inoltre, se i corpi erano “contorti”, evidentemente erano stati trasportati ed allineati solo dopo che era sopravvenuta la rigidità, perché se fossero stati trascinati subito dopo l’uccisione, sarebbero rimasti distesi e non “ontorti”. I tedeschi cioè, invece di mettersi in salvo, avrebbero prima perso del tempo ad uccidere i francesi, inutilmente, poi ad attenderne la rigidità cadaverica, ed infine a trascinarli ed allinearli sulla neve.

SHOA

Assurdo. Ci si può credere solo ricorrendo al “Credo quia absurdum”.

L’unica spiegazione logica è che i francesi fossero incappati in una pattuglia di militari russi, o in una banda di partigiani polacchi, i quali, non volendo lasciare testimoni della loro presenza, li avevano eliminati, mentre per i tedeschi il fatto di essere visti non aveva alcuna importanza.

LA TREGUA

Primo Levi ci fornisce qualche ulteriore notizia nel suo libro “La tregua”, dove racconta le sue peripezie dopo l’arrivo dei russi ad Auschwitz; è il seguito di “Se questo è un uomo”, ma è stato scritto nel 1962. In numeri tra parentesi indicano le pagine delle citazioni (5).

Ora Levi ha scritto che “tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a sé stessi (Pag. 9); prima aveva scritto che la quasi totalità “erano scomparsi durante la marcia di evacuazione”. Quindi Levi ci conferma che non erano stati inviati nelle camere a gas.

Levi aggiunge che l’intenzione tedesca era “di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo, ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi… A prendere la foga (Pag. 9), ma ora trascura il fatto che, secondo il suo stesso diario, i tedeschi avevano sgomberato il campo il 18 gennaio, ordinatamente e metodicamente, e che il campo era stato bombardato solo la notte successiva.

Se i tedeschi ne avessero avuto l’ordine e l’intenzione, avrebbero avuto tutto il tempo di uccidere gli 800 malati; ci sarebbero voluti solo pochi minuti per uccidere 800 malati riuniti nelle infermerie, prima o dopo il bombardamento.

Inoltre, poiché l’avanzata russa era effettivamente molto rapida, tanto da costringere i tedeschi a sgomberare il campo rapidamente, non si spiega perché i russi abbiano ritardato di 10 giorni l’effettiva occupazione del Lager di Monowitz, avvenuta solo il 28 gennaio.

Nell’infermeria del Lager di Buna – Monowitz erano rimasti in 800. “Di questi circa 500 morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri 200, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi” (Pag. 9). Quindi questi 700 morti sono da addebitare al ritardo nei soccorsi.

Pochi giorni dopo i russi radunarono tutti i superstiti in un “campo grande” di Auschwitz, dove era stato accolto anche un bambino che non sapeva parlare, di cui nessuno sapeva nulla, “Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato ad Auschwitz e non aveva mai visto un albero… IL cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato con il tatuaggio di Auschwitz”,  e che morì ai primi di marzo.

Non era il solo bambino. “Ce n’erano altri, in condizioni di salute relativamente buone: avevano costituito un loro piccolo club… Il più autorevole membro del clan non aveva più di 5 anni, e si chiamava Peter Pavel… Era un bel bambino biondo e robusto, dal visto intelligente ed impassibile” (Pag. 26).

Quindi Levi ci conferma che ad Auschwitz c’erano anche dei bambini, tatuati come gli altri internati, che non erano stati inviati nelle camere a gas con le loro madri, e che rientravano nel numero complessivo degli internati, anche se non erano utili come forza lavoro e dovevano essere sfamati.

Poiché Levi era stato internato nel Lager ai primi di marzo 1944, col n° 174.517, il numero complessivo degli internati, bambini compresi, non deve avere superato i 250.000, mentre gli storici ufficiali affermano che ad Auschwitz so0no stati inviati nelle camere a gas 4 milioni di deportati, fra cui tutti i bambini.

1906

Durante il viaggio di rimpatrio, il 15 ottobre, il treno di Levi era passato per Monaco di Baviera, “fra il popolo dei Signori: ma gli uomini erano pochi, molti mutilati, molti vestiti di stracci come noi. Mi sembrava che ognuno avrebbe dovuto… Ascoltare con umiltà il nostro racconto. Ma nessuno accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti, asserragliati fra le loro rovine come in un fortilizio di sconoscenza voluta, ancora forti, ancora capaci di odio e di disprezzo, ancora prigionieri dell’antico nodo di superbia e di colpa”.

Queste parole di Levi, cariche d’odio verso i sopravvissuti all’olocausto tedesco, ci fanno tornare alla memoria il giudizio espresso dal generale Patton dopo la guerra, e cioè che quello tedesco era l’unico popolo decente d’Europa.

Levi dimostra invece una marcata simpatia per i russi: “Era agevole ravvisare in loro, in ciascuno di quei visi rudi e aperti, i buoni soldati dell’Armata Rossa, gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in pace ed atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall’amore reciproco e dall’amore di Patria; una disciplina più forte, appunto, perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei tedeschi. Era agevole intendere, vivendo fra loro, perché quella e non questa avesse alla fine prevalso” (Pag. 122).

Questi giudizi non meritano commenti.

Quindi Levi, così attento ed acuto nello studiare e giudicare i suoi compagni di prigionia e di viaggio, in “La Tregua” non solo si dimostra nemico dei tedeschi, come è logico per un ebreo, ma “chiuso in un fortilizio di sconoscenza voluta”, per usare le sue stesse parole.

Il 19 ottobre Levi giunge a Torino: “La casa era in piedi, tutti i familiari vivi… Gli amici pieni di vita” (Pag. 154). I tedeschi avevano giustamente risparmiato i familiari di Levi.

Quante famiglie tedesche hanno potuto ritrovare i familiari vivi, le case intatte? Forse nessuna. Il loro massacro dopo i bombardamenti a tappeto delle loro città, è continuato anche dopo la fine della guerra.

CONCLUSIONI

Ma che facevano i Comitati clandestini, i “Prominenti”, che almeno in parte dovevano essere rimasti nel Lager, tanto più che spesso era partito solo chi voleva partire? Dalle pagine del Levi risulta che non si facevano né vedere, né sentire, e certo non dormivano, visto che un mese prima erano riusciti a fare saltare un crematorio di Birkenau (Pag. 187), ed anzi, secondo il Kalendarium di Auschwitz – Birkenau, il 26/01/46 era stato fatto saltare il Crematorio V, e non certo ad opera delle SS (6).

6MILIONI

Come mai non si mettevano in contatto radio con i russi o con gli alleati, ora che avevano completa libertà d’azione? Non può esserci alcun dubbio che l’avessero fatto, ma probabilmente avevano avuto disposizione di tacere e di collaborare alla costruzione delle atrocità naziste.

La conclusione che si può trarre dal libri del Levi è quindi una sola, e cioè che il degrado dei Lager si è verificato solo dopo il loro abbandono da parte delle SS, sotto la regia ed il controllo dei liberatori, e che i russi ne abbiano deliberatamente ritardato la liberazione, in attesa del loro completo sfacelo, per entrarvi solo dopo il 27, dopo 9 giorni di completo abbandono, con cineprese e macchine fotografiche.

Sarebbe interessante poter ricostruire, in un film – documento, come i liberatori seguivano dall’esterno lo stato di degrado del campo e la consistenza dei cumuli di cadaveri, come era organizzato lo scambio di informazioni con il Comitato clandestino all’interno del campo, come programma-vano gli interventi e le atrocità da costruire, come sceglievano il momento più opportuno per “liberare” il Lager.

Primo Levi è morto suicida nel 1987, senza apparenti motivi. Il suo suicidio ha suscitato scalpore per la sua notorietà internazionale, e qualche psichiatra ha sostenuto che il Levi poteva essere salvato indagando sulla causa dei suoi conflitti.

1941

Come abbiamo visto il Levi non ha tratto le conseguenze logiche dei fatti avvenuti nei Lager durante gli ultimi giorni della sua prigionia, eppure gli argomenti che abbiamo discusso, e che lui non può avere ignorato, devono avere pesato sulla sua coscienza. Forse il Levi, dopo il ritorno dalla prigionia e per tutta la vita, è stato lacerato fra il dovere, come uomo, di gridare al mondo tutta la verità, ed il suo dovere, come ebreo, di tacerla nell’interesse del popolo d’Israele.

Mentre il mancato soccorso delle truppe russe agli insorti di Varsavia nel settembre – ottobre del 1944 è stato criticato dagli occidentali, nessuna critica è stata rivolta ai russi, o meglio, ai sovietici, per la ritardata occupazione del Lager di Auschwitz. Ciò può essere spiegato solo con un preventivo accordo, o almeno un tacito consenso, con scambio di cortesie dello stesso tipo. Non ci sono altre spiegazioni logiche ed attendibili. Queste infamie devono essere attribuite a tutti i capi responsabili della coalizione antitedesca.

Franco Deana

NOTE

  1. Primo Levi – Se questo è un uomo – Editore Einaudi – Ristampa del 01/09/84
  2. Pro e contro Hitler – Dossier Mondadori – 1972, pag. 89
  3. William Schirer – Storia del III Reich – Einaudi Editore – 1962, pag. 298
  4. Rudolf Hoss – Comandante ad Auschwitz – Einaudi Editore, pag. XIII
  5. Primo Levi – La Tregua – Einaudi Nuovi Coralli – 1971
  6. Danta Czech – Kalendarium der Ersignisse in Konzatrations lager Auschwitz – Birkenau 1939 – 1945 – Rowohlt – Edizione 1989 – Pag. 990.

********************

Appendice.

Dato l’argomento, ho deciso di pubblicare a seguire una delle tante interviste sconosciute del compianto Prof. Robert Faurisson. Ovviamente, l’intervista è stata pubblicata da un giornale algerino, mentre la “civile” Europa incarcera ed aggredisce i ricercatori storici….

Carlo Gariglio

****************

PER NON DIMENTICARE…

Intervista concessa, in esclusiva, dal professor Robert Faurisson al grande quotidiano arabofono algerino Echorouk (Aurora). Versione italiana.

«L’Olocausto» è una menzogna storica. Proprio all’apogeo del massacro sionista di cui è vittima il popolo palestinese a Gaza, il professor Robert Faurisson riafferma che nel corso della seconda guerra mondiale non c’è mai stato un genocidio degli ebrei e che i nazisti, all’epoca di Hitler, non hanno mai perpetrato ciò che oggi viene chiamato «l’Olocausto». Dopo che egli ha pubblicamente espresso queste convinzioni, la lobby ebraica non ha smesso di aggredirlo e di perseguitarlo per le sue ricerche storiche e per le sue opinioni. Io l’ho incontrato per la prima volta poco più di due anni fa, alla conferenza internazionale su «l’Olocausto» che si teneva allora a Teheran. Da allora ho avuto con lui parecchi incontri e scambi di corrispondenza. Con la guerra d’Israele contro Gaza, il professor Robert Faurisson si è nuovamente opposto, mettendosi di fronte agli ebrei, divulgandone ed esponendone le ambizioni e la viltà. Io gli ho chiesto di accordare un’intervista ad Echorouk, cosa che lui ha accettato volentieri. Nella sua lettura della situazione, il professor Faurisson prevede, a lungo termine, la sconfitta degli ebrei nella loro occupazione della Palestina; questi ebrei conosceranno la sorte comune a tutti gli invasori.

