L’OLOCAUSTO – LA GRANDE MENZOGNA (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Gennaio 2019)

Come da tradizione consolidata, dedichiamo il numero del mensile di Gennaio alla memoria, ma a quella vera, non a quella del giudeame che si ostina a blaterare di “olocausto” mobilitando ultra novantenni che ci raccontano per ogni dove delle varie “torture” e privazioni subite durante le deportazioni, che se fossero reali anche solo al 10%, non avrebbero consentito a questi “signori” di superare la cinquantina… Altro che 90 anni!

Anni fa lessi un articolo sulla sorte degli italiani scampati miracolosamente ai campi di sterminio di Tito (realmente esistiti, a differenza di quelli “nazisti”); ridotti come larve scheletriche, anche i sopravvissuti, grazie alle torture  subite, non arrivarono a raggiungere i 60 anni di vita.

Ma si sa, il giudeo ha la pelle dura!

In questa occasione ripropongo un ottimo intervento di Dagoberto Bellucci, che a sua volta raccoglie alcune testimonianze dei migliori storici revisionisti (ma basterebbe dire storici, dato che gli altri sono solo dei pagliacci asserviti al dogma olocaustico.

L’articolo è un po’ datato (2011), ma è comunque molto utile per farsi un’idea sulla questione, specialmente per i fessi che ancora credono a prescindere alle favole sterminazioniste. Del resto, subito dopo la guerra, Rassinier denunciò a tutti le clamorose invenzioni dei suoi compagni di sventura deportati, ma ovviamente non fu creduto e catalogato come neonazista, pur essendo stato membro della resistenza francese!

Carlo Gariglio

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Di Dagoberto Bellucci.

“”Negazionismo” è un neologismo, di origine forse francese e di diffusione sicuramente internazionale, per un fenomeno culturale, politico e giuridico non nuovo. Si manifesta in comportamenti e discorsi che hanno in comune la negazione, almeno parziale, della verità di fatti storici percepiti dai più come fatti di massima ingiustizia e pertanto oggetto di processi di elaborazione scientifica1 e/o giudiziaria di responsabilità. Mentre i dibattiti politici e culturali aperti all’opinione pubblica stentano a separare il negazionismo dal revisio-nismo, storici e giuristi cercano di circoscrivere il problema designato dal termine da un lato al campo dei fatti della storia contemporanea, dall’altro lato a fatti qualificabili come reati internazionali di genocidio e reati contro l’umanità.

Partendo dall’esperienza concre-ta dell’olocausto e dalla “Convenzione Internazionale sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio del 1948”, l’antinegazionismo è, di conseguenza, l’insieme delle idee e delle pratiche che negano ogni giustificazione morale del negazionismo e combattono quanto meno la negazione di un genocidi. L’antinegazionismo giuridico pretende di armare la repressione penale ed un’azione politica ed amministrativa efficace di prevenzione.

Dal punto di vista del diritto costituzionale, negazionismo ed antinegazionismo pongono non pochi problemi. Occorre valutare il loro impatto sulle garanzie costituzionali della dignità umana, della libertà di coscienza e di espressione, ma anche sulle altre libertà culturali, in particolare sull’autonomia culturale della ricerca scientifica e sui diritti culturali delle persone e delle generazioni passate e future.”

(Jorg Luther – “L’antinegazionismo nell’esperienza giuridica tedesca e comparata” – “Intervenzione – Storia, Verità, Diritto”, Roma 2008 ).

Esiste qualcosa di più assolutamente indiscutibile per gli storici contemporanei, di così radicalmente insindacabile e insieme dogmatico del mito dello sterminio ebraico?

Assolutamente niente di ciò che potrà succedere domani avrà mai la stessa valenza e nello immaginario collettivo lo stesso impatto che dall’immediato secondo dopoguerra mondiale ha avuto la grande menzogna del preteso olocausto.

Una storia tutta da riscrivere quella che viene propagandata e con ogni mezzo e strumento diffusa ai quattro venti sui crimini dei quali si sarebbero macchiati la Germania e il popolo tedesco.

Anni di cinematografia compiacente (Hoolywood d’altronde è un noto feudo ebraico), decenni di inondazione culturale di testi, i quali spesso non sono niente più che testimonianze di terza mano, e infine programmi di vero e proprio lavaggio del cervello al quale sono sottoposte le scolaresche nell’Europa sotto dittatura hanno ovviamente formato la convinzione generale che l’olocausto dei sei milioni di ebrei rappresenti un evento unico, appunto l’“unicità” che ne fanno un argomento tabù sul quale non si deve consentire né un libero dibattito né alcuna forma di critica.

Criticare è lecito soprattutto quando si parte dai dati forniti dalla storia, dalle statistiche, da quelle che furono le dichiarazioni dell’epoca dei diversi attori interessati al conflitto che sconvolse e distrusse il vecchio continente.

Al vaglio degli storici revisionisti sono passati centinaia, migliaia, di documenti, di testimonianze dei processi istituiti dalle potenze occupanti occidentali e poi non ultime tutte quelle prove che avrebbero dovuto comprovare il preteso sterminio.

E più i revisionisti indagano meno certezze assume la storia ufficiale.

L’inganno inizia a manifestarsi per quello che è: una ardita manovra propagandistica, un enorme fandonia creata ad arte dalle centrali di disinformazioni sioniste subito dopo la fine del conflitto per sottomettere da un lato la Germania ad un senso di colpa che dura e sopravvive a distanza di quasi settanta anni, dall’altro lato per ricattare le nazioni dell’Occidente e ottenerne la cieca solidarietà, aiuti finanziari ed economici nonché politico-diplomatici presso le sedi internazionali al fine ultimo di costituire lo stato ebraico alias il sedicente “Israele”.

Ma le bugie hanno le gambe corte e, come spesso capita, dopo decenni di olo-truffa sono state dimostrate le molte incoerenze di testimoni oculari che non avevano visto, di camere a gas costruite dopo il conflitto, di forni crematori che non avevano cremato altri che cadaveri, di pesticidi che sarebbero stati usati per le note gasazioni… Già fin dagli anni Cinquanta le storielle più fantasiose, quelle sui paralumi di pelle umana e simili vennero confutate e infine smentite clamorosamente.

La storiografia revisionista ha messo a segno diversi colpi nel corso degli ultimi anni: è il motivo per cui gli storici che appartengono a questa corrente che intende indagare e fare piena luce su una delle tragedie più importanti dell’ultima guerra mondiale sono vittime di continui attacchi sui media e anche fisicamente alla loro persona.

I revisionisti vengono incarcerati in quei paesi dove esiste una legislazione liberticida che nega qualunque dibattito sereno sugli episodi chiave della storia contemporanea: in Belgio, Francia, Austria e Germania si rischiano dai 3 ai 5 anni a negare l’olocausto.

E non bastando la repressione del pensiero e della libertà di opinione la lobby sterminazionista ha pensato bene da anni di diffondere le proprie menzogne attraverso speciali programmi didattici che interessano le scuole soprattutto medie e superiori dove i poveri studenti sono sottoposti a un vero e autentico esperimento di lobotomizzazione attraverso visite guidate presso le sinagoghe, filmati unilaterali sul conflitto, visioni di film quali “Holocaust”, “Schindler List”, “La vita è bella” e per molti quella sorta di “pellegrinaggio” laico ad Auschwitz il ‘campo’ per eccellenza, laddove – racconta la storiografia sterminazio-nista – si sarebbe manifestato nel modo più atroce lo “sterminio”.

Non siamo storici e lasciamo quindi la parola agli storici offrendo al lettore alcune dichiarazioni dei più autorevoli studiosi della corrente revisionista.

Parole che potranno scuotervi dal torpore sistemico al quale siete stati abituati.

Parole che meritano attenzione perché disintegrano l’unico, l’ultimo, dogma rimasto a questa società senza Dio e senza ideali che è l’Occidente giudaico-mondialista. Un dogma al quale sembra essersi inchinata definitivamente anche la Chiesa cattolica e che rappresenta manifestamente il potere ricattatorio dell’Internazionale Ebraica nei confronti delle società europee, dei loro governi di marionette al servizio degli interessi sionisti e, più in generale, dell’opinione pubblica creata ad arte dai centri di diffusione di menzogne che sono le grandi agenzie di stampa internazionali, i grandi quotidiani, i mezzi radiotelevisivi delle grandi catene d’informazione.

Ecco di seguito alcune dichiarazioni di autorevoli esponenti mondiali della corrente revisionista.

Vi invitiamo a leggerle e riflettere.

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“La differenza fondamentale tra la metodologia storiografica sterminazionista e quella revisionista risiede in questo fatto: la prima ha eletto a principio una pressoché assoluta acriticità nei confronti delle fonti, in particolare delle testimonianze oculari, da essa ingenuamente o maliziosamente accettate aprioristicamente come veritiere, come se non esistesse affatto il problema delle false testimonianze.

La seconda, invece, respinge ogni forma di dogmatismo storio-grafico ed affronta tale problema sottoponendo a critica tutte le fonti e utilizzando le armi della scienza e del confronto incrociato delle testimonianze e dei
fatti.

In particolar modo, ciò che il revisionismo contesta ferma-mente è l’arbitraria interpretazione dei documenti forniti dalla storia ufficiale col pretesto che essi sarebbero redatti in una sorta di linguaggio cifrato.

Per quanto concerne le testimonianze dei “sopravvissuti”, gli storici di regime accettano come vera qualunque testimonianza avvalori l’olocausto degli ebrei e l’esistenza delle camere a gas; rinunciano continuamente, ed in perfetta malafede, al principio fondamentale di qualunque storiografia seria: la critica delle fonti; questo ben sapendo che tali testimonianze non resisterebbero a una normale critica storica.

Quale esempio di assoluta acriticità degli storici sterminazionisti verso i cosiddetti “documenti”, basti ricordare che, a Norimberga, i sovietici presentarono come documento d’accusa i risultati dei lavori della commissione di inchiesta che aveva indagato sul massacro di Katyn, la quale aveva accertato, sulla base di più di cento testimoni, di perizie
medico-legali e di documenti ed elementi di prova, che l’eccidio era stato perpetrato dai tedeschi. Ora è assodato che la responsabilità dell’eccidio di Katyn è dei russi, e questo anche per gli storici ufficiali.” (1)

“Il recente arresto di David Irving in Austria ha oscurato le vicissitudini di altre vittime, meno conosciute, della repressione poliziesca contro la libera ricerca storica e la libertà di opinione e di espressione.
René-Louis Berclaz, fondatore della dissolta associazione “Vérité & Justice”, il 4 novembre ha finito di scontare in Svizzera 344 giorni di carcere per discriminazione razziale”, cioè per aver diffuso volantini revisionistici. Ernst Zündel, nato in Germania, risiedeva da molti anni in Canada, dove aveva fondato una casa editrice che diffondeva materiale revisionistico a livello mondiale. Nel 1985 fu processato e condannato per “pubblicazione di false notizie”, ossia per aver ripubblicato il libretto Did Six Million Really Die. Tre anni dopo, nel processo di appello, per il quale fece preparare il ben noto rapporto Leuchter, Zündel fu condannato a nove mesi di carcere, ma nel 1992 la Corte Suprema del Canada dichiarò la vecchia legge sulle “false notizie” contraria alla carta dei diritti. Nel 2000 Zündel si trasferì negli Stati Uniti, dove sposò Ingrid Rimland, che curava il sito http://www.zundelsite.org.