Intervista realizzata da Mourad Ouabass

Robert Faurisson, chi è Lei?

Sto per avere 80 anni. Sono nato vicino a Londra, nel 1929, da padre francese e madre scozzese. Sono sia suddito britannico che cittadino francese. Sono stato professore d’università. Ho insegnato alla Sorbona e in una università di Lione. Possiedo l’agrégation di lettere (francese, latino, greco) e il dottorato in lettere e scienze umanistiche (il che comprende la storia). Le mie due specializzazioni sono state, da un lato, la «letteratura francese moderna e contemporanea» e, dall’altro, la «critica dei testi e documenti (letteratura, storia, media)». Mi sono interessato specialmente alla propaganda di guerra durante la Seconda guerra mondiale.

Può mettere il lettore algerino al corrente delle vostre ricerche, le quali hanno lo scopo di rivedere la storia di ciò che al giorno d’oggi viene chiamato «l’Olocausto» degli ebrei?

Al processo di Norimberga (1945-1946), il tribunale dei vincitori ha segnatamente accusato la Germania vinta:

1) d’aver ordinato e pianificato lo sterminio fisico degli ebrei d’Europa;

2) d’avere a questo scopo, messo a punto ed utilizzato delle armi di distruzione di massa chiamate, in particolare, «camere a gas»;

3) d’avere, essenzialmente con queste armi, ma anche con altri mezzi, provocato la morte di sei milioni di ebrei.

Come ha riesaminato queste accuse?

In appoggio a questa triplice accusa, ripresa per più di sessant’anni dall’insieme dei grandi mezzi di comunicazione di massa occidentali, nessuno ha potuto produrre alcuna prova che resista alla verifica. Sono quindi giunto alla seguente conclusione: Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria i cui principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il sionismo internazionale e le cui principali vittime sono il popolo tedesco, ma non i suoi dirigenti, e l’intero popolo palestinese.

Quali sono stati, sulla Sua vita personale, gli effetti di queste conclusioni delle Sue ricerche storiche, che offendono la credenza pubblica in ciò che si chiama «l’Olocausto»?

La mia vita è diventata un inferno dal giorno in cui, nel luglio 1974, sono stato segnalato dal giornale israeliano Yedioth Aharonoth. Dal 1974 ad oggi, ho subito dieci aggressioni fisiche, ho avuto innumerevoli processi e condanne ed ho finito per venire privato del diritto di insegnare all’università. In Francia, per far tacere i «revisionisti» che noi siamo, la lobby ebraica ha ottenuto il voto di una legge speciale, la legge Fabius – Gayssot del 13 luglio 1990, ricalcata su una legge israeliana del luglio 1986. Laurent Fabius è un deputato socialista, ricchissimo ed ebreo, mentre Jean – Claude Gayssot è un deputato comunista. La legge Fabius – Gayssot prevede fino ad un anno di prigione, 45.000 € d’ammenda e ancora altre punizioni per coloro che «contestano» il preteso «Olocausto». In quasi tutto il mondo occidentale, con o senza legge speciale, il revisionismo viene severamente sanzionato. Un certo numero dei miei colleghi o amici revisionisti sono stati o sono attualmente in prigione, per lunghi anni, specialmente in Germania e in Austria, paesi con i quali nessun [vero] trattato di pace è stato ancora firmato dal 1945 e i cui governi restano sottomessi alla volontà dei vincitori della Seconda guerra mondiale.

faurisson-aggredito

«L’Olocausto» è diventato un tabù mondiale?

Nel mondo occidentale, si ha il diritto di contestare tutte le religioni salvo la religione de «l’Olocausto». Ci si può burlare di Dio, di Gesù, di Maometto ma non di quello che Simon Wiesenthal, Elie Wiesel e Simone Veil hanno raccontato sul preteso genocidio o le pretese camere a gas. Auschwitz è diventato un luogo sacro. Vi si organizzano dei pellegrinaggi. Vi si vedono delle pretese reliquie di pretesi gassati: delle scarpe, degli occhiali, dei capelli e dei bidoni dell’insetticida Zyklon B che viene presentato come il prodotto che è servito ad accoppare gli ebrei, mentre veniva adoperato per la disinfezione dei vestiti o dei locali nei campi falcidiati dalle epidemie di tifo petecchiale. Ci raccontano che i Tedeschi cercavano «la soluzione finale della questione ebraica» in Europa e che questa formula nascondeva, sembrerebbe, la loro volontà di sterminare gli ebrei. Questo è falso. Non bisogna barare.

I Tedeschi cercavano in realtà «una soluzione finale TERRITORIALE della questione ebraica».

Essi volevano espellere gli ebrei verso un territorio che fosse per loro appropriato. È esatto che prima della guerra, essi hanno per un certo tempo, pensato che questo territorio potesse situarsi in Palestina ma, molto velocemente, hanno considerato che questa soluzione sarebbe stata impossibile, e che bisognava scartarla per riguardo verso « il nobile e valoroso popolo arabo»

(Sic! Io garantisco l’autenticità di queste parole).

Cos’è accaduto, alla fine dei conti?

Desiderosi, durante la guerra, di neutralizzare gli ebrei, i Tedeschi ne hanno messo un certo numero nei campi di concentramento o di lavoro in attesa che il conflitto finisse. Essi hanno rimandato al dopoguerra la soluzione definitiva. Durante la guerra e fino agli ultimi mesi della stessa, hanno detto agli Alleati: « Voi ammirate gli ebrei? Prendeteli. Noi siamo pronti ad inviarvi quanti ebrei europei vorrete ma ad una espressa condizione: ed è che questi ebrei resteranno in Gran Bretagna fino alla fine del conflitto; essi non devono con nessun pretesto andare in Palestina; il popolo palestinese ha già talmente sofferto a causa degli ebrei che sarebbe una ‘indecenza’ (sic) accrescerne il martirio.»

Ecco che mi spingo a chiederLe la Sua opinione sul massacro che ha luogo attualmente a Gaza.

Oggi più che mai, il popolo palestinese subisce un calvario. L’esercito israeliano, dopo avere inflitto a questo popolo l’operazione «Uva dell’ira», poi l’operazione «Baluardo a Jenin», seguita dall’operazione «Arcobaleno» e dalla operazione «Giorno di penitenza», infligge loro attualmente l’operazione «Piombo fuso». Invano! Invano perché, a mio avviso, lo Stato d’Israele non vivrà nemmeno il tempo che è durato il Regno Franco di Gerusalemme, vale a dire 89 anni. La maggior parte degli ebrei lascerà queste terre con lo stesso panico con cui i coloni francesi hanno lasciato Algeri nel 1962 o con cui l’Esercito americano ha abbandonato Saigon nel 1975.

La Palestina ridiventerà un paese libero, in cui musulmani, cristiani, ebrei ed altri potranno coabitare. Almeno questo è il voto che io formulo, io che, dopo 34 anni, vengo trattato in Francia come una sorta di Palestinese.

Io l’ho detto l’11 e il 12 dicembre 2006, al momento della conferenza su «l’Olocausto» organizzata a Teheran sotto l’egida del presidente Ahmadinejad: noi abbiamo tutti i mezzi per dare aiuto alla liberazione della Palestina. Questo mezzo consiste nel far conoscere al mondo intero le conclusioni della ricerca revisionista. Bisogna togliere ogni credito a questo preteso «Olocausto» diventato l’arma numero uno del sionismo e dello Stato d’Israele; questa menzogna è la spada e lo scudo di questo Stato.

Sarebbe assurdo cercare di difendersi contro l’armamento militare degli Israeliani risparmiando l’arma numero uno della loro propaganda nel mondo intero.

Ho recentemente appreso che un altro processo La minaccia prossimamente perché Lei persiste a contestare – il che è in Francia proibito per legge – la realtà de « l’Olocausto » degli ebrei. Quando cesseranno i Suoi problemi con i tribunali, dato che sta per raggiungere l’età di 80 anni?

Vi annuncio che al mio prossimo processo, di cui non conosco ancora la data, dichiarerò questo ai miei tre giudici della XVII camera del tribunale correzionale di Parigi (2 e 4, Boulevard du Palais, 75001 Parigi):

«Chiunque si autorizza ad affermare che le pretese camere a gas naziste ed il preteso genocidio degli ebrei siano state una realtà storica si trova, che lo voglia o meno, a dare il proprio avallo ed una spaventosa menzogna che è diventata l’arma numero uno della propaganda di guerra dello Stato d’Israele, uno stato colonialista, razzista ed imperialista. Chi ha la disinvoltura di garantire il mito de l’Olocausto si osservi le mani! Le sue mani sono rosse del sangue dei bambini palestinesi!»

***************

La prima intervista con il professor Faurisson è stata pubblica su Echorouk il 27 dicembre 2006.

(Fonte: www.radioislam.org)

 

IL REVISIONISTA PRIMO LEVI – I PARTE (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Dicembre 2019)

Da tempo cercavo di recuperare i documenti che utilizzo in questo articolo, pubblicati in varie puntate nel lontano 1994 dal mensile “Sentinella d’Italia”, diretto dal compianto Camerata di Monfalcone Antonio Guerin, a cura dell’articolista Franco  Deana, che non ho mai più sentito nominare da allora, ma che merita comunque una menzione per il suo lavoro di ricerca a proposito delle menzogne spacciate da Primo Levi come “memorie e testimonianze”.

Già, perché noi amanti della vera Storia, che non può che essere revisionista, molto spesso ci concentriamo sulla lettura delle opere dei miti del revisionismo, tipo Rassinier, Faurisson, Irving, Leuchter, Graf, Ahmed Rami, Vincent Reynouard, Carlo Mattogno… Molti di questi autori, che la stragrande maggioranza dei cerebrolesi sostenitori del mito dell’olocausto non hanno mai neppure sentito nominare (poi gli ignoranti saremmo noi, ovviamente!), ha pagato il desiderio di libera ricerca storica con le aggressioni, le ospedalizzazioni, il carcere ed infine l’esilio in terre lontane e meno prone al volere giudaico, che è riuscito a fare approvare leggi liberticide contro chi osa dubitare del cosiddetto olocausto, a prescindere dalle prove, in molte nazioni europee e non.

Ma senza scomodare gli studiosi di cui sopra, ad un lettore attento, critico e non disposto a leggere i documenti con il paraocchi giudaico, bastano gli scritti dei cosiddetti “testimoni oculari”, le loro contraddizioni, le fantasie più ardite e le menzogne più spudorate che hanno scritto, per comprendere come tutta la storiografia sull’olocausto non sia altro che una favola.

Ho letto “testimonianze” di chi sostiene di essere scampato ad una gasazione… Fuggendo dalle finestre della camera a gas, lasciate aperte! Quindi dovremmo credere che le camere a gas avessero delle finestre, e che queste venissero lasciate aperte durante le gasazioni! Forse per uccidere anche qualche centinaio di soldati all’esterno della “camera a gas”?

Per non parlare dei sedicenti testimoni oculari di assurdità logiche, tipo le fosse “fiammeggianti” di Wiesel, o il numero incredibile di campi di “sterminio” ai quali sarebbe scampato Wiesenthal… Giusto a titolo esemplificativo, a questo link potrete leggere l’ennesima fanta – testimonianza di una presunta scampata, che sarebbe ancora viva perché rimasta incastrata della porta della camera a gas… E naturalmente non più gasata successivamente!

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/cos-sono-uscita-viva-dalla-camera-a-gas_200906050702239770000

Del resto, tutta la narrativa olocaustica è semplicemente ridicola… Sarebbero morti sei milioni di ebrei in Europa, ovvero il numero totale degli ebrei presenti nel continente, stando al censimento pubblicato nel 1938 dal World Almanach… Censimento che valutava la popolazione mondiale ebraica in poco più di 15 milioni di persone… Stranamente lo stesso numero che risulta da censimenti fatti dopo la guerra!

44219180_283754669133544_3703330177971912704_n

Ciò nonostante, incuranti del ridicolo, esistono “giornalisti” disposti a giurare che i morti ebrei nella II Guerra Mondiale furono 15 – 20 milioni, cioè un numero notevolmente superiore a quello di tutti gli ebrei presenti allora nel mondo! Chissà se tutti gli ebrei a tutt’oggi vivi ed attivi sono stati ricreati in provetta, o sono stati creati nuovamente da quel Dio che li avrebbe nominati “popolo eletto”!

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/olocausto-studio-choc-rivela-uccisi-15-20-milioni-ebrei-892608.html

Altro mistero della Storia ufficiale è la totale incuranza dei vari documenti ebraici che denunciano, o paventano, un olocausto di sei milioni di ebrei fin dal lontano 1915! Nessuno storico ha mai fornito una spiegazione logica a questi fenomeni di “preveggenza”, né si è mai chiesto per quale motivo si sia sempre parlato di “olocausto” e di “sei milioni di vittime”…

http://antimassoneria.altervista.org/incredibile-gli-altri-olocausti-ebraici-poco-noti-che-mieterono-6-milioni-di-vittime/

1919

Allora, se permettete, nel mio piccolo, una spiegazione ve la fornisco io, traendola dal seguente documento, che tutti farebbero bene a scaricare prima che la lunga mano di Giuda lo faccia sparire:

https://www.itajos.com/BIBLIOTECA/Seimilionipdf.pdf

La mitica figura “Sei Milioni” ha davvero origini intriganti. Gli ebrei hanno fermamente enfatizzato la cifra di 6.000.000 in atrocità propaganda dagli anni 1869 al 1945.

Giornale1915

Picture-2

La ricerca mostra che la ragione per questa bizzarra fissazione ebraica sul numero 6 milioni deriva principalmente da un’antica profezia religiosa nella Torah. Secondo alcune fonti, la profezia prevedeva che prima che il popolo ebraico potesse reclamare e riconquistare la Palestina per stabilire una patria ebraica chiamata “Israele”, 6.000.000 ebrei avrebbero dovuto perire in un sacrificio bruciato [“burnt offering” in inglese] (cioè “Olocausto”), come sacrificio alla loro assetata di sangue mofo della tribù tribale, YHWH. (Vedi: Weintraub, Ben. The Holocaust Dogma of Judaism: Keystone of the New World Order. Washington, D.C.: Cosmo Pub., 1995.)

L’autore ebreo, Benjamen Blech, confermò questa realtà nel suo libro “I segreti delle parole ebraiche” (J Aronson Inc., 1991, 241), affermando:

“La parola ebraica per “tu tornerai” (TaShuVU), sembra essere stata scritta in modo errato. Grammaticalmente ne richiede un altro (vav). Dovrebbe leggere (TaShUVU). Perché manca la lettera (vav) che sta per sei. [TaShuVU] senza il vav è una previsione per il popolo ebraico di ritorno definitivo alla loro patria nazionale. TaShuVU in numeri arriva fino a 708: tav = 400, shin = 300, vei = 2, vey = 6. Quando scriviamo l’anno, ignoriamo i millenni. Nel 1948 sul calendario secolare, abbiamo assistito al miracolo del ritorno ebraico in Israele. Nel calendario ebraico era l’anno 5708. Quello era l’anno previsto dalla parola incompleta (TaShuVu), voi tornarete. Siamo tornati, mancando 6 – un importante 6 milioni di persone che sono morte nell’olocausto. Tuttavia, l’adempimento della predizione del ritorno proprio in quell’anno implicito dalla gematria di TaShuVU ci dà la ferma speranza che le parole dei profeti per la redenzione finale diventino realtà.”

Ecco due commenti aggiuntivi sulle origini del “Sei Milioni” da History & Scriptural Origins del Six Million Number:

[Citazione 1] Le profezie ebraiche nella Torah richiedono che 6 milioni di ebrei debbano “svaniti” prima che si possa formare lo stato di Israele. “Tu dovrai tornare meno 6 milioni.” Ecco perché Tom Segev, uno storico israeliano, ha dichiarato che “6 milioni” è un tentativo di trasformare la storia dell’Olocausto in religione di stato. Quei sei milioni, secondo la profezia, dovevano scomparire in “forni ardenti”, che è la versione giudiziaria dell’Olocausto ora autenticata. In effetti, Robert B. Goldmann scrive: ” (. . .) senza l’Olocausto, non ci sarebbe Stato ebraico.” Una semplice conseguenza: Dato sei milioni di ebrei gasati ad Auschwitz che finirono nei “forni ardenti” (la parola greca olocausto significa offerte bruciate), quindi, le profezie sono state ora “adempiuta” e Israele può diventare uno “stato legittimo”. – Sconosciuto

[Citazione 2] Riguardo al numero di “sei milioni” dovresti sapere quanto segue: Nel testo ebraico della profezia della Torah, si può leggere: “Tu dovrai tornare”. Nel testo è assente la lettera “V” o “VAU”, in quanto l’ebraico non ha numeri; la lettera V sta per il numero 6. Ben Weintraub, uno scienziato religioso, ha imparato dai rabbini che il significato della lettera mancante significa che il numero è “6 milioni”. La profezia poi recita: tu tornerai, ma con 6 milioni in meno. Vedi Ben Weintraub: “The Holocaust Dogma of Judaism”, Cosmo Publishing, Washington 1995, pagina 3. I 6 milioni mancanti devono essere così prima che gli ebrei possano tornare nella Terra Promessa. Jahweh vede questo come una pulizia delle anime del popolo peccaminoso. Gli ebrei devono, al ritorno nella Terra Promessa, essere puliti – la pulizia deve essere fatta a fuoco. [“in burning stokes” in inglese].

Capito cosa si cela dietro l’olocausto e la favolistica cifra dei sei milioni?

Capito perché il totale è sempre 6 milioni, sia che si considerino 4 milioni di morti ad Auschwitz, sia che se ne considerino solo 1,5 milioni? E lo stesso vale per tutti i cosiddetti “campi di sterminio”, il cui numero dei presunti morti è andato calando di anno in anno, salvo lasciare il totale sempre a 6 milioni!

La propaganda ebraica blatera di olocausto e di sei milioni di morti fin dai primi del novecento, senza mai convincere nessuno; quale migliore occasione del “mostro” Adolf Hitler per fare accettare questa farsa a tutti ed avere mano libera nella criminale occupazione, con annesso genocidio (questo sì tristemente vero), della terra di Palestina?

Ma veniamo ora alla ricerca critica sugli scritti di Primo Levi, che da soli bastano a smentire buona parte della propaganda ebraica, nonché le sue stesse parole, che stranamente variano dall’inizio alla fine delle sue pagine.

Dedico questo lavoro ad una cerebrolesa ignorante che sul più inutile dei social, Facebook, mi apostrofò, dopo uno scritto revisionista, urlandomi: “Leggiti il Diario di Anna Frank e Primo levi”.

Circa il Diario di Anna Frank, che è stato riconosciuto essere un falso da decenni, lascio la parola ad un compianto Camerata:

http://pocobello.blogspot.com/2019/04/finalmente-ammessa-la-frode-del-diario.html

Circa Primo Levi, eccoti servita, piccola casalinga disperata in cerca di visibilità social!

Carlo Gariglio

************

Ponendo in rilievo le assurdità logiche e le contraddizioni dei documenti, troveremo inattese conferme che molte atrocità tedesche sono state inventate dai nemici della Germania.

PRIMO LEVI: SE QUESTO E’ UN UOMO.

A tal fine invitiamo a leggere criticamente “Se questo è un uomo” di Primo Levi, adottato come testo nelle scuole italiane e citato dalla televisione italiana nel dibattito condotto da A. Petacco il 28/01/1989 come prova delle atrocità tedesche.

Lo analizzeremo ponendo in rilievo i fatti visti e vissuti, che riteniamo pienamente attendibili (1).

Ci riferiremo alla ristampa identica alla precedente dell’Editore Einaudi del 01/09/1984, indicando fra parentesi il numero della/e pagina/e dalle quali abbiamo ripreso le notizie.

Ricordiamo che Levi era stato deportato a Monovitz, il lager più grande del complesso Auschwitz – Birkenau, situato 7 Km ad est della cittadina di Auschwitz (Pagina 231).

Il Levi, malgrado le vituperate “Leggi Razziali” del 1938, si era laureato in chimica all’Università di Torino “Summa cun Laude” nel 1941, all’età di 22anni (Pag. 135). Nel 1943 aveva messo in piedi “una banda partigiana affiliata a Giustizia e Libertà”, ma era stato catturato dalla milizia Fascista il 13/12/1943 (Pag. 11).

Stranamente, pure essendo ebreo e partigiano non era stato subito fucilato, ma inviato in un campo di lavoro ad Auschwitz, ed adibito a lavori manuali pesanti, poco adatti a lui “debole e maldestro” Pag. 20), tanto maldestro che si ferisce al piede sinistro durante il lavoro. (Pag. 53).

Campo

Neanche ora viene ucciso, ma ricoverato nell’infermeria denominata Ka-Be, costituita da 8 baracche che “contengono permanent-emente un decimo della popolazione del campo” (Pag. 55). Levi teme che il Ka-Be sia la camera a gas di cui tutti parlano (Pag. 58), viene deriso dagli ebrei polacchi e dall’infermiere che, vedendolo così magro, gli dice: “tu ebreo spacciato, tu presto crematorio, finito” (Pag. 69). Gli viene assegnata la cuccetta n° 10, vuota.

“La vita del Ka-Be è vita di limbo… Non fa freddo, non si lavora” (Pag. 60).