Il 5 febbraio 2003 egli fu arrestato col pretesto di aver violato le leggi sulla immigrazione e due settimane dopo fu estradato in Canada. A Toronto fu tenuto in carcere dalla metà di febbraio al 1° marzo 2005 perché, secondo i giudici, costituiva una pericolosa minaccia per la sicurezza nazionale! Il 1° marzo Zündel è stato estradato in Germania e rinchiuso nel carcere di Mannheim, dove si trova tutt’ora. L’accusa contro di lui, formalizzata il 29 giugno 2005, è l’incitamento all’odio razziale, vale a dire la negazione della realtà storica dell’Olocausto. Il processo è iniziato l’8 novembre. Siegfried Verbeke è un revisionista belga, promotore nel 1983 della Fondazione per la libera ricerca storica (VHO) ed editore di libri revisionistici, tra cui Auschwitz: Nackte Fakten, una confutazione collettiva del secondo libro di Jean-Claude Pressac. Dopo vari incontri ravvicinati con la polizia belga, Verbeke è stato arrestato in Belgio il 27 novembre 2004 e di nuovo, ad Amsterdam, il 3 agosto 2005 e in novembre è stato estradato in Germania in base a un mandato di arresto internazionale emesso dalla magistratura tedesca per negazione dell’Olocausto. Attualmente è detenuto in carcere a Heidelberg.

Germar Rudolf è stato la colonna portante dell’editoria e della storiografia revisionstica dell’ultimo decennio, editore delle due riviste revisionistiche più importanti a livello mondiale, The Revisionist e Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, che hanno pubblicato molti articoli di alto livello, editore e autore di numerosi studi scientifici sia in inglese sia in tedesco. Menziono per tutti due classici come Dissecting the Holocaust (612 pagine) e Lectures on the Holocaust (566 pagine), vere e proprie enciclopedie del revisio-nismo.

Tra l’altro, grazie a lui sono potuti apparire in tedesco e in inglese tre libri, su Majdanek, Stutthof e Treblinka, che ho scritto in collaborazione con Jürgen Graf, sei miei studi su Auschwitz e uno su Belzec. Le disavventure giudiziarie di Germar Rudolf sono cominciate in Germania, dove risiedeva, negli anni 1994-1995, con una sua condanna a 14 mesi di carcere per aver redatto tra il 1991 e il 1993 una perizia sugli aspetti chimici e tecnici delle presunte camere a gas di Auschwitz che gli era stata richiesta dai difensori del maggiore a riposo Ersnt Otto Remer. Nel 1994 apparve l’opera collettiva Grundlagen zur Zeitgeschichte, curata da Germar Rudolf con lo pseudonimo di Ernst Gauss. La magistratura tedesca fece confiscare e distruggere tutte le copie del libro, sebbene due noti storici ne avessero attestato il valore scientifico. Germar Rudolf riparò in Inghilterra poco prima dell’inizio del processo. Lì fondò la casa editrice Castle Hill Publishers. Nel 1999 le pressioni esercitate dalla Germania lo costrinsero a lasciare il paese e a rifugiarsi negli Stati Uniti, dove chiese asilo politico.

Ma l’Ufficio di immigrazione e naturalizzazione statunitense considerò la sua richiesta “frivola”, perché la Germania non può (= non deve) essere un paese che attua persecuzioni politiche, e voleva estradarlo nel suo paese; egli però si appellò alla Corte Federale e rimase negli Stati Uniti in attesa della sua decisione.” (2)

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“Quando, il 19 aprile 1951 , la SFIO lo espulse dal suo seno nonostante il rispetto che la sua persona impo-ne» (riconoscimento piuttosto sorprendente nel dispositivo di una misura del genere), Paul Rassinier — antico militante del PCF che era passato al partito socialista nel 1934 dopo un breve intermezzo di dissidenza nella sinistra comunista, che nel partito socialista aveva aderito prima alla tendenza cosiddetta rivoluzionaria di Marceau Pivert, poi a quella pacifista di Paul Faure, e che socialista restò sempre — aveva già cominciato a pagare un alto prezzo per il suo coraggio morale, così come, prima, il suo coraggio fisico gli era valso, nella sua qualità di resistente caduto nelle mani della SS, undici giorni di torture, diciannove mesi di deportazione a Dora, uno dei sottocampi di Buchenwald, e una salute così malandata da spegnerlo prematuramente (morirà nel ’67 a soli sessantuno anni). Aveva già cominciato a pagare: non finirà più. Se Passage de la ligne (1948) aveva suscitato malumo-ri, la rassegna critica della letteratura concentrazionaria che egli aveva dato fuori nel ’50 sotto il titolo di Le Mensonge d’Ulysse (titolo sotto il quale i due lavori rivedranno la luce in un unico corpo a partire dal ’55) era stata accolta da qualcosa che assomigliava ad una sollevazione. Era molta, ed era in grado di pesare, la gente che si sentiva toccata nel vivo dal disvelamento delle dinamiche effettive del dramma che aveva avuto a teatro i lager nazisti e del ruolo che in quel dramma essa aveva svolto.
Ma Rassinier sarebbe stato recidivo, e recidivo in termini che più gravi non sarebbero potuti essere. Agli occhi delle persone posate, benpensanti, sollecite del proprio particulare, l’imprudenza è il peggiore dei peccati capitali. Rassinier, se si vogliono veder le cose nell’ottica di costoro, peccò imperdo-nabilmente. Soltanto un’imprudenza spinta all’estremo poteva suggerirgli di estendere in una totale indipendenza di spirito la sua analisi dall’esperienza vissuta in prima persona agli intenti di sterminio di massa, di genocidio, ascritti alla Germania dai vincitori della seconda guerra mondiale, non solo, ma di far nota, invece che tenerla per sé, la conclusione cui giungeva: che su una tragedia reale era stato edificato un mito che la travisava ed amplificava alle dimensioni di accadimento senza precedenti nella storia e che la sostanza di questo mito si dileguava mano a mano che le asserite modalità di attuazione del preteso sterminio, la sua asserita progettazione e i suoi asseriti esiti venivano sottoposti ad un’indagine incardinata su quei criteri al cui impiego metodico la ricerca storica è debitrice della propria capacità di produrre certezze, e, con ciò, del proprio statuto di disciplina scientifica.
La menzogna di Ulisse fu la prima tappa di questo itinerario. Rassinier — le cui idealità socialiste erano gravate dal rifiuto del marxismo, del quale fu critico superficiale, e si alimentavano ecletticamente al pensiero di Jaurès, di Keir Hardie, di Bernstein, di Owen, di Proudhon, di Kropotkin, di Tolstoj, di Gandhi — lo ha percorso, ad onta degli sbandamenti propiziati dal tremendo isolamento in cui venne a trovarsi, non già approdando ad una hitlerodicea, come ha sentenziato Vidal-Naquet, bensì rimanendo fino all’ultimo ciò che era sempre stato e rivendicando la propria fedeltà ai principi della sinistra del 1919: una fedeltà, però, con la quale collidevano talune posizioni dei suoi anni estremi; non essendo suoi agiografi non abbiamo difficoltà a rilevarlo. La sua soggettiva fedeltà a quei principi va rapportata ad un pensiero in cui sembra molto difficile cogliere una linea di demarcazione tra democrazia — anche democrazia formale — e socialismo. Quello che sappiamo di lui e della sua formazione intellettuale ci porta a vederlo, per ciò che era del suo orientamento politico di base, come un caso particolarissimo riconducibile all’ambito della socialdemocrazia: un social-democratico — in senso molto lato, si badi bene — egli deve, fondamentalmente, esserlo stato sempre, anche nella sua fase comunista (fin dalle origini, del resto, presenze così connotabili erano — all’opposto che nel Partito comunista d’Italia, dove Graziadei rappresentava una singolarità — tutt’altro che rare nella Section Française de l’Internationale Communiste), né appare, e il lettore non mancherà di rilevarlo, che i suoi precedenti lontani e meno lontani gli lasciassero in eredità un’attitudine politica tale da sollecitarlo ad operare sempre (ma si vedano le pagine conclusive di questo libro) l’indispensabile distinzione tra bolscevismo e stalinismo, tra comunismo e stalinismo: l’ideologia democratica e umanitaria cui si abbeverava il suo socialismo non lasciava spazio se non al rigetto pregiudiziale della violenza e non poteva non sfociare in quell’adesione al pacifismo e in quella simpatia, e anche più, per l’anarchismo che in lui pervenuto all’età matura si direbbe si innestassero su un fondo di idee cui le sue vedute sull’evoluzione del sistema capitalistico conferivano una tonalità genericamente laburista. Un sincretismo ideologico, insomma, a proposito del quale si potrebbe fare per analogia il nome di Bertrand Russel, da cui, però, lo separava una vicenda politica che negli anni della guerra fredda vedeva Rassinier schierato, e poi anche attardato — ma senza mai attenuare il rigore della sua linea pacifista di sempre –, sulle posizioni filoccidentali ispirategli dal suo orrore per il totalitarismo.

Ma, se il Rassinier socialista e ancora più il Rassinier dei suoi anni estremi rendono per noi necessaria una netta presa di distanze, per lui soggettivamente considerato il rispetto, non v’è dubbio, si impone. Il suo ultimo libro, uscito l’anno stesso della morte, Les Responsables de la Seconde Guerre mondiale — un libro discutibile fin che si vuole, ma, anche tenuta presente la parte in esso attribuita alla comunità ebraica mondiale negli avvenimenti che precipitarono il conflitto, non liquidabile certo come pronazista, e ciò per ragioni molto simili a quelle per cui a nessuna persona sensata, e oggi meno ancora di trenta o trentacinque anni or sono, verrebbe in mente di tacciare di pronazismo il Taylor de Le origini della seconda guerra mondiale — recava in epigrafe poche parole di Jaurès: …le mensonge triomphant qui passe…» Mette conto di riportare per intero questa che suona quasi come una professione di fede del grande tribuno: E coraggio cercare la verità e dirla; non subire mai la legge della menzogna trionfante che passa; non fare mai eco con la nostra bocca e con le nostre mani agli applausi imbecilli e ai fischi fanatici». Ecco: dentro c’è tutto Rassinier con la sua dirittura intellettuale, con la sua capacità di tener duro nell’attesa che lo abbattimento, per il quale operava, degli idola tribus sgomberasse il campo ad una generazione che riprendesse il disegno della trasforma-zione socialista. Non è passato molto tempo da quando lo abbiamo sentito apostrofare — da un tale che verosimilmente non ha mai letto, com’è la regola, un rigo di lui — come quel rottame», epiteto circa il quale non occorre precisare che non si riferiva allo stato fisico di lui a seguito dei patimenti subiti come deportato. Non ci pare proprio che sia il caso di stare a prendere le sue difese: non ve n’è bisogno, semplicemente — tanto più che l’epiteto gli veniva scagliato dalle pagine di una rivistina esoterica diretta da chi (uno storico di qualche talento!) ha dato abbondante prova della propria familiarità con l’opera del rottame» quando, sfigurandone à la Vidal-Naquet, sua probabile fonte d’informazione, le tesi sulla questione olocaustica, prendeva di mira un incolpevole Récamier per tutta la durata di un lungo pseudodibattito a due, arcades ambo, antirevi-sionisti entrambi, mandato in onda da una radio locale bolognese lo scorso anno. E, dato che siamo in tema: una Rossanda che, quando crede di doversi pronunciare al riguardo, sta sempre sulle generali, sulle generalissime, che evita accuratissimamente di entrare nel merito, e che poi (Manifesto, 3 marzo 1995) mette alla gogna un tal Faurisson, non dà forse da pensare, quanto a conoscenza di ciò di cui purtroppo parla? Bisogna dirlo: le sinistre più o meno istituzionali e i loro reggicoda intellettuali — tutto questo demi-monde che si sentirebbe in fallo se non fosse debitamente informato sull’ultimo libro che conta — non perdono occasione, quando si tratta di revisionismo, di mostrare miserevolmente la corda.” (3)

“Contrariamente alla storiografia, la chimica è una scienza esatta. Storici, ormai sorpassati, della storia contemporanea, si sono finora generalmente accontentati di interminabili, accaniti dibattiti su significati ed interpretazioni. I più pigri tra di essi si sono impegnati a sviluppare un’arte poco appariscente: quella di leggere tra le righe. Tutto ciò serviva a sostituire il faticoso lavoro chiarificatore di documenti, negli archivi della Seconda Guerra Mondiale. Documenti che ora, improvvisamente, sono disponibili in una quantità impressionante.