Dopo un altro periodo di internamento viene selezionato ed inviato al laboratorio chimico (Pag. 174), dove “sto al coperto ed al caldo e nessuno mi picchia; rubo e vendo sapone e benzina, senza serio rischio… Sto seduto tutto il giorno, ho un quaderno ed una matita… E persino un libro sui metodi analitici… E quando voglio uscire, basta che avvisi” (Pag. 178).

L’11 gennaio 1945 si ammala di scarlattina e viene nuovamente ricoverato nel Ka-Be, una cameretta assai pulita, dove sapeva “di avere diritto a 40 giorni di isolamento e quindi di riposo” (Pag. 190) e dove riceveva forti dosi di sulfamidici (Pag. 191).

Dopo 5 giorni di ricovero il barbiere lo informa che tutti andranno via ed il medico gli conferma che quelli che potevano camminare dovevano partire il giorno dopo, mentre gli altri sarebbero rimasti nel Ka-Be, assistiti dai malati meno gravi (Pag. 193).

Levi si prepara a partire, ma un colloquio con Kosman, che aveva conoscenze fra “i prominenti”, lo convince a restare (Pag. 195).

La notte del 18 gennaio 1945, circa 20.000 sani, provenienti da vari campi, partirono; rimase nel campo qualche ben consigliato. “Nella quasi totalità, essi scomparvero durante la marcia di evacuazione”.

Nell’intero Ka-Be rimasero forse in 800. Il mattino seguente fu fatta l’ultima distribuzione di zuppa calda. L’impianto di riscaldamento era stato abbandonato. “Fuori ci dovevano essere almeno 20 sotto lo zero” (Pag. 196). “Alcune torrette di guardia erano ancora occupate dalle SS… Fu fatta ancora una distribuzione di pane” (Pag. 197).

Alle 23 tutte le luci si spensero e cominciò il bombardamento; anche “il campo era stato colpito”. I malati delle baracche colpite e minacciate dal fuoco chiedono ricovero, ma vengono respinti dai loro compagni di prigionia. I tedeschi non c’erano più, le torrette erano vuote (Pag. 198). All’alba del giorno 19 Levi e due suoi compagni, avvolti in coperte, escono per cercare viveri, trovano delle patate ed una stufa; al rientro incontrano un tedesco in motocicletta che li ignora (Pagg. 198 – 201).

Il 20 gennaio “il campo era silenzioso. Altri spettri affamati si aggirano” nel campo, “barbe orami lunghe, occhi incavati” (Pag. 203). In lontananza Levi vedeva un lungo tratto di strada; vi passava a ondate la Wehrmacht in fuga e tedeschi a cavallo, in bicicletta, a piedi, armati e disarmati. All’alba del 21 gennaio la pianura era deserta. Anche i civili polacchi erano scomparsi (Pag. 205). Una indescrivibile sporcizia aveva invaso ogni reparto del campo (Pag. 206).

Il 22 gennaio molti cadaveri furono accatastati in una trincea (Pag. 209); il 24 gennaio “il mucchio di cadaveri, di fronte alla nostra finestra, rovinava ormai fuori dalla fossa… Nel campo nessun ammalato guariva, molti invece si ammalavano di polmonite e diarrea” (Pag. 213). “Tutti si dicevano, a vicenda, che i russi, presto, subito, sarebbero arrivati” (Pag. 216), ma i russi arrivarono il 27 gennaio. Solo uno del gruppo degli 11 ammalati di scarlattina era morto nei dieci giorni, ma altri 5 sono morti nell’infermeria russa provvisoria (Pag. 218).

LEVI NON HA VISTO?

Levi ha ultimato il suo libro nel gennaio 1947, quando le notizie sulle camere a gas e sul genocidio degli ebrei erano ormai di pubblico dominio, ma essendosi limitato a riportare i fatti di cui aveva “diretta esperienza”, ha solo parlato genericamente di “selezioni” e di “andare in gas”; infatti non conosceva “i dettagli delle camere a gas e dei crematori”, che ha appreso “soltanto dopo, quando tutto il mondo li ha appresi”; così come non parla dei lager russi, perché non c’è stato (Pag. 233).

E’ vero che Levi si trovava a Monovitz e non a Brikenau, ma gli scambi di personale fra i vari campi erano frequenti, e l’invio di molte migliaia di deportati nelle camere a gas, ogni giorno, non poteva essere tenuto nascosto ad un attento osservatore.

Come mai il Levi, partigiano ebreo, debole e maldestro, quindi pericoloso per i tedeschi e poco utile come lavoratore manuale, non solo è scampato alle selezioni, ma è stato inviato in infermeria per due volte, la 2° volta quando i russi ormai stavano avanzando verso Cracovia?

Levi tenta una giustificazione: “entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri” (Pag. 20). Questa giustificazione contrasta con tutte le altre testimonianze sullo sterminio ebraico e fa a pugni con la logica di uno sterminio programmato su vasta scala e con la organizzazione tedesca.

Lo stesso Levi scrive che il giorno dell’urgente sgombero del campo, “una maresciallo delle SS fece il giro delle baracche. Nominò in ognuna un capo – baracca scegliendo fra i non ebrei rimasti, e dispose che fosse fato immediatamente un elenco dei malati, distinto in ebrei e non ebrei… E nessun ebreo pensò seriamente di vivere fino al giorno successivo” (Pag. 197).

Quindi l’organizzazione tedesca era rimasta intatta fino all’ultimo momento, e Levi e gli ebrei non venivano “selezionati” perché questi erano gli ordini.

Infatti il Levi aveva incontrato due ragazzi ebrei giovanissimi, che erano in lager da tre anni (Pag. 34).

Nel campo le “SS ci sono sì, ma sono poche; e fuori dal campo, e si vedono relativamente di rado: i nostri padroni effettivi sono i triangoli verdi, i quali hanno mano libera su di noi”. (Pag. 37).

Io sono uno degli ebrei italiani, tutti dottori, “che non sanno lavorare e si lasciano rubare il pane e prendono schiaffi dalla mattina alla sera… Persino gli ebrei polacchi li disprezzano perché non sanno parlare yiddish” (Pag. 59).

L’esame dei fatti vissuti dal Levi ci consente di mettere in dubbio che esistesse un piano di sterminio degli ebrei, perché altrimenti lui, partigiano ebreo, debole e maldestro non sarebbe potuto sfuggire alle selezioni ed alle camere a gas, e non sarebbe stato curato in infermeria per due volte, ricevendo forti dosi di sulfamidici, un medicinale scoperto nel 1935, e confermano quanto descritto dal vituperato partigiano francese Paul Rassinier, deportato a Buchenwald, da cui era tornato invalido al 100% + 5%, il cui mirabile volume “La menzogna di Ulisse” è stato prima ignorato e poi bollato come nazista; confermano cioè che le violenze erano normalmente compiute dagli stessi deportati e non dalle SS, che erano poche e troppo occupate.

Il “pregevole” libro del Levi era stato rifiutato dai grandi editori e stampato da una piccola casa editrice in 2500 copie per cadere subito nell’oblio. Riteniamo che questa sia stata una fortuna perché così il testo non ha subito manomissioni tali da eliminare le notizie che invece può fornirci. Evidentemente allora la censura, o l’autocensura, non aveva raggiunto l’attuale livello di perfezionamento.

Solo nel 1958 il libro è stato ristampato da Einaudi, e poi tradotto in sei lingue, ridotto per la radio e la televisione, ed infine adottato nelle scuole. A questo punto però era necessario concedere qualcosa e perciò l’edizione scolastica del 1976 è stata integrata con un’appendice, nella quale si è potuto colmare qualche “lacuna” del libro.

TUTTI I TEDESCHI RESPONSABILI.

Nell’appendice il Levi scrive che “come mia indole personale non sono facile all’odio” (Pag. 222), ma “gli occhi azzurri e i capelli biondi sono essenzialmente malvagi” (Pag. 134). “I tedeschi sono sordi e ciechi; chiusi in una corazza di ostinazione e di deliberata sconoscenza… Fabbricano rifugi, trincee, riparano i danni, costruiscono, combattono, comandano, organizzano ed uccidono. Che potrebbero fare? Sono tedeschi; non potrebbero fare altrimenti” (Pag. 177). Il popolo tedesco non ha tentato “di prendere le distanze dal nazismo… E di questa deliberata omissione lo ritengo pienamente colpevole” (Pa. 227). “Infatti, centinaia di migliaia di tedeschi furono rinchiusi nei Lager fin dai primi mesi del nazismo… E tutto il Paese lo sapeva, e sapeva che nei Lager si soffriva e si moriva” (Pag. 225).

Come spesso succede, per rimediare alle omissioni del suo libro, il Levi ora esagera senza badare alle contraddizioni, perché, se fosse vero che centinaia di migliaia di tedeschi erano stati rinchiusi nei Lager del naziso, è evidente che l’opposizione sarebbe stata molto diffusa. Ma non è vero.

Secondo il volume “Hitler – pro e contro”, edizioni Mondadori, gli internati in Germania erano complessivamente 40.000 (2). W. Schirer, che dopo la guerra ha avuto la mano, o meglio, la penna pesante nella sua “Storia del III Reich”, ha affermato che, negli anni precedenti la guerra, la popolazione dei campi di concentramento nazisti non contò probabilmente più di 20.000 – 30.000 individui contemporaneamente (3). Anche Lord Russel ha affermato che erano 20.000 (4).

Nella foga ora il Levi smentisce anche se stesso, quando aggiunge che il libo aveva “incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti” (Pag. 221), dimenticando che prima aveva scritto che stava al coperto e al caldo ed era libero di di uscire quando voleva (Pag. 178).

LA DIREZIONE CLANDESTINA DEI LAGER.

Sempre nella appendice il Levi ci informa che nei Lager era presente una “esperienza cospirativa” che sfociava “in attività di difesa abbastanza efficienti”. Nei Lager si riusciva “a ricattare e corrompere le SS”, a sabotare il lavoro, “a comunicare via radio con gli alleati, fornendo loro le notizie sulle orrende condizioni dei campi”, “a pilotare le selezioni mandando a morte le spie e i traditori e salvando prigionieri la cui sopravvivenza avesse per qualsiasi motivo importanza particolare, a prepararsi anche militarmente a resistere”, anche se ad Auschwitz una difesa attiva o passiva era particolarmente difficile (Pag. 229).

Nell’aprile del 1988, presso l’Istituto Gramsci di Genova, si era tenuta una mostra sulla resistenza tedesca dove, fra l’altro, una foto scattata subito dopo la liberazione di Buchenwald, mostrava la direzione clandestina del campo, composta da rappresentanti di tutte le nazionalità, tutti visibilmente in buone condizioni di salute (Foto n° 270).

Anche il libretto “Mauthausen”, distribuito ai visitatori all’ingresso del Lager, conferma l’attiva presenza della direzione clandestina.

Nel campo erano internati gruppi “di criminali ai quali fino alla primavera del 1944 erano state affidate quasi tutte le mansioni di direzione dei deportati (kapos, personale di blocco, ecc.). L’allontanamento dei criminali da questi posti nell’ultimo periodo del dominio nazionalsocialista era stato un’importante successo dell’organizzazione internazionale della resistenza dei deportati”, creata clandestinamente nel campo nell’estate del 1943.

Il comitato all’inizio del 1945 organizzò formazioni militari dirette da un Colonnello austriaco ed un Maggiore sovietico, ed assunse la direzione del campo il 4 maggio 1945. “Le formazioni militari dei deportati disarmarono le unità SS, che non erano fuggite, e combatterono anche contro le unità SS in ritirata nei pressi del campo e lungo il Danubio. Il 7 maggio 1945 i deportati vennero definitivamente liberati dai soldati dell’esercito USA”.

Quindi risulta confermato che i Lager negli ultimi giorni, o mesi, prima della loro occupazione, o liberazione, erano in larga misura gestiti dai Comitati clandestini, che erano0 in contatto con gli alleati.

Le conclusioni che discendono dalle presenza nei campi dei Comitati clandestini e dai fatti descritti dal Levi negli ultimi giorni di prigionia, pur ripugnando alla coscienza di ogni uomo civile, e pur apparendo in un primo tempo inaccettabili, risultano invece chiare ed inevitabili.

(SEGUE SUL PROSSIMO NUMERO)

L’OLOCAUSTO – LA GRANDE MENZOGNA (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Gennaio 2019)

Come da tradizione consolidata, dedichiamo il numero del mensile di Gennaio alla memoria, ma a quella vera, non a quella del giudeame che si ostina a blaterare di “olocausto” mobilitando ultra novantenni che ci raccontano per ogni dove delle varie “torture” e privazioni subite durante le deportazioni, che se fossero reali anche solo al 10%, non avrebbero consentito a questi “signori” di superare la cinquantina… Altro che 90 anni!

Anni fa lessi un articolo sulla sorte degli italiani scampati miracolosamente ai campi di sterminio di Tito (realmente esistiti, a differenza di quelli “nazisti”); ridotti come larve scheletriche, anche i sopravvissuti, grazie alle torture  subite, non arrivarono a raggiungere i 60 anni di vita.

Ma si sa, il giudeo ha la pelle dura!

In questa occasione ripropongo un ottimo intervento di Dagoberto Bellucci, che a sua volta raccoglie alcune testimonianze dei migliori storici revisionisti (ma basterebbe dire storici, dato che gli altri sono solo dei pagliacci asserviti al dogma olocaustico.

L’articolo è un po’ datato (2011), ma è comunque molto utile per farsi un’idea sulla questione, specialmente per i fessi che ancora credono a prescindere alle favole sterminazioniste. Del resto, subito dopo la guerra, Rassinier denunciò a tutti le clamorose invenzioni dei suoi compagni di sventura deportati, ma ovviamente non fu creduto e catalogato come neonazista, pur essendo stato membro della resistenza francese!

Carlo Gariglio

44219180_283754669133544_3703330177971912704_n

Di Dagoberto Bellucci.

“”Negazionismo” è un neologismo, di origine forse francese e di diffusione sicuramente internazionale, per un fenomeno culturale, politico e giuridico non nuovo. Si manifesta in comportamenti e discorsi che hanno in comune la negazione, almeno parziale, della verità di fatti storici percepiti dai più come fatti di massima ingiustizia e pertanto oggetto di processi di elaborazione scientifica1 e/o giudiziaria di responsabilità. Mentre i dibattiti politici e culturali aperti all’opinione pubblica stentano a separare il negazionismo dal revisio-nismo, storici e giuristi cercano di circoscrivere il problema designato dal termine da un lato al campo dei fatti della storia contemporanea, dall’altro lato a fatti qualificabili come reati internazionali di genocidio e reati contro l’umanità.

Partendo dall’esperienza concre-ta dell’olocausto e dalla “Convenzione Internazionale sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio del 1948”, l’antinegazionismo è, di conseguenza, l’insieme delle idee e delle pratiche che negano ogni giustificazione morale del negazionismo e combattono quanto meno la negazione di un genocidi. L’antinegazionismo giuridico pretende di armare la repressione penale ed un’azione politica ed amministrativa efficace di prevenzione.

Dal punto di vista del diritto costituzionale, negazionismo ed antinegazionismo pongono non pochi problemi. Occorre valutare il loro impatto sulle garanzie costituzionali della dignità umana, della libertà di coscienza e di espressione, ma anche sulle altre libertà culturali, in particolare sull’autonomia culturale della ricerca scientifica e sui diritti culturali delle persone e delle generazioni passate e future.”

(Jorg Luther – “L’antinegazionismo nell’esperienza giuridica tedesca e comparata” – “Intervenzione – Storia, Verità, Diritto”, Roma 2008 ).

Esiste qualcosa di più assolutamente indiscutibile per gli storici contemporanei, di così radicalmente insindacabile e insieme dogmatico del mito dello sterminio ebraico?

Assolutamente niente di ciò che potrà succedere domani avrà mai la stessa valenza e nello immaginario collettivo lo stesso impatto che dall’immediato secondo dopoguerra mondiale ha avuto la grande menzogna del preteso olocausto.

Una storia tutta da riscrivere quella che viene propagandata e con ogni mezzo e strumento diffusa ai quattro venti sui crimini dei quali si sarebbero macchiati la Germania e il popolo tedesco.

Anni di cinematografia compiacente (Hoolywood d’altronde è un noto feudo ebraico), decenni di inondazione culturale di testi, i quali spesso non sono niente più che testimonianze di terza mano, e infine programmi di vero e proprio lavaggio del cervello al quale sono sottoposte le scolaresche nell’Europa sotto dittatura hanno ovviamente formato la convinzione generale che l’olocausto dei sei milioni di ebrei rappresenti un evento unico, appunto l’“unicità” che ne fanno un argomento tabù sul quale non si deve consentire né un libero dibattito né alcuna forma di critica.

Criticare è lecito soprattutto quando si parte dai dati forniti dalla storia, dalle statistiche, da quelle che furono le dichiarazioni dell’epoca dei diversi attori interessati al conflitto che sconvolse e distrusse il vecchio continente.

Al vaglio degli storici revisionisti sono passati centinaia, migliaia, di documenti, di testimonianze dei processi istituiti dalle potenze occupanti occidentali e poi non ultime tutte quelle prove che avrebbero dovuto comprovare il preteso sterminio.

E più i revisionisti indagano meno certezze assume la storia ufficiale.

L’inganno inizia a manifestarsi per quello che è: una ardita manovra propagandistica, un enorme fandonia creata ad arte dalle centrali di disinformazioni sioniste subito dopo la fine del conflitto per sottomettere da un lato la Germania ad un senso di colpa che dura e sopravvive a distanza di quasi settanta anni, dall’altro lato per ricattare le nazioni dell’Occidente e ottenerne la cieca solidarietà, aiuti finanziari ed economici nonché politico-diplomatici presso le sedi internazionali al fine ultimo di costituire lo stato ebraico alias il sedicente “Israele”.

Ma le bugie hanno le gambe corte e, come spesso capita, dopo decenni di olo-truffa sono state dimostrate le molte incoerenze di testimoni oculari che non avevano visto, di camere a gas costruite dopo il conflitto, di forni crematori che non avevano cremato altri che cadaveri, di pesticidi che sarebbero stati usati per le note gasazioni… Già fin dagli anni Cinquanta le storielle più fantasiose, quelle sui paralumi di pelle umana e simili vennero confutate e infine smentite clamorosamente.

La storiografia revisionista ha messo a segno diversi colpi nel corso degli ultimi anni: è il motivo per cui gli storici che appartengono a questa corrente che intende indagare e fare piena luce su una delle tragedie più importanti dell’ultima guerra mondiale sono vittime di continui attacchi sui media e anche fisicamente alla loro persona.

I revisionisti vengono incarcerati in quei paesi dove esiste una legislazione liberticida che nega qualunque dibattito sereno sugli episodi chiave della storia contemporanea: in Belgio, Francia, Austria e Germania si rischiano dai 3 ai 5 anni a negare l’olocausto.

E non bastando la repressione del pensiero e della libertà di opinione la lobby sterminazionista ha pensato bene da anni di diffondere le proprie menzogne attraverso speciali programmi didattici che interessano le scuole soprattutto medie e superiori dove i poveri studenti sono sottoposti a un vero e autentico esperimento di lobotomizzazione attraverso visite guidate presso le sinagoghe, filmati unilaterali sul conflitto, visioni di film quali “Holocaust”, “Schindler List”, “La vita è bella” e per molti quella sorta di “pellegrinaggio” laico ad Auschwitz il ‘campo’ per eccellenza, laddove – racconta la storiografia sterminazio-nista – si sarebbe manifestato nel modo più atroce lo “sterminio”.

Non siamo storici e lasciamo quindi la parola agli storici offrendo al lettore alcune dichiarazioni dei più autorevoli studiosi della corrente revisionista.

Parole che potranno scuotervi dal torpore sistemico al quale siete stati abituati.

Parole che meritano attenzione perché disintegrano l’unico, l’ultimo, dogma rimasto a questa società senza Dio e senza ideali che è l’Occidente giudaico-mondialista. Un dogma al quale sembra essersi inchinata definitivamente anche la Chiesa cattolica e che rappresenta manifestamente il potere ricattatorio dell’Internazionale Ebraica nei confronti delle società europee, dei loro governi di marionette al servizio degli interessi sionisti e, più in generale, dell’opinione pubblica creata ad arte dai centri di diffusione di menzogne che sono le grandi agenzie di stampa internazionali, i grandi quotidiani, i mezzi radiotelevisivi delle grandi catene d’informazione.

Ecco di seguito alcune dichiarazioni di autorevoli esponenti mondiali della corrente revisionista.

Vi invitiamo a leggerle e riflettere.

****

“La differenza fondamentale tra la metodologia storiografica sterminazionista e quella revisionista risiede in questo fatto: la prima ha eletto a principio una pressoché assoluta acriticità nei confronti delle fonti, in particolare delle testimonianze oculari, da essa ingenuamente o maliziosamente accettate aprioristicamente come veritiere, come se non esistesse affatto il problema delle false testimonianze.

La seconda, invece, respinge ogni forma di dogmatismo storio-grafico ed affronta tale problema sottoponendo a critica tutte le fonti e utilizzando le armi della scienza e del confronto incrociato delle testimonianze e dei
fatti.

In particolar modo, ciò che il revisionismo contesta ferma-mente è l’arbitraria interpretazione dei documenti forniti dalla storia ufficiale col pretesto che essi sarebbero redatti in una sorta di linguaggio cifrato.

Per quanto concerne le testimonianze dei “sopravvissuti”, gli storici di regime accettano come vera qualunque testimonianza avvalori l’olocausto degli ebrei e l’esistenza delle camere a gas; rinunciano continuamente, ed in perfetta malafede, al principio fondamentale di qualunque storiografia seria: la critica delle fonti; questo ben sapendo che tali testimonianze non resisterebbero a una normale critica storica.