Negli ultimi tempi, tuttavia, i più audaci tra di loro si sono accostati agli strumenti della criminologia scientifica. Hanno utilizzato mezzi ausiliari, come l’esame del carbonio (radioattivo), i residui di colore dei gas, e semplici esami circa l’autenticità dell’inchiostro, ed hanno apportato un po’ di luce sulle risultanze date per certe della storia contemporanea, frantumando così non poche volte alcuni miti del secolo XX
A volte l’opinione pubblica approva tali risultati. Spesso — ovviamente — no. Un tipico esempio di risultato impopolare, in relazione con le analisi giuridico-criminologiche, è quello del sudario di Cristo a Torino. Forse non si tratta di una frode intenzionale, però in nessun modo la sua autenticità si approssima a quella che i sacerdoti garantivano a migliaia di creduli turisti.

Sarebbe semplicemente assurdo ritenere che l’opinione pubblica mondiale sia già da ora disposta ad accettare uno spassionato e professionale esame chimico dei campioni di pietre e del suolo del campo di concentramento di Auschwitz.

Ciò nonostante, il rapporto Leuchter ha come suo assunto questo fatto.

A nessuno piace essere ingannato, specialmente quando sono in gioco grandi somme di denaro. Lo Stato di Israele ha ricevuto dalla Repubblica Federale di Germania, a partire dall’anno 1949, più di 90.000 milioni di marchi tedeschi sotto forma di pagamenti volontari di risarcimento.

Essenzialmente, si tratta di versamenti di indennizzo per le camere a gas di Auschwitz.

Questa circostanza da sola dimostra che non è facile distruggere questo mito. Centinaia di milioni di uomini probi ed intelligenti sono stati tratti in inganno da una martellante campagna di propaganda postbellica fortemente finanziata e brillantemente condotta.
Si è trattato fino ad oggi della continuazione di un piano elaborato già anteriormente all’anno 1942 dal P.W.E. (Psychological Warfare Executive = Servizio per la Direzione Psicologica della Guerra). Già allora doveva venire diffusa in tutti i Paesi partecipanti alla guerra la tesi che il governo del Reich faceva uccidere in camere a gas milioni di ebrei e di altri gruppi etnici indesiderabili.

Nell’agosto del 1943 il capo del P.W.E. informava in uno scritto confidenziale il gabinetto inglese che, nonostante tutte le storielle pubblicate sull’impiego di gas mortali, non sussisteva il più piccolo elemento di prova sull’esistenza di tali installa-zioni. Egli avvertiva nella sua comunicazione che le fonti ebraiche al riguardo erano particolarmente sospette.

In qualità di storico, ebbi l’opportunità di utilizzare laboratori per il ricono-scimento di documenti falsificati ed esaminare l’autenticità di alcuni documenti. Alla fine degli anni sessanta potetti porre in evidenza certi diari del viceammiraglio Canaris che erano stati offerti a me ed anche agli editori William Collins Ltd.

Risultò che l’inchiostro utilizzato per le firme di quei diari non esisteva ancora all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Fui ancora io colui che — nel corso di una conferenza-stampa internazionale effettuata ad Amburgo nell’aprile del 1983 — rivelò essere un falso i Diari di Hitler della rivista Stern.

Nonostante tutto questo, devo confessare che mai mi era capitato di porre in dubbio i fatti di Auschwitz e le sue camere a gas (il più sacro reliquiario della religione del secolo XX) né di sottoporre ad esami chimici i suoi muri ed il suo suolo per vedere se si scoprivano in essi tracce di cianuro.

I risultati essenziali del rapporto Leuchter sono i seguenti: nelle prove eseguite sulle pietre degli edifici di spidocchiamento, dove veniva utilizzato il mortale Zyklon-B per la disinfestazione di indumenti, i laboratori di analisi riscontrarono consi-derevoli residuati di cianuro. Ma, in quelle che vengono universalmente chiamate camere a gas dagli “esperti dell’olocausto”, non fu rinvenuto alcun residuo apprezzabile.

Inoltre l’esperto in camere a gas spiega chiaramente che quegli edifici, tanto per il loro progetto quanto per la loro realizzazione, in nessun modo potevano essere utilizzati come camere a gas per lo sterminio di esseri umani.

Quando, nell’aprile del 1988, deposi al processo Zündel come esperto di storia contemporanea, mi imbattei per la prima volta in questi referti di laboratorio che hanno demolito la tesi delle camere a gas. Non esiste il minimo dubbio sull’esattezza dei risultati.

Devo confessare che, personalmente, mi sarebbe piaciuto applicare metodi più rigorosi per l’esame dei materiali estratti dagli edifici e dal suolo di Auschwitz. Però devo anche riconoscere quali enormi difficoltà dovette affrontare la commissione in un luogo che attualmente è polacco. Non è facile estrarre pezzi di pietra da qualche stanza vuota, alle spalle dei nuovi sorveglianti dei campi. Tutte le operazioni sono state documentate con video-riprese simultanee. Quelle immagini le ho studiate con la massima attenzione ed esse provano, senza concedere spazio al dubbio, la precisione dei metodi di lavoro sui quali è basato questo rapporto.

Fino al termine di questo tragico secolo ci saranno sempre storici, statisti e pubblicisti incorreggibili che crederanno fortemente — o non avranno altre prospettive economiche per poter sopravvivere che credervi — che i nazisti utilizzarono camere a gas ad Auschwitz.
Evidentemente, ora tocca a loro, agli studiosi intelligenti e dotati di spirito critico della storia moderna, spiegare a me perché non furono rinvenuti residui apprezzabili di cianuro proprio negli edifici in cui sarebbero state praticate queste presunte gasazioni, mentre nelle costruzioni riconosciute anche da esperti di Auschwitz di fama mondiale quali edifici per la disinfestazione, effettivamente si sono trovate considerevoli quantità di residui di cianuro. La chimica giuridico-scientifica — lo ripeto — è una scienza esatta. Il pallone si trova ora nel campo avverso.” (4)

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“L’articolo che riprendiamo da «La Guerre sociale», n° 3, giugno 1979, fu la prima espressione pubblicistica dell’interesse con il quale da qualche frazione di sinistra rivoluzionaria si era cominciato in Francia a guardare al revisionismo. E, poiché oggi il termine, per l’uso estensivo che qui da ultimo ne viene fatto dai media (e, prima ancora, per essere stato applicato anche alle posizioni di Nolte e colleghi), rischia di smarrire lo specifico significato che aveva assunto al momento in cui Robert Faurisson riproponeva, sviluppandoli, i filoni tematici cui Paul Rassinier si era consacrato negli anni Cinquanta e Sessanta pagando lo scotto di un ostracismo affrontato con esemplare dignità, sarà opportuno precisare che per revisionismo intendiamo la riconsiderazione critica degli scopi, delle modalità e degli esiti della persecuzione antiebraica ad opera del nazismo.

La lettura di questo articolo basterà largamente a porre in risalto, contro menzogne interessate e squallide calunnie, come questa riconsiderazione non suggerisca l’apologia della peculiare forma in cui la dittatura capitalistica si esercitò in Germania tra il ’33 e il ’45 se non a chi in cuor suo sarebbe pronto ad ascriverle a merito un operato effettivamente rispondente a quello cui la vulgata sterminazionistica ha preteso di conferire indiscutibile carattere di verità storica.
Questa riconsiderazione, per contro, consente di comprendere le dinamiche obiettive del fenomeno concentrazionario col ricollegare la montagna di cadaveri prodotta dai lager enorme, per drasticamente ridimensionabile che risulti il numero delle vittime all’operare di quei processi selettivi che, connaturati a qualsiasi istituzione penitenziaria di massa, non potevano che decuplicare la propria potenzialità assassina in condizioni come quelle originate a partire dal ’42 da una guerra che per il regime hitleriano volgeva inesorabilmente al disastro. Di per sé quella montagna di cadaveri non presuppone in chi ne porta la responsabilità in quanto responsabile della creazione dei campi un tasso di mostruosità superiore a quello presente negli avversari “democratici” della Germania nazista, e di ciò l’indagine revisionistica fornisce la riprova quando, spostata la sua attenzione dai lager il cui normale funzionamento non poteva produrre in quelle date condizioni risultati differenti da quelli che produsse, voluti o non voluti, previsti o non previsti che essi fossero alla progettualità che presiedette alla loro creazione, perviene, sempre mantenendosi sul terreno della ricerca empirica, cioè sul terreno dei fatti così come li accerta la ricerca storica seguendo i criteri che fondano la sua scientificità, a concludere all’inesistenza di un qualunque intento di etnocidio e di un qualunque piano di sterminio.

È a questo punto che si presenta l’interrogativo del come e perché e in conformità agli interessi di chi, un progetto di sterminio non essendoci stato, le camere a gas così come descritte in molteplici quanto dubbie testimonianze e così come visibili ancora oggi nei campi manifestandosi vere e proprie assurdità dal punto di vista della fisica, della chimica e della tecnologia, il numero effettivo delle vittime dell’istituzione concentrazionaria importan-do una riduzione impressi-onante rispetto alle cifre correnti, si sia arrivati ad una situazione in cui il genocidio, le camere a gas e i sei milioni di morti appaiono ai più come tanto indiscutibili ed evidenti che la semplice possibilità che li si revochi in dubbio oltrepassa le normali capacità di immagina-zione.

È a questo punto, cioè, che la questione cessa di essere strettamente storica per diventare politica: nel momento in cui sorge questo interrogativo. Nel darvi risposta si dovrà tenere ben presente che la leggenda dello sterminio leggenda che poggia, sia chiaro, su una massa di sofferenze fin troppo reali ha più radici, e l’articolo che proponiamo non lascia dubbi a questo riguardo; ma si dovrà altresì tener presente che nella perpetuazione della leggenda e nelle iniziative intese a imbavagliare i revisionisti un ruolo fondamentale è svolto dal movimento sionista: «lo sbriciolamento del suo mito di fondazione toglierebbe a Israele la possibilità, preziosa sotto ogni rapporto, di far pesare sul mondo intero o poco meno il rimprovero di una corresponsabilità nel prodursi di una tragedia la quale nei termini consacrati dalla vulgata olocaustica non ebbe luogo mai. Tragedia vi fu, ma, per minor sventura, si articolò in termini del tutto diversi, in meno peggio, da quelli fissati nel mito» [*] .

Nel momento presente, della tutela degli interessi sionistici si fanno carico quei governi che non arretrano di fronte a quella vera e propria enormità che consiste nel trasformare la ricerca revisionistica in reato penale e che in questo modo, sussidiariamente, vengono in soccorso di quei professio-nisti dell’antirevisionismo che un pubblico dibattito ad armi pari e sottratto sia ai linciaggi posti in essere dai media, sia alle condanne irrogate da magistrati compiacenti, ridurrebbe al silenzio, tanta è la penuria nella quale essi versano di argomenti atti a sostenere un serio esame.