Quale esempio di assoluta acriticità degli storici sterminazionisti verso i cosiddetti “documenti”, basti ricordare che, a Norimberga, i sovietici presentarono come documento d’accusa i risultati dei lavori della commissione di inchiesta che aveva indagato sul massacro di Katyn, la quale aveva accertato, sulla base di più di cento testimoni, di perizie
medico-legali e di documenti ed elementi di prova, che l’eccidio era stato perpetrato dai tedeschi. Ora è assodato che la responsabilità dell’eccidio di Katyn è dei russi, e questo anche per gli storici ufficiali.” (1)

“Il recente arresto di David Irving in Austria ha oscurato le vicissitudini di altre vittime, meno conosciute, della repressione poliziesca contro la libera ricerca storica e la libertà di opinione e di espressione.
René-Louis Berclaz, fondatore della dissolta associazione “Vérité & Justice”, il 4 novembre ha finito di scontare in Svizzera 344 giorni di carcere per discriminazione razziale”, cioè per aver diffuso volantini revisionistici. Ernst Zündel, nato in Germania, risiedeva da molti anni in Canada, dove aveva fondato una casa editrice che diffondeva materiale revisionistico a livello mondiale. Nel 1985 fu processato e condannato per “pubblicazione di false notizie”, ossia per aver ripubblicato il libretto Did Six Million Really Die. Tre anni dopo, nel processo di appello, per il quale fece preparare il ben noto rapporto Leuchter, Zündel fu condannato a nove mesi di carcere, ma nel 1992 la Corte Suprema del Canada dichiarò la vecchia legge sulle “false notizie” contraria alla carta dei diritti. Nel 2000 Zündel si trasferì negli Stati Uniti, dove sposò Ingrid Rimland, che curava il sito http://www.zundelsite.org.

Il 5 febbraio 2003 egli fu arrestato col pretesto di aver violato le leggi sulla immigrazione e due settimane dopo fu estradato in Canada. A Toronto fu tenuto in carcere dalla metà di febbraio al 1° marzo 2005 perché, secondo i giudici, costituiva una pericolosa minaccia per la sicurezza nazionale! Il 1° marzo Zündel è stato estradato in Germania e rinchiuso nel carcere di Mannheim, dove si trova tutt’ora. L’accusa contro di lui, formalizzata il 29 giugno 2005, è l’incitamento all’odio razziale, vale a dire la negazione della realtà storica dell’Olocausto. Il processo è iniziato l’8 novembre. Siegfried Verbeke è un revisionista belga, promotore nel 1983 della Fondazione per la libera ricerca storica (VHO) ed editore di libri revisionistici, tra cui Auschwitz: Nackte Fakten, una confutazione collettiva del secondo libro di Jean-Claude Pressac. Dopo vari incontri ravvicinati con la polizia belga, Verbeke è stato arrestato in Belgio il 27 novembre 2004 e di nuovo, ad Amsterdam, il 3 agosto 2005 e in novembre è stato estradato in Germania in base a un mandato di arresto internazionale emesso dalla magistratura tedesca per negazione dell’Olocausto. Attualmente è detenuto in carcere a Heidelberg.

Germar Rudolf è stato la colonna portante dell’editoria e della storiografia revisionstica dell’ultimo decennio, editore delle due riviste revisionistiche più importanti a livello mondiale, The Revisionist e Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, che hanno pubblicato molti articoli di alto livello, editore e autore di numerosi studi scientifici sia in inglese sia in tedesco. Menziono per tutti due classici come Dissecting the Holocaust (612 pagine) e Lectures on the Holocaust (566 pagine), vere e proprie enciclopedie del revisio-nismo.

Tra l’altro, grazie a lui sono potuti apparire in tedesco e in inglese tre libri, su Majdanek, Stutthof e Treblinka, che ho scritto in collaborazione con Jürgen Graf, sei miei studi su Auschwitz e uno su Belzec. Le disavventure giudiziarie di Germar Rudolf sono cominciate in Germania, dove risiedeva, negli anni 1994-1995, con una sua condanna a 14 mesi di carcere per aver redatto tra il 1991 e il 1993 una perizia sugli aspetti chimici e tecnici delle presunte camere a gas di Auschwitz che gli era stata richiesta dai difensori del maggiore a riposo Ersnt Otto Remer. Nel 1994 apparve l’opera collettiva Grundlagen zur Zeitgeschichte, curata da Germar Rudolf con lo pseudonimo di Ernst Gauss. La magistratura tedesca fece confiscare e distruggere tutte le copie del libro, sebbene due noti storici ne avessero attestato il valore scientifico. Germar Rudolf riparò in Inghilterra poco prima dell’inizio del processo. Lì fondò la casa editrice Castle Hill Publishers. Nel 1999 le pressioni esercitate dalla Germania lo costrinsero a lasciare il paese e a rifugiarsi negli Stati Uniti, dove chiese asilo politico.

Ma l’Ufficio di immigrazione e naturalizzazione statunitense considerò la sua richiesta “frivola”, perché la Germania non può (= non deve) essere un paese che attua persecuzioni politiche, e voleva estradarlo nel suo paese; egli però si appellò alla Corte Federale e rimase negli Stati Uniti in attesa della sua decisione.” (2)

****

“Quando, il 19 aprile 1951 , la SFIO lo espulse dal suo seno nonostante il rispetto che la sua persona impo-ne» (riconoscimento piuttosto sorprendente nel dispositivo di una misura del genere), Paul Rassinier — antico militante del PCF che era passato al partito socialista nel 1934 dopo un breve intermezzo di dissidenza nella sinistra comunista, che nel partito socialista aveva aderito prima alla tendenza cosiddetta rivoluzionaria di Marceau Pivert, poi a quella pacifista di Paul Faure, e che socialista restò sempre — aveva già cominciato a pagare un alto prezzo per il suo coraggio morale, così come, prima, il suo coraggio fisico gli era valso, nella sua qualità di resistente caduto nelle mani della SS, undici giorni di torture, diciannove mesi di deportazione a Dora, uno dei sottocampi di Buchenwald, e una salute così malandata da spegnerlo prematuramente (morirà nel ’67 a soli sessantuno anni). Aveva già cominciato a pagare: non finirà più. Se Passage de la ligne (1948) aveva suscitato malumo-ri, la rassegna critica della letteratura concentrazionaria che egli aveva dato fuori nel ’50 sotto il titolo di Le Mensonge d’Ulysse (titolo sotto il quale i due lavori rivedranno la luce in un unico corpo a partire dal ’55) era stata accolta da qualcosa che assomigliava ad una sollevazione. Era molta, ed era in grado di pesare, la gente che si sentiva toccata nel vivo dal disvelamento delle dinamiche effettive del dramma che aveva avuto a teatro i lager nazisti e del ruolo che in quel dramma essa aveva svolto.
Ma Rassinier sarebbe stato recidivo, e recidivo in termini che più gravi non sarebbero potuti essere. Agli occhi delle persone posate, benpensanti, sollecite del proprio particulare, l’imprudenza è il peggiore dei peccati capitali. Rassinier, se si vogliono veder le cose nell’ottica di costoro, peccò imperdo-nabilmente. Soltanto un’imprudenza spinta all’estremo poteva suggerirgli di estendere in una totale indipendenza di spirito la sua analisi dall’esperienza vissuta in prima persona agli intenti di sterminio di massa, di genocidio, ascritti alla Germania dai vincitori della seconda guerra mondiale, non solo, ma di far nota, invece che tenerla per sé, la conclusione cui giungeva: che su una tragedia reale era stato edificato un mito che la travisava ed amplificava alle dimensioni di accadimento senza precedenti nella storia e che la sostanza di questo mito si dileguava mano a mano che le asserite modalità di attuazione del preteso sterminio, la sua asserita progettazione e i suoi asseriti esiti venivano sottoposti ad un’indagine incardinata su quei criteri al cui impiego metodico la ricerca storica è debitrice della propria capacità di produrre certezze, e, con ciò, del proprio statuto di disciplina scientifica.
La menzogna di Ulisse fu la prima tappa di questo itinerario. Rassinier — le cui idealità socialiste erano gravate dal rifiuto del marxismo, del quale fu critico superficiale, e si alimentavano ecletticamente al pensiero di Jaurès, di Keir Hardie, di Bernstein, di Owen, di Proudhon, di Kropotkin, di Tolstoj, di Gandhi — lo ha percorso, ad onta degli sbandamenti propiziati dal tremendo isolamento in cui venne a trovarsi, non già approdando ad una hitlerodicea, come ha sentenziato Vidal-Naquet, bensì rimanendo fino all’ultimo ciò che era sempre stato e rivendicando la propria fedeltà ai principi della sinistra del 1919: una fedeltà, però, con la quale collidevano talune posizioni dei suoi anni estremi; non essendo suoi agiografi non abbiamo difficoltà a rilevarlo. La sua soggettiva fedeltà a quei principi va rapportata ad un pensiero in cui sembra molto difficile cogliere una linea di demarcazione tra democrazia — anche democrazia formale — e socialismo. Quello che sappiamo di lui e della sua formazione intellettuale ci porta a vederlo, per ciò che era del suo orientamento politico di base, come un caso particolarissimo riconducibile all’ambito della socialdemocrazia: un social-democratico — in senso molto lato, si badi bene — egli deve, fondamentalmente, esserlo stato sempre, anche nella sua fase comunista (fin dalle origini, del resto, presenze così connotabili erano — all’opposto che nel Partito comunista d’Italia, dove Graziadei rappresentava una singolarità — tutt’altro che rare nella Section Française de l’Internationale Communiste), né appare, e il lettore non mancherà di rilevarlo, che i suoi precedenti lontani e meno lontani gli lasciassero in eredità un’attitudine politica tale da sollecitarlo ad operare sempre (ma si vedano le pagine conclusive di questo libro) l’indispensabile distinzione tra bolscevismo e stalinismo, tra comunismo e stalinismo: l’ideologia democratica e umanitaria cui si abbeverava il suo socialismo non lasciava spazio se non al rigetto pregiudiziale della violenza e non poteva non sfociare in quell’adesione al pacifismo e in quella simpatia, e anche più, per l’anarchismo che in lui pervenuto all’età matura si direbbe si innestassero su un fondo di idee cui le sue vedute sull’evoluzione del sistema capitalistico conferivano una tonalità genericamente laburista. Un sincretismo ideologico, insomma, a proposito del quale si potrebbe fare per analogia il nome di Bertrand Russel, da cui, però, lo separava una vicenda politica che negli anni della guerra fredda vedeva Rassinier schierato, e poi anche attardato — ma senza mai attenuare il rigore della sua linea pacifista di sempre –, sulle posizioni filoccidentali ispirategli dal suo orrore per il totalitarismo.

Ma, se il Rassinier socialista e ancora più il Rassinier dei suoi anni estremi rendono per noi necessaria una netta presa di distanze, per lui soggettivamente considerato il rispetto, non v’è dubbio, si impone. Il suo ultimo libro, uscito l’anno stesso della morte, Les Responsables de la Seconde Guerre mondiale — un libro discutibile fin che si vuole, ma, anche tenuta presente la parte in esso attribuita alla comunità ebraica mondiale negli avvenimenti che precipitarono il conflitto, non liquidabile certo come pronazista, e ciò per ragioni molto simili a quelle per cui a nessuna persona sensata, e oggi meno ancora di trenta o trentacinque anni or sono, verrebbe in mente di tacciare di pronazismo il Taylor de Le origini della seconda guerra mondiale — recava in epigrafe poche parole di Jaurès: …le mensonge triomphant qui passe…» Mette conto di riportare per intero questa che suona quasi come una professione di fede del grande tribuno: E coraggio cercare la verità e dirla; non subire mai la legge della menzogna trionfante che passa; non fare mai eco con la nostra bocca e con le nostre mani agli applausi imbecilli e ai fischi fanatici». Ecco: dentro c’è tutto Rassinier con la sua dirittura intellettuale, con la sua capacità di tener duro nell’attesa che lo abbattimento, per il quale operava, degli idola tribus sgomberasse il campo ad una generazione che riprendesse il disegno della trasforma-zione socialista. Non è passato molto tempo da quando lo abbiamo sentito apostrofare — da un tale che verosimilmente non ha mai letto, com’è la regola, un rigo di lui — come quel rottame», epiteto circa il quale non occorre precisare che non si riferiva allo stato fisico di lui a seguito dei patimenti subiti come deportato. Non ci pare proprio che sia il caso di stare a prendere le sue difese: non ve n’è bisogno, semplicemente — tanto più che l’epiteto gli veniva scagliato dalle pagine di una rivistina esoterica diretta da chi (uno storico di qualche talento!) ha dato abbondante prova della propria familiarità con l’opera del rottame» quando, sfigurandone à la Vidal-Naquet, sua probabile fonte d’informazione, le tesi sulla questione olocaustica, prendeva di mira un incolpevole Récamier per tutta la durata di un lungo pseudodibattito a due, arcades ambo, antirevi-sionisti entrambi, mandato in onda da una radio locale bolognese lo scorso anno. E, dato che siamo in tema: una Rossanda che, quando crede di doversi pronunciare al riguardo, sta sempre sulle generali, sulle generalissime, che evita accuratissimamente di entrare nel merito, e che poi (Manifesto, 3 marzo 1995) mette alla gogna un tal Faurisson, non dà forse da pensare, quanto a conoscenza di ciò di cui purtroppo parla? Bisogna dirlo: le sinistre più o meno istituzionali e i loro reggicoda intellettuali — tutto questo demi-monde che si sentirebbe in fallo se non fosse debitamente informato sull’ultimo libro che conta — non perdono occasione, quando si tratta di revisionismo, di mostrare miserevolmente la corda.” (3)

“Contrariamente alla storiografia, la chimica è una scienza esatta. Storici, ormai sorpassati, della storia contemporanea, si sono finora generalmente accontentati di interminabili, accaniti dibattiti su significati ed interpretazioni. I più pigri tra di essi si sono impegnati a sviluppare un’arte poco appariscente: quella di leggere tra le righe. Tutto ciò serviva a sostituire il faticoso lavoro chiarificatore di documenti, negli archivi della Seconda Guerra Mondiale. Documenti che ora, improvvisamente, sono disponibili in una quantità impressionante.

Negli ultimi tempi, tuttavia, i più audaci tra di loro si sono accostati agli strumenti della criminologia scientifica. Hanno utilizzato mezzi ausiliari, come l’esame del carbonio (radioattivo), i residui di colore dei gas, e semplici esami circa l’autenticità dell’inchiostro, ed hanno apportato un po’ di luce sulle risultanze date per certe della storia contemporanea, frantumando così non poche volte alcuni miti del secolo XX
A volte l’opinione pubblica approva tali risultati. Spesso — ovviamente — no. Un tipico esempio di risultato impopolare, in relazione con le analisi giuridico-criminologiche, è quello del sudario di Cristo a Torino. Forse non si tratta di una frode intenzionale, però in nessun modo la sua autenticità si approssima a quella che i sacerdoti garantivano a migliaia di creduli turisti.

Sarebbe semplicemente assurdo ritenere che l’opinione pubblica mondiale sia già da ora disposta ad accettare uno spassionato e professionale esame chimico dei campioni di pietre e del suolo del campo di concentramento di Auschwitz.

Ciò nonostante, il rapporto Leuchter ha come suo assunto questo fatto.

A nessuno piace essere ingannato, specialmente quando sono in gioco grandi somme di denaro. Lo Stato di Israele ha ricevuto dalla Repubblica Federale di Germania, a partire dall’anno 1949, più di 90.000 milioni di marchi tedeschi sotto forma di pagamenti volontari di risarcimento.

Essenzialmente, si tratta di versamenti di indennizzo per le camere a gas di Auschwitz.

Questa circostanza da sola dimostra che non è facile distruggere questo mito. Centinaia di milioni di uomini probi ed intelligenti sono stati tratti in inganno da una martellante campagna di propaganda postbellica fortemente finanziata e brillantemente condotta.
Si è trattato fino ad oggi della continuazione di un piano elaborato già anteriormente all’anno 1942 dal P.W.E. (Psychological Warfare Executive = Servizio per la Direzione Psicologica della Guerra). Già allora doveva venire diffusa in tutti i Paesi partecipanti alla guerra la tesi che il governo del Reich faceva uccidere in camere a gas milioni di ebrei e di altri gruppi etnici indesiderabili.

Nell’agosto del 1943 il capo del P.W.E. informava in uno scritto confidenziale il gabinetto inglese che, nonostante tutte le storielle pubblicate sull’impiego di gas mortali, non sussisteva il più piccolo elemento di prova sull’esistenza di tali installa-zioni. Egli avvertiva nella sua comunicazione che le fonti ebraiche al riguardo erano particolarmente sospette.

In qualità di storico, ebbi l’opportunità di utilizzare laboratori per il ricono-scimento di documenti falsificati ed esaminare l’autenticità di alcuni documenti. Alla fine degli anni sessanta potetti porre in evidenza certi diari del viceammiraglio Canaris che erano stati offerti a me ed anche agli editori William Collins Ltd.

Risultò che l’inchiostro utilizzato per le firme di quei diari non esisteva ancora all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Fui ancora io colui che — nel corso di una conferenza-stampa internazionale effettuata ad Amburgo nell’aprile del 1983 — rivelò essere un falso i Diari di Hitler della rivista Stern.

Nonostante tutto questo, devo confessare che mai mi era capitato di porre in dubbio i fatti di Auschwitz e le sue camere a gas (il più sacro reliquiario della religione del secolo XX) né di sottoporre ad esami chimici i suoi muri ed il suo suolo per vedere se si scoprivano in essi tracce di cianuro.

I risultati essenziali del rapporto Leuchter sono i seguenti: nelle prove eseguite sulle pietre degli edifici di spidocchiamento, dove veniva utilizzato il mortale Zyklon-B per la disinfestazione di indumenti, i laboratori di analisi riscontrarono consi-derevoli residuati di cianuro. Ma, in quelle che vengono universalmente chiamate camere a gas dagli “esperti dell’olocausto”, non fu rinvenuto alcun residuo apprezzabile.

Inoltre l’esperto in camere a gas spiega chiaramente che quegli edifici, tanto per il loro progetto quanto per la loro realizzazione, in nessun modo potevano essere utilizzati come camere a gas per lo sterminio di esseri umani.

Quando, nell’aprile del 1988, deposi al processo Zündel come esperto di storia contemporanea, mi imbattei per la prima volta in questi referti di laboratorio che hanno demolito la tesi delle camere a gas. Non esiste il minimo dubbio sull’esattezza dei risultati.

Devo confessare che, personalmente, mi sarebbe piaciuto applicare metodi più rigorosi per l’esame dei materiali estratti dagli edifici e dal suolo di Auschwitz. Però devo anche riconoscere quali enormi difficoltà dovette affrontare la commissione in un luogo che attualmente è polacco. Non è facile estrarre pezzi di pietra da qualche stanza vuota, alle spalle dei nuovi sorveglianti dei campi. Tutte le operazioni sono state documentate con video-riprese simultanee. Quelle immagini le ho studiate con la massima attenzione ed esse provano, senza concedere spazio al dubbio, la precisione dei metodi di lavoro sui quali è basato questo rapporto.

Fino al termine di questo tragico secolo ci saranno sempre storici, statisti e pubblicisti incorreggibili che crederanno fortemente — o non avranno altre prospettive economiche per poter sopravvivere che credervi — che i nazisti utilizzarono camere a gas ad Auschwitz.
Evidentemente, ora tocca a loro, agli studiosi intelligenti e dotati di spirito critico della storia moderna, spiegare a me perché non furono rinvenuti residui apprezzabili di cianuro proprio negli edifici in cui sarebbero state praticate queste presunte gasazioni, mentre nelle costruzioni riconosciute anche da esperti di Auschwitz di fama mondiale quali edifici per la disinfestazione, effettivamente si sono trovate considerevoli quantità di residui di cianuro. La chimica giuridico-scientifica — lo ripeto — è una scienza esatta. Il pallone si trova ora nel campo avverso.” (4)

olocausto_ebraico_truffanumero_dei_mortiebreifonti-ebraiche-americane

“L’articolo che riprendiamo da «La Guerre sociale», n° 3, giugno 1979, fu la prima espressione pubblicistica dell’interesse con il quale da qualche frazione di sinistra rivoluzionaria si era cominciato in Francia a guardare al revisionismo. E, poiché oggi il termine, per l’uso estensivo che qui da ultimo ne viene fatto dai media (e, prima ancora, per essere stato applicato anche alle posizioni di Nolte e colleghi), rischia di smarrire lo specifico significato che aveva assunto al momento in cui Robert Faurisson riproponeva, sviluppandoli, i filoni tematici cui Paul Rassinier si era consacrato negli anni Cinquanta e Sessanta pagando lo scotto di un ostracismo affrontato con esemplare dignità, sarà opportuno precisare che per revisionismo intendiamo la riconsiderazione critica degli scopi, delle modalità e degli esiti della persecuzione antiebraica ad opera del nazismo.