Il lettore non perda di vista il fatto che l’articolo della «Guerre sociale», se è per molti aspetti superato, lo è nel senso che oggi, grazie allo sviluppo assunto in epoca successiva alla sua comparsa dagli studi revisionistici sviluppo nel favorire il quale ha giocato una parte di primo piano La Vieille Taupe, casa editrice di sinistra rivoluzionaria: circostanza che sottolineiamo tanto più volentieri quando è il fascista Veneziani a sentenziare che «chi nega l’olocausto è un imbe-cille» («Il Venerdì di Repubblica», 13 maggio 1994 [**] ), la massa delle conoscenze sulla vicenda concentrazionaria si è enormemente accresciuta; e questa massa di conoscenze a tal punto ha confermato le conclusioni già raggiunte dal revisionismo in antecedenza che se quella vicenda potesse venir trattata così come è norma che sia trattato un qualunque accadimento storico il mito che su di essa si è innestato, non che poter godere del crisma ufficiale di verità incontrovertibile, sarebbe nient’altro che un ricordo: il ricordo di un fenomeno la cui spiegazione rientrerebbe nella competenza della psicologia sociale.” (5)

“Quando, nel corso di una discussione su un qualunque argomento, critichiamo una persona e diciamo che “gli alberi nascondono la foresta”, abbiamo presente un tipo di difetto intellettuale molto particolare. A questa persona non rimproveriamo di essere incompetente o di avere sull’argomento delle vedute erronee o poco congrue. Al contrario, può darsi che le sue vedute poggino su ricerche la cui profondità e forza siano tali da far onore ad ogni bella intelligenza. Quel che vogliamo dire è che questa persona si concentra su dettagli fino al punto di non vedere l’insieme, più largo, del contesto; in particolare, se questa persona adottasse e mantenesse una prospettiva più elevata, risolverebbe molti dei problemi che, da principio, avevano destato in lei una curiosità di ordine generale per l’argomento.
Tre anni fa, nella mia prima conferenza all’Institute for Historical Review, avevo evocato esplicitamente questo problema. A pag. 10 del mio libro The Hoax of the Twentieth Century avevo formulato un’osservazione che, se misurata in tutto il suo significato, renderebbe superflua buona parte del mio studio: La più semplice delle buone ragioni di essere scettici riguardo all’accusa di uno sterminio è anche la ragione più semplice da concepire: alla fine della guerra erano sempre là.

Durante tutta la controversia sull’”olocausto” il mio pensiero è tornato di continuo su questo punto.” (6)

Vi invitiamo a prendere visione del sito internet dell’Aaargh per farvi un’idea indipendente sull’ “affaire” olocausto…

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI – Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

NOTE

1) Documento a cura di Holywar – “Le ragioni del revisionismo storico contro la menzogna olocaustica” – In rete consultabile all’indirizzo dell’Aaargh (Association des Anciens Amateurs dè Recits de Guerre et d’Holocaustes) http://www.aaargh.codoh.info/index.html ;

2) Carlo Mattogno – “Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti” – dal sito dell’Aaargh;

3) Cesare Saletta – Introduzione a “La Menzogna d’Ulisse” – Ediz. “Graphos” – Genova;

4) David Irving – Presentazione del “Rapporto Leuchter” – Ediz. “All’Insegna del Veltro” – Parma;

5) Introduzione a “Dallo sfruttamento nei lager allo sfruttamento dei lager” da “La Guerre Sociale” – Una messa a punto marxista sulla questione del Revisionismo storico ; Ediz. “Graphos” – Genova;

6) Arthur Butz – “Contesto storico e prospettiva d’insieme nella controversia dell’ “olocausto” – sul sito dell’Aaargh;

https://dagobertobellucci.wordpress.com/2011/07/29/lolocausto-la-grande-menzogna-spunti-revisionistici/

 

SHOAH: LE “FANTA – TESTIMONIANZE” (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Gennaio 2018)

Dato che ormai le fole olocaustiche hanno raggiunto vertici di comicità ed assurdità mai toccati, voglio dedicare questo numero scanzonato alle tante favole che ci vengono propinate come testimonianze “oculari” del presunto sterminio.

Ho trovato una simpatica raccolta di queste testimonianze oculari su un forum online, il cui autore è ovviamente anonimo, ma molto ben informato e documentato. Gli articoli trascritti sono integralmente visibili al seguente indirizzo:

http://www.thephora.net/forum/showthread.php?t=94485

Purtroppo alcuni link indicanti le fonti sono ormai scomparsi, data la tendenza dei nostri amici della lobby giudaica di fare chiudere forum, blog e siti che tentano di divulgare la verità, incarcerandone magari gli autori, ma abbiamo deciso di lasciare comunque il testo originale… Ivi comprese le battute di spirito con le quali l’autore accompagna questa carrellata di assurdità. Assurdità che molti, per stupidità o per paura, continuano a considerare “fatti” storici!

Carlo Gariglio

CameraGas

SHLOMO VENEZIA, IL SONDERKOMMANDO ADDETTO ALLE CAMERE A GAS 

Testimone oculare delle gasazioni omicide – ha deciso di raccontare tutto solo nel 1992 quando ha visto scritte sui muri e naziskin.

Cito il Venezia:

«Per tutti questi anni non abbiamo parlato, neppure col mio amico, sebbene lui sapesse che il padre lavorava dove stavo io, ed è stato ucciso. Non avevamo il coraggio di tornare su questi argomenti. Ma ad un certo punto, di fronte a certi fatti, abbiamo deciso che era necessario. È stato qualche anno fa, quando a Roma hanno segnato le stelle di Davide su alcuni negozi, sono comparse sui muri scritte come “juden raus”, “ebrei ai forni”, e si sono cominciati a vedere i naziskin. Per qualcuno possono essere ragazzate, cose di poco conto, ma per noi che le abbiamo vissute, vedere di nuovo insorgere queste cose è inaccettabile. È stata la spinta per incominciare»

“Un giorno, mentre tutti avevano cominciato a lavorare normalmente all’arrivo di un convoglio, uno degli uomini incaricati di togliere i corpi dalla camera a gas sentì un rumore strano. Non era così raro sentire rumori insoliti; spesso l’organismo delle vittime continuava a liberare gas. Questa volta però sosteneva che il rumore fosse diverso. Ci fermammo per ascoltare, ma nessuno sentì niente e pensammo che avesse avuto un’allucinazione. Qualche minuto più tardi ripeté che questa volta era certo di aver udito un rantolo. Facendo attenzione, anche noi riuscimmo a percepire il rumore, una sorta di vagito. All’inizio i gemiti erano intervallati, poi aumentarono fino a diventare un pianto continuo che tutti identificammo con il pianto di un neonato. L’uomo che se ne era accorto per primo si mise alla ricerca del punto da dove proveniva il rumore e scavalcando i corpi trovò una bambina di due mesi ancora attaccata al seno della madre, che piangeva perché non sentiva più arrivare il latte. L’uomo prese il bebé e lo portò fuori dalla camera a gas.”

Shlomo Venezia – Sonderkommando Auschwitz – Ed. Rizzoli

Il Miracolo Termotecnico di Shlomo Venezia

In un’intervista al Giornale Shlomo Venezia affermò quanto segue:

«Sì, ma la prima notte mi adibirono a questo crematorio all’aperto. Intorno c’era uno scolo in pendenza dove si raccoglieva l’olio che colava dalla pira. Dovevo raccattarlo e ributtarlo sui cadaveri per farli bruciare più in fretta. Lei non ha idea di che combustibile sia il grasso umano»… E nel suo libro:
«Le fosse erano in pendenza; il grasso umano prodotto dai corpi che bruciavano colava lungo il fondo fino a un angolo, dove era stata scavata una specie di conca per raccoglierlo. Quando il fuoco minacciava di spegnersi, gli uomini prendevano un po’ di grasso dalla conca e lo versavano
sui corpi per ravvivare la fiamma. Una cosa del genere l’ho vista solo qui, nelle fosse del Bunker 2»

(Sonderkommando Auschwitz, p. 77)

Come ci spiega Carlo Mattogno, la storiella del magico “grasso collante” ha ricevuto la sua sanzione ufficiale da F. Müller, che l’ha ricamata in modo molto minuzioso. Secondo lui, tuttavia, le presunte “fosse di cremazione” erano provviste di due canaletti larghi 25-30 cm che, dal centro della fossa, correvano in pendenza lungo l’asse centrale e sboccavano in due buche più profonde nelle quali si raccoglieva il grasso umano liquido, che veniva raccolto con un secchio e gettato sul rogo.
Queste storielle sono insensate per il fatto che la temperatura di accensione degli idrocarburi leggeri che si formano dalla gasificazione dei cadaveri è di circa 600°C… La temperatura di accensione dei grassi animali è di 184°C… Perciò in un tale impianto il grasso umano brucerebbe immediatamente.
Anche perché la temperatura di accensione del legno stagionato è di 325-350°C.

Inoltre, se – per qualcuno dei tanti miracoli di cui sono costellate le vite dei “sopravvissuti” del “Sonderkommando” – il grasso umano liquido avesse potuto colare attraverso le fiamme sul fondo della fossa, scorrere sulle braci ardenti e defluire nelle fosse di raccolta laterali, Venezia, insieme a F. Müller, avrebbe dovuto attingerlo sul ciglio di una “fossa di cremazione” in cui c’era un immenso rogo che bruciava ad una temperatura minima di 600°C!

Un’ultima (per il momento) affermazione di Venezia prima di passare ad altro:

«Alcuni sostengono che le SS portassero maschere antigas, ma io non ho mai visto tedeschi portarne, né per versare il gas né per aprire la porta»

ELIE WIESEL: «IL PIÙ AUTOREVOLE TESTIMONE VIVENTE» DELLA SHOAH

Sul fatto che Wiesel sia un IMPOSTORE ci sono davvero pochi dubbi (vedi link alla fine del post), ma vorrei soffermarmi sulla “testimonianza oculare” che ha fatto piangere milioni di persone e che troviamo nel suo libro “La Notte” a pag. 37\38.
Piccola premessa: nel libro La Nuit, nel 1958, egli non fa parola delle camere a gas, però… Attenzione: le camere a gas appaiono all’improvviso nella versione tedesca, Die Nacht zu begraben, Elischa, traduzione di Curt Meyer-Clason, pubblicata dalle edizioni Ullstein; ogni volta che nel testo originale appariva il termine «forno crematorio», Meyer-Clason traduceva con «camere a gas».
Wiesel non ha dunque potuto vedere le camere a gas, non più di quanto ne abbia sentito parlare, altrimenti le avrebbe certo menzionate.

In mancanza delle camere a gas, Wiesel ha visto qualcosa di molto peggio, ma che… a parte lui… Nessun altro essere vivente ha visto:

«Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto. L’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. […]. Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti. […]. Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà…Che il Suo Nome sia elevato e santificato…Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte… No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca».

Nota mia: che culo!

Oltre che storicamente infondata (non esiste alcuna prova di quanto asserito da Wiesel), la storia è anche assurda: se Elie Wiesel si fosse realmente avvicinato fino a due passi da una vera “fossa di cremazione”, che – per assolvere la sua funzione – avrebbe dovuto avere una temperatura minima di 600\700°C, si sarebbe ustionato mortalmente.

La scena dell’autocarro che scarica bambini in una “fossa di cremazione” fa parte anch’essa dell’armamentario propagandistico del dopoguerra. Essa fu illustrata da David Olère in un quadro del 1947 che poi è servito di ispirazione per i “testimoni oculari” successivi.
Il racconto di Elie Wiesel è dunque falso e assurdo… Ma è anche chiaramente pretestuoso: se egli e suo padre erano stati “selezionati” per il lavoro, perché furono portati in prossimità della “fossa di cremazione”?

Per scoprire il “terribile segreto” di Auschwitz e svelarlo ad altri detenuti in altri campi? Si tratta – evidentemente – di un banale artificio per poter giustificare una “testimonianza oculare” orrida e puramente fittizia.

Per approfondire: 

http://olodogma.com/wordpress/2013/0…-lacqua-calda/

Su Wiesel in Parlamento: 

http://www.focusonisrael.org/2010/01…-antisionismo/

“Illuminanti” le risposte nei commenti ad un oloscettico.

Ultimo appunto: in Legends of Our Time (New York, Avon Books, 1968, pp. 177-78), Elie Wiesel scriveva questo:

«Ogni ebreo, ogni parte di lui, dovrà procurarsi una zona di odio – un odio sano e virile – per ciò che il tedesco personifica e per ciò che è trasmesso nel tedesco. Agire altrimenti sarà tradire i morti».

Nel 1986 Elie Wiesel si vedeva consegnare il premio Nobel per la pace su proposta, come è noto, di 83 deputati del Bundestag. L’attribuzione di questo premio, pensavano i parlamentari, avrebbe costituito un grande incoraggiamento per tutti quelli che si impegnano in favore del processo di riconciliazione.