La lettura di questo articolo basterà largamente a porre in risalto, contro menzogne interessate e squallide calunnie, come questa riconsiderazione non suggerisca l’apologia della peculiare forma in cui la dittatura capitalistica si esercitò in Germania tra il ’33 e il ’45 se non a chi in cuor suo sarebbe pronto ad ascriverle a merito un operato effettivamente rispondente a quello cui la vulgata sterminazionistica ha preteso di conferire indiscutibile carattere di verità storica.
Questa riconsiderazione, per contro, consente di comprendere le dinamiche obiettive del fenomeno concentrazionario col ricollegare la montagna di cadaveri prodotta dai lager enorme, per drasticamente ridimensionabile che risulti il numero delle vittime all’operare di quei processi selettivi che, connaturati a qualsiasi istituzione penitenziaria di massa, non potevano che decuplicare la propria potenzialità assassina in condizioni come quelle originate a partire dal ’42 da una guerra che per il regime hitleriano volgeva inesorabilmente al disastro. Di per sé quella montagna di cadaveri non presuppone in chi ne porta la responsabilità in quanto responsabile della creazione dei campi un tasso di mostruosità superiore a quello presente negli avversari “democratici” della Germania nazista, e di ciò l’indagine revisionistica fornisce la riprova quando, spostata la sua attenzione dai lager il cui normale funzionamento non poteva produrre in quelle date condizioni risultati differenti da quelli che produsse, voluti o non voluti, previsti o non previsti che essi fossero alla progettualità che presiedette alla loro creazione, perviene, sempre mantenendosi sul terreno della ricerca empirica, cioè sul terreno dei fatti così come li accerta la ricerca storica seguendo i criteri che fondano la sua scientificità, a concludere all’inesistenza di un qualunque intento di etnocidio e di un qualunque piano di sterminio.

È a questo punto che si presenta l’interrogativo del come e perché e in conformità agli interessi di chi, un progetto di sterminio non essendoci stato, le camere a gas così come descritte in molteplici quanto dubbie testimonianze e così come visibili ancora oggi nei campi manifestandosi vere e proprie assurdità dal punto di vista della fisica, della chimica e della tecnologia, il numero effettivo delle vittime dell’istituzione concentrazionaria importan-do una riduzione impressi-onante rispetto alle cifre correnti, si sia arrivati ad una situazione in cui il genocidio, le camere a gas e i sei milioni di morti appaiono ai più come tanto indiscutibili ed evidenti che la semplice possibilità che li si revochi in dubbio oltrepassa le normali capacità di immagina-zione.

È a questo punto, cioè, che la questione cessa di essere strettamente storica per diventare politica: nel momento in cui sorge questo interrogativo. Nel darvi risposta si dovrà tenere ben presente che la leggenda dello sterminio leggenda che poggia, sia chiaro, su una massa di sofferenze fin troppo reali ha più radici, e l’articolo che proponiamo non lascia dubbi a questo riguardo; ma si dovrà altresì tener presente che nella perpetuazione della leggenda e nelle iniziative intese a imbavagliare i revisionisti un ruolo fondamentale è svolto dal movimento sionista: «lo sbriciolamento del suo mito di fondazione toglierebbe a Israele la possibilità, preziosa sotto ogni rapporto, di far pesare sul mondo intero o poco meno il rimprovero di una corresponsabilità nel prodursi di una tragedia la quale nei termini consacrati dalla vulgata olocaustica non ebbe luogo mai. Tragedia vi fu, ma, per minor sventura, si articolò in termini del tutto diversi, in meno peggio, da quelli fissati nel mito» [*] .

Nel momento presente, della tutela degli interessi sionistici si fanno carico quei governi che non arretrano di fronte a quella vera e propria enormità che consiste nel trasformare la ricerca revisionistica in reato penale e che in questo modo, sussidiariamente, vengono in soccorso di quei professio-nisti dell’antirevisionismo che un pubblico dibattito ad armi pari e sottratto sia ai linciaggi posti in essere dai media, sia alle condanne irrogate da magistrati compiacenti, ridurrebbe al silenzio, tanta è la penuria nella quale essi versano di argomenti atti a sostenere un serio esame.

Il lettore non perda di vista il fatto che l’articolo della «Guerre sociale», se è per molti aspetti superato, lo è nel senso che oggi, grazie allo sviluppo assunto in epoca successiva alla sua comparsa dagli studi revisionistici sviluppo nel favorire il quale ha giocato una parte di primo piano La Vieille Taupe, casa editrice di sinistra rivoluzionaria: circostanza che sottolineiamo tanto più volentieri quando è il fascista Veneziani a sentenziare che «chi nega l’olocausto è un imbe-cille» («Il Venerdì di Repubblica», 13 maggio 1994 [**] ), la massa delle conoscenze sulla vicenda concentrazionaria si è enormemente accresciuta; e questa massa di conoscenze a tal punto ha confermato le conclusioni già raggiunte dal revisionismo in antecedenza che se quella vicenda potesse venir trattata così come è norma che sia trattato un qualunque accadimento storico il mito che su di essa si è innestato, non che poter godere del crisma ufficiale di verità incontrovertibile, sarebbe nient’altro che un ricordo: il ricordo di un fenomeno la cui spiegazione rientrerebbe nella competenza della psicologia sociale.” (5)

“Quando, nel corso di una discussione su un qualunque argomento, critichiamo una persona e diciamo che “gli alberi nascondono la foresta”, abbiamo presente un tipo di difetto intellettuale molto particolare. A questa persona non rimproveriamo di essere incompetente o di avere sull’argomento delle vedute erronee o poco congrue. Al contrario, può darsi che le sue vedute poggino su ricerche la cui profondità e forza siano tali da far onore ad ogni bella intelligenza. Quel che vogliamo dire è che questa persona si concentra su dettagli fino al punto di non vedere l’insieme, più largo, del contesto; in particolare, se questa persona adottasse e mantenesse una prospettiva più elevata, risolverebbe molti dei problemi che, da principio, avevano destato in lei una curiosità di ordine generale per l’argomento.
Tre anni fa, nella mia prima conferenza all’Institute for Historical Review, avevo evocato esplicitamente questo problema. A pag. 10 del mio libro The Hoax of the Twentieth Century avevo formulato un’osservazione che, se misurata in tutto il suo significato, renderebbe superflua buona parte del mio studio: La più semplice delle buone ragioni di essere scettici riguardo all’accusa di uno sterminio è anche la ragione più semplice da concepire: alla fine della guerra erano sempre là.

Durante tutta la controversia sull’”olocausto” il mio pensiero è tornato di continuo su questo punto.” (6)

Vi invitiamo a prendere visione del sito internet dell’Aaargh per farvi un’idea indipendente sull’ “affaire” olocausto…

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI – Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

NOTE

1) Documento a cura di Holywar – “Le ragioni del revisionismo storico contro la menzogna olocaustica” – In rete consultabile all’indirizzo dell’Aaargh (Association des Anciens Amateurs dè Recits de Guerre et d’Holocaustes) http://www.aaargh.codoh.info/index.html ;

2) Carlo Mattogno – “Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti” – dal sito dell’Aaargh;

3) Cesare Saletta – Introduzione a “La Menzogna d’Ulisse” – Ediz. “Graphos” – Genova;

4) David Irving – Presentazione del “Rapporto Leuchter” – Ediz. “All’Insegna del Veltro” – Parma;

5) Introduzione a “Dallo sfruttamento nei lager allo sfruttamento dei lager” da “La Guerre Sociale” – Una messa a punto marxista sulla questione del Revisionismo storico ; Ediz. “Graphos” – Genova;

6) Arthur Butz – “Contesto storico e prospettiva d’insieme nella controversia dell’ “olocausto” – sul sito dell’Aaargh;

https://dagobertobellucci.wordpress.com/2011/07/29/lolocausto-la-grande-menzogna-spunti-revisionistici/

 

LA LORO “STORIA” (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Giugno 2018)

A seguire un mio breve intervento creato per i cosiddetti “social”, ma che credo utile riportare anche sul nostro mensile.

********

Sono consapevole del fatto che parlare di cose serie su FB e sui social in generale equivale a gettare perle ai porci, ma ogni tanto, anche per sfogarmi, provo ad inserire qualcosa che possa aiutare a riflettere… Ovviamente aiuterà quell’1% della popolazione ancora in possesso di un cervello e di un minimo di senso critico. Gli altri, cioè quelli che credono alle camere a gas, ai “sei milioni”, ai partigiani che avrebbero liberato l’Italia, alla storiella del Duce che stava scappando in Svizzera (basterebbe consultare una cartina, ma anche questo va oltre le capacità di un antifascista medio!), spero si limitino a passare oltre, senza rompere i coglioni come loro costume
Di cosa stiamo parlando? Presto detto; l’altro giorno, navigando a casaccio, mi sono imbattuto nella nota foto che rappresenta uno dei più vergognosi falsi concepiti da giudei e rossi vari, con tanto di didascalia che recitava: “Soldato tedesco che spara alla schiena di donna con bambino”. Da notare che questa merda di foto è spesso comparsa su libri di “Storia”!

Falso

Ora, anche senza vedere la seconda foto, che smaschera lo squallido falso, una persona normale dovrebbe avere molti dubbi: perchè mai un soldato tedesco dovrebbe sparare ad una donna con bambino? Data la distanza di poco più di un metro, avrebbe potuto fermarla, darla una bastonata con il fucile, rincorrerla… Ma si sa, i tedeschi erano tutti criminali, vero?
Altro dubbio: perchè per sparare ad un bersaglio a meno di due metri ci si dovrebbe piazzare in quella posizione di tiro, tipica di chi sta mirando con attenzione ad un bersaglio molto lontano?
Infine, l’inclinazione della canna del fucile è proprio adatta per sparare ala donna?
Sapendo che si trattava di un falso, ho fatto una lunga ricerca sulla rete, fra i siti che sbugiardano le foto false, o ritoccate, della Storia… Ovviamente nessun risultato! Si trova sempre la foto del Duce a cavallo dalla quale è stato fatto sparire lo stalliere che reggeva le redini, perchè, come ben sappiamo, quello è un vero crimine storico!
Ho quindi tirato fuori al mio archivio una copia del mensile “Sentinella d’Italia” del 1986, diretto dal compianto Antonio Guerin, uno dei pochissimi reduci RSI ad essere rimasto veramente Fascista, senza rinnegare nulla, tanto meno l’alleanza con il Nazionalsocialismo… Su questo giornale, e non sugli stupidi social come accade oggi, mi sono formato ed informato da giovane, cosa della quale vado fiero.
Ed ecco quindi la foto vera, scansionata dal mensile e pubblicata; come potete vedere, la donna sta scappando verso altri soldati tedeschi, riparati alla meno peggio, mentre il soldato in piedi sta PROTEGGENDO la sua ritirata, tentando di rispondere al fuoco di qualcuno, certamente un porco partigiano ancora oggi vivo ed attivo nell’ANPI, che si era messo a sparare senza avere alcun rispetto della donna e del bambino che portava in braccio.

Falso2

Ecco la loro “Storia”; criminali assassini e stupratori, decorati e con pensioni da favola, che continuano a diffamare soldati regolari, che combattevano contro un nemico in divisa che attaccava di fronte, e contro dei luridi criminali che sparavano solo alla schiena e solo da lontano, preferendo avvicinarsi soltanto alle case da razziare, alle donne da stuprare ed ai militi isolati per trucidarli a tradimento.
Spero di avere contribuito a rendere un po’ di onore a quel soldato che offrì il suo petto per salvare una donna ed un bambino aggrediti da vili partigiani comunisti.
E spero di avere fatto cosa gradita alla memoria di Antonio Guerin, scomparso nel 2009.

Carlo Gariglio

Guerin