BELZEC (il campo di sterminio fantasma)

Otto varianti di sterminio sono state “certificate” dai testimoni oculari (fonte: “Olocausto allo Scanner” – di di Jürgen Graf)

Situato in Polonia, il campo di Belzec (da non confondersi con quello di Bergen-Belsen) fu, secondo la storiografia ufficiale, al terzo posto fra i campi di sterminio: 600.000 ebrei vi sarebbero stati gassati.
La storia di Belzec è una versione in miniatura dell’insieme della leggenda dell’Olocausto, per cui vale la pena di presentarla in modo relativamente particolareggiato.
Belzec fu aperto nel marzo 1942. Esso serviva da campo di transito per gli ebrei diretti in Russia. Poco dopo l’apertura del campo corsero voci sui massacri che vi si sarebbero perpetrati. Il revisionista italiano Carlo Mattogno approfondisce queste voci nel suo studio “Il mito dello sterminio ebraico”, Sentinella d’Italia, 1985.

Prima variante: gli ebrei erano spinti in una baracca dove si dovevano tenere in piedi su di una placca metallica attraverso la quale si faceva passare una corrente elettrica mortale (riportato nel dicembre 1942 dal giornale del governo polacco in esilio Polish Fortnightly Review).

Seconda variante: gli ebrei venivano fucilati, e quelli che non lo erano venivano gassati o uccisi con l’elettricità (dichiarazione fatta dal comitato d’informazione interalleato il 19 dicembre 1942).

Terza variante: gli ebrei erano uccisi dal calore dentro un forno elettrico. È ciò che afferma Abraham Silberschein (Die Judenausrottung in Polen, Ginevra, agosto 1944).

Quarta variante: descritta da Stefan Szende (vedi link), dottore in filosofia, nel suo libro Der letzte Jude aus Polen (Europa-Verlag Zurich/New York, 1945, p. 290 e segg.):

http://www.stiftung-bg.de/kz-oranien…dex.php?id=440

«La macina per uomini comprende uno spazio di circa sette chilometri di diametro. Questa zona è protetta da filo spinato e da ogni tipo di dispositivo di sicurezza. Nessuno ha il permesso di avvicinarsi a questa zona. Nessuno ha il permesso di lasciare questa zona […]. Si prende loro tutto […] Gli oggetti erano accuratamente classificati, inventariati e naturalmente messi al servizio della razza dei signori. Per sottrarsi a questo lavoro complicato e lungo tutti gli uomini in fila furono lasciati nudi. Gli ebrei nudi venivano condotti in sale gigantesche. Queste sale potevano contenere parecchie migliaia di persone per volta. Esse non avevano finestre, erano in metallo ed il loro pavimento era mobile.
Il pavimento di queste sale scendeva con le migliaia di ebrei dentro un bacino pieno di acqua, posto al di sotto, in modo tale che tuttavia le persone in piedi sulla placca metallica non erano completamente immerse.
Quando tutti gli ebrei in piedi sulla placca metallica avevano già l’acqua ai fianchi, si faceva passare nell’acqua una corrente ad alta tensione. Dopo qualche istante tutti gli ebrei, a migliaia alla volta, erano morti.
Poi il pavimento di metallo si alzava fuori dall’acqua. I cadaveri dei suppliziati
vi giacevano sopra. Un’altra linea elettrica veniva attivata e la placca metallica si trasformava in una bara crematoria, scaldata al calor bianco, fino a che tutti i cadaveri erano ridotti in cenere.
Potenti gru sollevavano allora la gigantesca bara crematoria e si evacuavano le ceneri. Dei grandi camini di officina evacuavano il fumo. Il processo era compiuto.
Il treno seguente attendeva già con i nuovi ebrei davanti all’entrata del tunnel. Ciascun treno portava da 3.000 a 5.000 ebrei, talvolta anche di più. C’erano dei giorni in cui la linea di Belzec aveva portato venti di questi treni ed anche
di più. La tecnica moderna trionfava nella regia nazista. Il problema dell’esecuzione di milioni di uomini era risolto».

Quinta variante: gli ebrei erano fulminati nelle docce elettriche e poi trasformati in sapone.
Questa versione è fornita da Simon Wiesenthal:

«Le persone, schiacciate le une contro le altre, incalzate dalle SS, dei lettoni e degli ucraini, entravano correndo dalla porta aperta nei “bagni”. Questi potevano contenere 500 persone alla volta. Il pavimento dei bagni era in metallo e le docce pendevano dal soffitto. Quando i bagni erano pieni le SS inviavano una corrente ad alta tensione, 5.000 volt, sulla placca metallica. Contemporaneamente le docce spruzzavano acqua. Un grido breve e l’esecuzione era terminata. Un ufficiale medico delle SS, il dottor Schmidt, constatava la morte delle vittime dalla finestrella, si apriva la seconda porta, “la squadra dei cadaveri” entrava e portava via rapidamente i morti. C’era di nuovo il posto per i 500 seguenti» 

(Der neue Weg, Vienna, n· 19-20, 1946).

Secondo Simon Wiesenthal, i cadaveri delle vittime non venivano «ridotti in cenere con delle resistenze di cremazione scaldate al calor bianco» come dichiara Stefan Szende; i carnefici ne facevano del sapone con la marca RIF, «Rein Judisches Fett», «puro grasso ebreo».

(N.B.: RIF significava «Reichsstelle fur industrielle Fettversorgang»: «Servizio di approvvigionamento industriale di materie grasse del Reich»)

«Nell’ultima settimana di marzo (1946), la stampa romena annunciò una notizia straordinaria: nella piccola città di Folticeni si sono solennemente sotterrate al cimitero giudaico, durante una cerimonia di inumazione conforme alle regole, 20 casse di sapone […] Le casse portavano la marca RIF – Rein Judisches Fett […] È alla fine del 1942 che fu pronunciata per la prima volta l’espressione «trasporto di sapone»! Avveniva nel Governatorato Generale e la fabbrica era in Galizia, a Belzec: 900.000 ebrei furono utilizzati come materia prima in questa fabbrica dall’aprile 1942 al maggio 1943 […] Il mondo culturale non può concepire il piacere con il quale i nazisti e le loro donne contemplavano questo sapone. Essi vedevano in ciascun pezzo di sapone un ebreo che era stato fatto sparire per incanto e si era anche impedita la crescita di un secondo Freud, Ehrlich o Einstein. […] L’inumazione del sapone in una cittadina romena ha qualcosa di soprannaturale. Il dolore stregato che alberga in questo piccolo oggetto d’uso quotidiano spacca il cuore già pietrificato dell’uomo del XX secolo. Nell’era atomica, il ritorno alla oscura cacina medioevale delle streghe fa l’effetto che può fare un fantasma. E però è la verità!»

(Der neue Weg, Vienna, n·17/18, 1946).

Sesta variante: gli ebrei erano assassinati mediante la calce viva. Questa versione è dovuta al polacco, non ebreo, Jan Karski (foto), autore del libro Story of a Secret State edito nel 1944 (Houghton Miffling, Boston, The Riverside Press, Cambridge), pubblicato in francese nel 1948 col titolo Mon Témoignage devant le monde (edizioni S.E.L.F., Parigi), dal quale estraiamo il passaggio che segue (cito in R. Faurisson, Réponse à Pierre Vidal-Naquet, 1982, p. 44):

«Il pavimento del treno [che trasportava gli ebrei] era stato ricoperto di uno spesso strato di polvere bianca, calce viva. Tutti sanno quello che succede quando si versa dell’acqua sulla calce […] Stava arrivando il crepuscolo quando i 45 vagoni (io li avevo contati) furono pieni. Il treno con il suo carico di carne torturata vibrava e urlava come fosse indemoniato».

Settima variante: gli ebrei erano uccisi per mezzo dello Zyklon che era introdotto nei locali delle docce grazie ad un sistema di tubi. È questa versione che decise di propendere un tribunale tedesco nel 1965, ai tempi del processo di Belzec, versione seguita anche da Adalbert Rückerl, ex direttore dell’Ufficio Centrale di Ludwigsburg incaricato dell’informazione sui criminali nazisti, nel suo libro Nationalsozialistische Vernichtungslager im Spiegel Deutscher Strafprozesse (Deutscher Taschenbuchverlag, 1977 p.133). Il tribunale e il signor Rückerl precisano che in capo a qualche settimana si è poi passati ai gas di scappamento. É stata necessaria qualche settimana perché le SS si accorgessero che i granuli di Zyklon rifiutavano di passare per i tubi.

Ottava variante: gli ebrei erano assassinati dai gas di scappamento dei motori Diesel. Noi citiamo qui un passaggio del Rapporto Gerstein, rapporto che passa, con la «confessione» di Höss, come la prova più importante dell’Olocausto. L’ufficiale delle SS del Servizio Sanità Kurt Gerstein si arrese alle truppe della Prima Armata Francese che occupavano il Wurttemberg nell’aprile 1945 e, prima di suicidarsi in prigione nel luglio dello stesso anno, rese la sua confessione, o più esattamente le sue sei confessioni, poiché, come il francese Henri Roques [nonché, in precedenza, Carlo Mattogno] ha brillantemente dimostrato nella sua tesi di laurea, non esistono del Rapporto Gerstein meno di sei versioni, che divergono talvolta considerevolmente fra loro. Secondo le sue sei deposizioni, Gerstein visitò Belzec e Treblinka nell’agosto 1942. A suo avviso, secondo una delle versioni della sua «confessione», 25.000.000 di persone[!!??] furono gassate. A Belzec, da 700 a 800 persone si ammucchiavano in una camera a gas di 25 mq, cioè da 28 a 32 persone per metro quadrato (ed è un ingegnere che lo afferma). Il ricordo di un mucchio di scarpe di detenuti assassinati che poteva raggiungere, secondo certe versioni, un’altezza da 35 a 40 metri, corona questa testimonianza, che figura peraltro in pressoché tutti i manuali scolastici ed in tutti i libri di storia. Ecco un estratto di una delle sei confessioni (André Chelain, Faut-il fusiller Henri Roques?, Polémiques, Ogmios Diffusion, 1986, pp. 90-91; il libro di Chelain contiene il testo completo della tesi di Roques Les «confessions» de Kurt Gerstein. Etude comparative des différentes versions. Etude critique):

«Le camere si riempiono, “Caricate bene”, ha ordinato il capitano Wirth. Essi stanno gli uni sui piedi degli altri. Da 700 a 800 esseri umani in 25 mq, in 45 metri cubi […] Le porte si chiudono. Durante questo tempo gli altri attendono fuori nudi […] Ma la macchina diesel non si avvia […]. Wirth arriva. Si vede che gli spiace che ciò succeda proprio oggi quando io sono presente. Si, io vedo tutto ed ascolto tutto! Il mio orologio ha tutto ben registrato, 50 minuti, 70 minuti – il diesel non parte; le persone attendono in queste camere invano. Le si sentono piangere e singhiozzare “come alla sinagoga”, nota il professore Pfannenstiel che ha messo l’orecchio contro la porta di legno […].

Dopo due ore e quarantanove minuti – il mio cronometro lo ha registrato – il diesel parte. Fino a questo momento questi esseri umani vivono nelle camere già riempite: 4 camere per 750 uomini ciascuna, 45 metri cubi ciascuna.

Passano 25 minuti. È vero che molti sono già morti: si vede attraverso la piccola finestrella illuminando un istante la camera con la luce elettrica […].
28 minuti più tardi sono rari quelli che vivono ancora. Infine dopo 32 minuti tutti sono morti; […]»

Per inspiegabili ragioni gli storici preferiscono il Rapporto Gerstein alle altre sette varianti.

Il gas di scappamento dei motori diesel contiene una modesta percentuale di ossido di carbonio (vedere Friedrich Paul Berg, in Ernst Gauss, Grundlagen zur Zeitgeschichte, Grabert, 1994).
I prigionieri nella camera a gas così affollata sarebbero morti asfissiati molto prima che l’ossido di carbonio avesse esercitato i suoi effetti. Si tralascia inoltre di considerare che un motore a benzina sarebbe stato uno strumento di morte molto più efficiente di un motore diesel. In realtà, se avessero voluto gassare persone in grande numero, i tedeschi non avrebbero evidentemente utilizzato un motore, ma uno dei tanti gas tossici di produzione industriale. Ci si trova dunque di fronte ad una flagrante contraddizione: il genio tecnico che si attribuisce ai tedeschi e che doveva loro permettere di uccidere milioni di persone all’insaputa del mondo e senza lasciare la minima traccia è incompatibile con la stupidità di cui avrebbero dato prova nella messa in opera del criminale progetto scegliendo , fra tutte le armi possibili, la meno efficace.
Ma prescindendo dalle «tecniche di sterminio» quali prove abbiamo dell’assassinio di 600.000 persone a Belzec?
Un’ispezione sul sito del vecchio campo di Belzec non è di alcun aiuto poiché non vi si trova che un prato, e niente altro.
Non possediamo un solo documento al riguardo. Si risponde che i nazisti avrebbero sempre trasmesso oralmente gli ordini concernenti gli assassinii.
Non si sono trovate fosse comuni. Si risponde che i nazisti avrebbero bruciato i cadaveri.
Anche i resti delle 600.000 vittime sono però spariti. Si risponde che i nazisti avrebbero disperso le ceneri. Non ci si spiega però che cosa sia avvenuto delle ossa; la maggior parte delle persone ignora che le ossa, e a maggior ragione i denti, non bruciano che parzialmente, e che essi devono essere macinati.

Delle camere a gas non è restata neanche l’ombra. Si risponde che i nazisti avrebbero fatto saltare le camere a gas ed avrebbero sgomberato le macerie.
Belzec è assolutamente assente dalle statistiche del SIR di Arolsen, nelle quali il campo di concentramento di Neuengamme, per esempio, figura esattamente con 5.780 decessi provati – i morti di Belzec non sono stati registrati da nessuna parte.
Non ci sono più testimoni oculari sopravvissuti. Uno solo dei 600.000 ebrei deportati a Belzec, un certo Rudolf Reder, è sopravvissuto nel campo, ma è deceduto negli anni Sessanta.
Quali prove abbiamo allora dei 600.000 assassinati di Belzec?

Nessuna. Non la minima prova.

L’inesistente camera a gas di Buchenwald (la storiografia cosiddetta ufficiale ha accettato da anni il fatto che in Germania non ci furono “campi di sterminio”) certificata dal testimone oculare e “resistente” Abbé Georges Hénocque… a Parigi e in tutta la Francia intitolano vie e piazze a questo bugiardissimo testimone oculare.

Ecco cosa è riuscito ad inventarsi l’abate pinocchio.

Fonte: Abbé Georges Hénocque, Les Antres de la Bête, G. Durassie et Cie, Parigi, 1947, citato da R. Faurisson, Mémoire en Défense, 1980, p. 192 e seg.:

«[…] All’interno i muri erano lisciati, senza fessure e come verniciati. All’esterno si vedevano, al lato dello stipite della porta, 4 bottoni messi uno sopra l’altro, uno rosso, uno giallo, uno verde, uno bianco.
Tuttavia un dettaglio mi preoccupava: non capivo come il gas potesse scendere dai fori del doccino fino in basso. La stanza in cui mi trovavo era costeggiata da un corridoio. Vi entrai e là vidi un enorme tubo che le mie due braccia non arrivavano a contornare completamente e che era ricoperto, per lo spessore di un centimetro circa, di gomma.
A lato, una
manovella che si girava da sinistra a destra, liberava l’arrivo del gas. Con una forte pressione esso discendeva fino a terra così che nessuna vittima poteva sfuggire a quella che i tedeschi chiamavano “la morte lenta e dolce “.

Sotto il punto in cui il tubo faceva gomito per penetrare nella camera a gas, erano sistemati gli stessi pulsanti esistenti nella porta esterna: rosso, verde, giallo, bianco, che servivano evidentemente a dosare la discesa del gas.
Tutto era architettato ed organizzato scientificamente. Il Genio del Male non avrebbe potuto fare di meglio.
Rientrai nuovamente nella camera a gas per cercare di trovare quella del forno crematorio
.

Ciò che fin dal principio colpì il mio sguardo fu una sorta di barella girevole in ferro. Questo congegno perfezionato si manovrava senza fatica e affrontava il contatto bruciante dei forni. Vi si ammucchiavano i cadaveri raccolti nella stanza vicina e lo si portava davanti alla fornace.

Quando io feci questa indimenticabile e inquietante visita, le apparecchiature erano in pieno funzionamento, con il loro carico completo […].
Dopo aver esaminato ancora una volta questo inferno e proseguendo, in uno spesso e pesante silenzio, la mia lugubre passeggiata, aprii la porta di una terza stanza. Era la camera dei… prenotati.

Là erano ammassati i cadaveri di quelli che non si erano potuti bruciare il giorno stesso e che si conservavano per l’indomani. Nessuno potrebbe immaginare, se non l’avesse visto, l’orrore di questa terza scena. In un angolo della stanza, a destra, i morti, nudi, spogliati, gettati alla rinfusa, senza alcun rispetto si ammucchiavano in posizioni bizzarre. Le mascelle erano state spezzate per strapparne le protesi in oro, senza parlare delle «perquisizioni» odiose praticate su quei corpi per assicurarsi che non celassero alcun gioiello capace di aumentare il tesoro dei mostri nazisti […]

Gettando un ultimo sguardo su quel luogo di scandalo e di spavento, lessi, al chiarore delle fiamme che sfuggivano dalla fornace, a 8 o l0 metri d’altezza, la quartina cinica disegnata sull’edificio del crematorio. Eccone la traduzione:
Il verme disgustoso non deve nutrirsi del mio corpo.
La fiamma pura, è lei che deve divorarlo.

Ho sempre amato il calore e la luce. Perciò bruciami e non seppellirmi.

Mi restava, infine, da contemplare lo spettacolo di cui doveva inorgoglirsi la scienza germanica: su più di un chilometro di lunghezza e per un’altezza di quasi un metro e cinquanta, le ceneri accuratamente raccolte nei forni e utilizzate per concimare i campi di carote e cavoli!
È cosi che centinaia di migliaia di esseri, entrati vivi in questo inferno, uscivano come concime…

Ora, grazie alla mia imprudente intrusione, avevo visto tutto quello che volevo vedere.»

P. S.: nessuno di questi sedicenti “testimoni oculari” è MAI stato accusato, giudicato e punito per aver reso falsa testimonianza… Nemmeno quando le loro menzogne hanno portato al patibolo degli innocenti.

LA PRIMA GASAZIONE OMICIDA AD AUSCHWITZ 
Carlo Mattogno ricostruisce il “quadro storico” utilizzando le numerose testimonianze sulla prima gasazione omicida avvenuta ad Auschwitz

Fonte: http://vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf (pag. 107)

Un giorno, tra la primavera del 1941 e il novembre-dicembre del 1942, ad Auschwitz, nel vecchio crematorio, o nello scantinato del Block 11, oppure a Birkenau, fu eseguita la prima gasazione di persone. 

Alcune testimonianze menzionano la data esatta: il 14 agosto, o il 15 agosto, il 3 – 5 settembre, o il 5 – 6 settembre, o il 5 – 8 settembre o il 9 ottobre 1941.

La gasazione fu eseguita dopo l’appello serale, durante la chiusura dei blocchi (Blocksperre), in modo che nessun detenuto potesse vedere ciò che avveniva, oppure in pieno giorno, davanti agli occhi dei detenuti oziosamente sdraiati al sole. 

Già in precedenza le finestre dello scantinato erano state murate, o ricoperte di terra, o riempite di sabbia o sbarrate con assi di legno. 

Nel seminterrato del Block 11 furono rinchiusi soltanto prigionieri di guerra russi, che erano solo ufficiali, o ufficiali e sottufficiali, o soldati semplici, o partigiani, o commissari politici, oppure non erano affatto russi, ma polacchi, o erano prigionieri russi e detenuti polacchi.

Le vittime della gasazione furono 60, o 200, o 400, o 500, o 600, o 680, o 700, o 850, o 1.473 prigionieri russi e 100 -150, o 190, o 196, o 200, o 220, o 250, o 257, o 260, o 300, o 400, o 1.000 detenuti polacchi.
Quel che è certo, comunque, è che il loro numero totale fu di 200, o 300, o 320, o 350, o 500, o 696, o 800, o 850, o 857, o 980, o 1.000, o 1.078, o 1.400, o 1.663.

I detenuti malati erano stati selezionati nei blocchi ospedale dal dott. Schwela, o dal dott. Jungen, oppure dal dott. Entress. 

Questi malati furono portati nelle celle del Block 11 dagli infermieri, oppure dai detenuti della compagnia di punizione.
Palitzsch da solo, o insieme a un SS soprannominato “Tom Mix”, o insieme a un altro chiamato lo “strangolatore”, oppure Breitwieser, gettarono nel corridoio, o nelle celle tre barattoli di Zyklon B in tutto, oppure 2 barattoli in ogni cella.

Lo Zyklon B fu introdotto attraverso la porta, o attraverso la presa d’aria di ventilazione (Lüftlungsklappe), o attraverso aperture al di sopra delle porte delle celle. 

La gasazione fu eseguita nelle celle, o in una sola cella, o nel corridoio, o nella “camera a gas” e le porte delle celle erano state chiuse ermeticamente, oppure divelte.

Le vittime morirono immediatamente, oppure erano ancora vive dopo 15 ore. I cadaveri furono evacuati il giorno dopo, o la notte dopo, o 1- 2 giorni dopo, o 2 giorni dopo, o 3 giorni dopo, o il quarto giorno, o il sesto giorno, esclusivamente da infermieri, per l’esattezza oltre 20, o 30, o 80, oppure esclusivamente da 20 detenuti della compagnia di punizione. 

Il lavoro durò un giorno intero, o una notte intera, o 2 notti, o 3 notti. 

I cadaveri furono svestiti nel corridoio del Block 11, o nel cortile esterno, oppure non furono svestiti affatto. I cadaveri delle vittime furono portati al crematorio e cremati, oppure portati a Birkenau e inumati in fosse comuni, oppure parte cremati e parte inumati. (…)

6 MILIONI? Ma nemmeno per sogno! Facciamo 20 milioni?
OK Abraham… Direi che 20 milioni può andare… Se consideriamo i tassi di interesse attuali, 6 milioni nel 1945 possono tranquillamente diventare 20 milioni ai giorni nostri… Anzi… In quasi 70 anni è ancora poco…. Chi offre di più?

(…) “L’olocausto ha cancellato 20 milioni di ebrei in cinque anni, senza un perchè. Ci uccidevano come insetti: non ci riprenderemo mai da quello che abbiamo perso”. (…)

Abraham Yehoshua (scrittore israeliano), Cortina 14 agosto 2010

fonte: http://www.italpress.com/cortina-inc…-insediamenti-

L’ammazzatoio a pedale

Secondo le accuse sovietiche, i tedeschi hanno assassinato nel campo di concentramento di Sachsenhausen non meno di 840.000 prigionieri di guerra russi procedendo come segue:

«Nel piccolo locale c’era un’apertura di circa 50 cm. I prigionieri di guerra si dovevano mettere con la testa all’altezza del buco ed un tiratore che si trovava dietro il buco gli sparava. Ma questo dispositivo era in pratica insufficiente, poiché, spesso, il tiratore non colpiva il prigioniero. In capo ad otto giorni si creò un nuovo dispositivo. Il prigioniero era piazzato, come prima, presso la parete; poi si faceva scendere lentamente una piastra di ferro sulla sua testa. Il prigioniero di guerra aveva l’impressione che si volesse misurare la sua altezza. C’era nella piastra di ferro un chiodo e affondava nella nuca del prigioniero. Questi crollava morto sul pavimento. La piastra di ferro era azionata per mezzo di una leva a pedale che si trovava in un angolo di questo locale.» 

(Processo dei grandi criminali di guerra davanti al tribunale militare internazionale, Norimberga, 14 novembre 1945 – 1 Ottobre 1946 – volume VII, pagg. 416-417).

Secondo l’accusa, i cadaveri di 840.000 prigionieri di guerra assassinati in tal modo erano stati inceneriti in quattro crematori mobili montati sul rimorchio di un camion. Né l’ammazzatoio a pedale, né i crematori mobili capaci di incenerire ciascuno 210.000 cadaveri in un tempo record, né gli innumerevoli altri prodigi tecnici descritti a Norimberga sono stati presentati al tribunale come corpo del reato. Ma l’assenza del corpus delicti è stata largamente controbilanciata dalle dichiarazioni scritte di testimoni che deponevano sotto giuramento.

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Le Falsificazioni Fotografiche della Propaganda e l’ “Olocausto” Ebraico (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Gennaio 2017)

Pubblico a seguire un interessantissimo articolo revisionista di Udo Walendy, visibile integralmente all’indirizzo: http://ita.vho.org/valendy/ugo.htm

Tale articolo mi è stato consigliato dal Camerata pescarese Paolo Censi, sempre attento alle tematiche storiche e revisioniste, e rappresenta, come ogni anno, la nostra piccola risposta allo squallido bombardamento mediatico intorno alla cosiddetta giornata della “memoria”, che in realtà sta diventando più un bimestre che una giornata, dato che dai primi di gennaio alla fine di febbraio non si fa altro che vedere film, telefilm, interviste, articoli di giornale e quant’altro, che parlano del cosiddetto olocausto.

Confesso, ne farei volentieri a meno, tanto più in un mondo che sta cadendo a pezzi grazie a fenomeni migratori di massa, terrorismo più o meno indotto dai poteri forti, disoccupazione, crisi, ma tale e tanta è la protervia con cui la lobby giudaica invade la nostra vita e pretende di condizionare le nostre menti, da meritare una seppure minima risposta, data la flebile voce con la quale possiamo cercare di ristabilire la verità storica, ma soprattutto la capacità logica delle persone.

Ormai viviamo in una sorta di perenne stato di ipnosi collettiva, tanto profondo da spingere i falsari dell’informazione a pubblicare notizie talmente assurde da non avere alcuna parvenza di autenticità, ma che nonostante questo i coglioni che giornalmente leggono su Facebook notizie false senza accorgersene (anzi, le commentano pure!), le credono vere… Mi è capitato, poco dopo il famigerato 27 gennaio, di leggere una notizia a proposito di una cara vecchina ebrea, giunta alla veneranda età di 101 anni, la quale non solo sarebbe scampata ad una mezza dozzina di campi di sterminio, ma addirittura sarebbe divenuta famosa per la sua fortuna, in quanto risparmiata ad Auschwitz perché… Era finito il gas!

Ora, a parte il fatto che chi veramente ha subito sevizie e torture in veri campi di concentramento, tipo gli italiani scampati ai lager di Tito, difficilmente hanno poi raggiunto i 60 anni di età, dati i segni inguaribili lasciati sul corpo e nello spirito dalle torture… Ma anche prescindendo da questo, è mai possibile credere che si risparmino dei condannati a morte perché era finito il gas? Erano forse finite anche le pallottole per fucilarli? O la corda per impiccarli?

Eppure l’esercito di cerebrolesi che oggi popolano il mondo prende per buona qualsiasi cretinata venga pubblicata dai giornali, o dai mitici “social”!

Altro triste esempio mi è capitato leggendo i commenti ad un articolo del Giornale; qui un emerito coglione, che si definiva orgogliosamente “fascista” (Sigh!) antinazista, straparlava della barbarie dell’olocausto e delle bombole di gas che venivano consegnate ai campi di sterminio per trucidare gli ebrei! Capito? Bombole di gas! Probabilmente questo coglione è convinto che l’olocausto sia avvenuto grazie alle bombole di GPL che vede in vendita presso diverse stazioni di servizio, ma se si fosse curato di leggere anche solo un paio di pagine relative al dibattito storico revisionista, saprebbe bene che il gas Zyklon B, che si pretende sia stato usato nel cosiddetto olocausto, era in realtà conservato in grossi barattoli, e che si presentava allo stato solido in piccoli pallini, i quali sviluppavano poi il gas nocivo (in realtà usato contro pidocchi e parassiti) soltanto dopo essere stati riscaldati ad un temperatura superiore ai 26° C.!

Ovviamente, contro “menti” di questo livello serviranno a ben poco le mie parole, come  a nulla sono valse quelle di storici e tecnici migliaia di volte più competenti ed informati di me… Ma dire la verità in un mondo che si regge solo sulle menzogne è sempre un atto dovuto, e non mi sottraggo neppure in questo nuovo anno, cedendo la parola allo scritto di Udo Walendy.

Premetto che le fotografie delle quali si parla nell’articolo non sono riportate tutte in questa sede, sia per questioni di spazio, sia per questioni di veste grafica (purtroppo ci arrangiamo come possiamo). Magari questo convincerà qualcuno a posare lo smartphone, ad uscire da Facebook ed a connettersi al sito revisionista indicato per visualizzare al meglio le foto mancanti, e magari anche gli altri articoli del sito!

Carlo Gariglio

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Le fotografie hanno giocato un ruolo centrale nell’armamentario col quale la propaganda di guerra Alleata ha calunniato il nemico già nella Prima Guerra Mondiale, come F. Avenarius ha dimostrato con numerosi esempi. Le tecniche di ritocco erano tuttavia molto grezze in quei tempi, e le falsificazioni erano molto facili da scoprire per un occhio allenato. Comunque, anime così critiche erano poche e, cosa più importante, non del tutto benvenute nell’atmosfera agitata della Prima Guerra Mondiale. Oggi alcuni esperti scuotono la testa dallo stupore per il fatto che persino disegni e caricature di contemporanei, disegnate rozzamente e facilmente riconoscibili come tali, fossero accettate come verità genuina. Ma siamo sicuri di poter riscontrare tale atteggiamento nella maggioranza delle persone? Vedremo che la risposta più appropriata è no.

La propaganda Alleata ha fatto ampio uso di fotografie manipolate, in parte o del tutto, anche dopo la Seconda Guerra Mondiale. Va da sé che, per ragioni di spazio, potremo offrire solo qualche esempio di dette manipolazioni. Prima di passare agli esempi è, in ogni caso, necessario fare qualche premessa: in generale è possibile distinguere fra tre generi di falsificazione:

  1. Le fotografie sono genuine e non ritoccate, ma vengono apposti commenti falsi. Questa non è davvero una falsificazione delle fotografie per sé, ma piuttosto una falsa esposizione di quello che vi è mostrato. Questo, comunque, non è mai stato uno dei metodi più efficaci di falsificazione, poiché dopo tutto la fotografia stessa è genuina ed il commento ingannevole spesso può essere svelato, se quello che il ritratto mostra davvero può essere verificato mediante fonti affidabili. In alcuni casi, comunque, i dettagli in una fotografia possono bastare per verificare che il contenuto dichiarato è falso. Ad esempio, quando l’ubicazione, le persone o gli oggetti, che appaiono nella fotografia, non possono essere messi d’accordo con quello che affermano le didascalie.
  1. Le fotografie genuine sono state alterate nei loro dettagli. Per i falsificatori, questo comporta, prima di tutto, la necessità di localizzare sezioni specifiche di una fotografia al fine di rimuovere quelle parti che potrebbero confutare la falsa didascalia che la fotografia deve portare. Una seconda variazione coinvolge l’aggiunta o l’inserimento di una porzione di una fotografia, cambiata o immutata, in un’altra fotografia che a sua volta può essere genuina o alterata, producendo una modifica del messaggio complessivo che la fotografia comunica. La modifica della porzione genuina è limitata di solito ad un cambio delle facce mostrate, od alla resa irriconoscibile di parti della fotografia non desiderate. Fino alla fine degli anni 70 e inizio anni 80, questo fu fatto a mano, cambiando o completando artisticamente degli ingrandimenti della fotografia. Falsificazioni di questo tipo di solito sono facili da scoprire per l’occhio esperto: raramente sono resi perfettamente, ed in modo realistico, i dettagli come le ombre e la prospettiva. Ci sono casi, comunque, dove tali modifiche sono fatte con eccezionale precisione. Oggi, l’avanzata tecnologia del computer permette la manipolazione quasi illimitata di documenti fotografici, ed i ritocchi non sono più dimostrabili. Esistono programmi di moderni computer che possono compiere manipolazioni perfette di ombre e distorcere delle immagini in prospettiva così come cambiare i colori originali e variare le forme delle fotografie. Dunque, nell’epoca attuale, i documenti fotografici hanno perso il loro valore di prova. Per questa ragione qualsiasi fotografia, che si riferisce a temi storici controversi, se viene pubblicata oggi per la prima volta, deve essere severamente esaminata come prova. Soltanto la prova che il materiale fisico del corrispondente negativo (o delle trasparenze) è stato realizzato prima dell’era del computer rende, ad una fotografia, la qualifica di documento storico.
  1. Falsificazione completa. Se una supposta “prova fotografica” consiste in un disegno fotografato, e/o assemblato con parti di altre fotografie, questo rappresenta una falsificazione completa. La linea che divide le fotografie alterate e le falsificazioni complete è per sua natura molto fluida. Come le fotografie ritoccate, tali falsificazioni possono essere scoperte attraverso il riscontro di discordanze nel tipo di ombre, nella prospettiva, nelle forme, nei colori e nella direzione delle linee. Inoltre, falsificazioni possono essere scoperte grazie a prove dell’impossibilità di certe combinazioni di persone, oggetti e ubicazioni mostrate.

Alla luce della dimostrata equivocità dei testimoni, delle confessioni e di quant’altro attesti la persecuzione Nazionalsocialista degli ebrei, chi ci può assicurare che le “prove fotografiche” mostrateci negli anni recenti siano genuine? A nostro avviso, sarebbe molto preferibile dare un’occhiata più da vicino a tali “documenti”.

In questa era di periodici illustrati e televisione, le “prove fotografiche” hanno una potente influenza pedagogica (se non di vero e proprio plagio) sulle persone, e, perciò, le fotografie alterate conservano un notevole effetto propagandistico che non può essere sottovalutato. Questo è particolarmente vero nel contesto della persecuzione nazionalsocialista degli ebrei, un tema per il quale la maggioranza delle persone ora ha acquisito una specie di “risposta pavloviana”, ovvero un atteggiamento di costernazione rituale che rende quasi impossibile qualsiasi accertamento critico della prova presentata.

In seguito, alcune immagini che sono mostrate come prova di episodi della persecuzione nazionalsocialista degli ebrei saranno discusse ed analizzate criticamente. Ripetiamo che a causa dello spazio limitato a disposizione, questa discussione non potrà essere per nulla esauriente, né riguardo al numero di fotografie che meritano di essere analizzate, né in termini di spazio per ciascuna analisi.

Spesso è difficile verificare che una fotografia mostra effettivamente ciò che riporta la didascalia. Di solito c’è solamente la testimonianza del testimone oculare come conferma, vale a dire quella del fotografo da una parte e, dall’altra, quella di persone che testimoniarono l’evento e che forse appaiono nella fotografia. I posti ritratti nelle fotografie aiutano a determinare, con sufficiente certezza, oltre al luogo anche il tempo in cui la foto fu scattata. La presenza nella fotografia di personalità note la cui partecipazione all’evento è verificabile può essere molto di aiuto per facilitare l’identificazione. Se, comunque, una fotografia mostra solamente persone la cui identità non può essere accertata, e se lo sfondo della fotografia non mostra nulla di singolare o di caratteristico che permetterebbe di essere spazialmente e magari anche temporalmente messo in corrispondenza con l’immagine, allora ci si troverà veramente alla mercé del fotografo e delle sue affermazioni. Se anche il fotografo è ignoto, e tutte le prove che abbiamo si fondano su testimonianze e dicerie, allora tali fotografie sono inutilizzabili come documenti storici, perché chiunque allora potrebbe dichiarare qualsiasi cosa, sicuro di essere creduto.

In tutte le foto riprodotte di seguito, sono sconosciute tanto le persone mostrate quanto chi ha scattato le fotografie. Questa è una prerogativa caratteristica di quasi tutte le cosiddette “prove fotografiche” che riguardano l’assassinio degli ebrei. Diamo qualche esempio.

Ill. 1: Le cosiddette teste mummificate, da R. Neumann, “Hitler – Aufstieg und Untergang des Dritten Reichs”, Monaco di Baviera: Oldenbourg, 1961, p. 183.

La nostra prima fotografia mostra quello che viene affermato essere una raccolta di campioni medici che i soldati americani trovarono alla liberazione del campo di Buchenwald. Viene dichiarato che questi esemplari sono parti di corpi di detenuti morti. Abat-jour, rilegature di libri e segnalibri di pelle umana tatuata, così come queste due teste mummificate, causarono particolare impressione. A parte il processo di Norimberga, servirono come prova principale nel processo al Ilse Koch, la moglie del primo Comandante di Buchenwald (1).

Fu affermato che lei selezionava detenuti vivi in base ai loro tatuaggi, e che li uccideva al fine di ottenere i vari articoli fabbricati con le loro pelli. A. L. Smith trovò, nel suo studio particolareggiato della questione, che gli oggetti che la Commissione Americana aveva identificato essere fatti di pelle umana scomparvero senza lasciare traccia dopo essere stati spediti al Tribunale Militare Internazionale (IMT) di Norimberga (2). Secondo una dichiarazione del Generale americano Clay, i presunti abat-jour di pelle umana erano in realtà fatti di cuoio di capra (3). Tutti gli oggetti scoperti più tardi erano cuoio, stoffa o cartone. Nell’atmosfera di “isteria e suggestione di massa” (4) prevalente in quel periodo, Ilse Koch, contro cui in un primo tempo era stata emessa una sentenza di ergastolo dagli americani a Dachau, sentenza che poi le fu condonata, fu nuovamente condannata all’ergastolo da una corte tedesca, e più tardi si suicidò. Le due teste mummificate, che furono ammesse come prova, risultarono essere di origine Sudamericana, e portavano ancora il numero di inventario di un museo antropologico tedesco.

Ill. 2: Queste sono vittime di un presunto massacro perpetrato dal battaglione ‘Nachtigall’. Da H. Bergschicker, “Der zweite Weltkrieg”, Berlino: Deutscher Militärverlag, 1968.

Secondo Bergschicker, l’illustrazione 2 mostra le vittime “macellate” dal battaglione dei nazionalisti ucraini “Nachtigall” il cui capo era ragionevolmente Theodor Oberländer (5). Nel suo libro “Der rote Rufmord”, Kurt Ziesel provò che questa campagna contro Oberländer era basata su una falsa didascalia (6). La fotografia infatti mostra le vittime dell’NKVD (7) sovietico che liquidò in massa i nemici del regime sovietico prima della ritirata dell’Armata Rossa, nel 1941. Questo caso non è isolato. È pratica comune per la propaganda addebitare, i massacri compiuti dagli Alleati, ai tedeschi. Questi ultimi, se in sede processuale non “confessano”, non possono sperare in alcuna clemenza da parte dei loro aguzzini.

Ill. 3: La fotografia riprodotta nella rivista americana Life del 21 Maggio 1945, che mostra i “corpi di più di 3,000 lavoratori-schiavi a Nordhausen.”

L’illustrazione 3 mostra un esempio simile, che fu stampato il 21 Maggio 1945 dalla rivista americana Life, insieme ad altre riviste. La fotografia mostra i presunti lavoratori-schiavi morti nel campo di concentramento di Nordhausen. Il periodico affermò nel suo commento che questi detenuti morirono di fame, fatiche, e bastonate. Invece, M. Broszat e altri hanno stabilito che questi detenuti, morti nel campo di concentramento, erano vittime di un raid aereo Alleato(8).

Ill. 4a: Fotografia ritoccata, intitolata “trasporti verso i ghetti e i campi di sterminio”, in H. Eschwege, Kennzeichen J, Berlino: Deutscher Verlag der Wissenschaften, 1981.

La fotografia 4a è stata presentata ripetutamente in diversi libri (in qualcuno anche come immagine di copertina) ed in diverse lingue come prova di deportazioni inumane di ebrei in ghetti e campi di sterminio (9), ed è stata anche mostrata come tale sulla televisione tedesca (10).

La fotografia dell’archivio dell’Amministrazione Ferroviaria Federale di Amburgo, comunque, rivela ciò che questa immagine realmente mostra. È un treno merci carico di rifugiati tedeschi delle regioni dell’Est, diretti verso la regione della Ruhr, che stanno in piedi nella Stazione Ferroviaria Centrale di Amburgo nel 1946, dopo la fine della guerra.

È cosa notoria che centinaia di migliaia di profughi tedeschi cercarono scampo verso Ovest per sfuggire alle persecuzioni dell’occupante sovietico e dei suoi piccoli ed asserviti alleati dei paesi dell’Est Europeo.

Si potrà agevolmente notare, osservando la foto ritoccata e l’originale, riprodotto di seguito, come siano stati eliminati con cura i particolari che avrebbero permesso l’identificazione della Stazione Centrale di Amburgo ed il camuffamento del treno passeggeri a due piani sullo sfondo (sono spariti i finestrini). Quest’ultimo ritocco permette non solo l’impossibilità di riconoscere il treno passeggeri, ma anche di conferire all’immagine un carattere notevolmente più tetro, colpendo in maniera diretta l’immaginazione dell’osservatore.

Ill. 4b: La fotografia originale dell’Amministrazione Ferroviaria Federale. Il suo sottotitolo: “Treno merci pieno di profughi, 1946. Convoglio totalmente carico in direzione della Ruhr. Sullo sfondo, il treno passeggeri a due piani per Lubecca.”

La fotografia originale, non ritoccata, dell’illustrazione 4b si trova nella Stazione Centrale di Amburgo (11).

Ill. 5 (a, b): La fotografia a sinistra fu pubblicata nel periodico “Spiegel” (42/1966) col sottotitolo, “Il sistema di schiavi perfetti nello stato delle SS”; a destra noi vediamo una variazione su questo tema, intitolata “prescrizione sadica delle SS: la sospensione ad un albero”, riprodotta in H. Eschwege, op. cit. (nota), p. 266.

Secondo il periodico “Spiegel”, l’illustrazione 5 mostra una guardia del campo di concentramento con le sue vittime in Buchenwald. Viene affermato che i detenuti avevano le mani allacciate e venissero appesi ad alberi(12). Possiamo solamente invitare chiunque a provare quella posizione: vada in una palestra, si sospenda alle sbarre del muro con le braccia, e tenti di tenere in tensione in quel modo le ginocchia. Siamo pronti a complimentarci con i suoi ottimi muscoli se riesce a tenere questa posizione per più di un minuto.

Tra l’altro, le immagini secondo le quali supposti detenuti sono allacciati agli alberi paiono essere straordinariamente frequenti. È possibile d’altronde notare che non sembra esserci una corda: infatti le corde sarebbero sufficientemente spesse per essere visibili in una fotografia. Così, questo sembrerebbe essere un fotomontaggio, se non una contraffazione completa, come ad esempio un disegno.

Ill. 6 (a): Intitolata “uomini delle SS incidono stelle sulla pelle degli ebrei”, questa immagine apparve in “Faschismus, Getto, Massenmord”, pub. in Frankfurt/Main dall’Istituto di Storia ebraica di Varsavia, 1960; p. 42.

Ill. 6 (b): sinistra: particolare, pubblicato in R. Neumann, “Hitler – Aufstieg und Untergang des Dritten Reichs”; si noti che le ‘stelle’ si sono spostate. Destra: la stessa immagine così com’è mostrata in T. Kotarbinski, “Meczenstwo walka, zaglada zydow W Polsce 1939-1945”, Warsaw, 1960 Ritratto N.ro 38.

All’inizio del 1994, le illustrazioni 6 (a, b[sinistra e destra]) ebbero una notevole diffusione propagandistica allorquando una ragazza in Halle disegnò uno swastika sulla sua persona e montò una impostura con l’appoggio dei media, degli accusatori professionisti e dei movimenti “progressisti”, dicendo di essere vittima di “estremisti di destra” (13). La sua idea non era per nulla nuova, come si può vedere dalle stelle mobili di David sulle teste dei tre ebrei anonimi qui fotografati (14). È un fotomontaggio o sono state dipinte?

Ill. 7: Foto mostrata come Documento 57 da Pressac nell’edizione tedesca di “Die Krematorien von Auschwitz”, Monaco di Baviera: Piper, 1994.

Ill. 8: Un ingrandimento dell’ill. 7, in G. Schoenberner, op. cit. (nota), p. 162. Il braccio sinistro dell’uomo che avanza sui presunti corpi è troppo lungo e sembra avere due gomiti. Inoltre, i corpi che giacciono sul terreno non sono solo sfocati, ma anche in posizioni anatomicamente impossibili.

L’illustrazione 7 mostra la presunta cremazione all’aria aperta di vittime di gasazioni di massa nel Crematorium V in Birkenau, fotografate forse da una finestra del Crematorium V (15). Difatti il recinto, nello sfondo, e la foresta, oltre, permettono di individuare il luogo e il tempo. Una delle fotografie aeree disponibili oggi mostra anche le tracce di fumo nella località in questione (16). È così possibile che questo ritratto sia basato su d’una fotografia “genuina”. Alcuni dettagli dell’Illustrazione 7, comunque, danno parecchi motivi di sospetto. C’è, per esempio, la figura che sta in piedi nello sfondo sinistro, che appare come poco più di un confuso contorno e inclinata su un bastone. Nonostante tutte le altre figure in questo ritratto siano abbastanza illuminate dal sole, inesplicabilmente, questa figura è scura ed informe. Anche le pose dei presunti cadaveri sono strane, specialmente se si osservano nel dettaglio dell’Illustrazione 8. Inoltre il braccio sinistro dell’uomo al centro dell’Illustrazione 8 sembra avere due gomiti. Presumibilmente, perciò, le “verità” desiderate spinsero ad aggiungere i corpi ed i lavoratori per convertire un vero fuoco in una scena di cremazione. Ma anche ammesso e non concesso che la foto sia integralmente “genuina”, i corpi cremati appartengono a vittime di gasazioni od a quelle di un’epidemia di tifo petecchiale (che all’epoca infuriava nei campi di concentramento tedeschi)?

Ill. 9a: da: Istituto di Storia Ebraica di Varsavia, “Faschismus – Getto – Massenmord” (p. 334), la didascalia dice: “Donne con bambini poco prima dell’esecuzione.”

Ill. 9b: Da Gerhard Schoenberner, “Der gelbe Stern”, Amburgo, 1960. Il sottotitolo commenta: “Il fotografo di queste donne che stanno entrando nella camera a gas, coi loro bambini nelle braccia, è ignoto.”

Ill. 9c: da: S. Einstein, “Eichmann – Chefbuchhalter des Todes”, Frankfurt/Main, 1961, p. 202.

Le Illustrazioni 9 a, b e c mostrano presunte detenute nude in riga fuori la camera a gas di Treblinka (17). Solamente bambini e persone mentalmente paralizzate dalla propaganda olocaustica possono non distinguere tra una vera fotografia e questa immagine dipinta. Si notino i “volti” delle vittime e ci si chieda: come mai sono così sfocati?

Ill. 10 : sinistra, R. Schnabel, “Macht ohne Moral”, p. 397; centro, H. -A. Jacobsen e H. Dollinger (eds.), “Der Zweite Weltkrieg in Bildern und Dokumenten”, v. I, Monaco di Baviera: Desch, 1952, p. 100; Der Spiegel N.ro 51/1966, p. 86; destra, M. Dor, R. Fedemann, “Das Gesicht unseres Jahrhunderts”, Düsseldorf: Econ, 1960, p. 168; cf. U. Walendy, op. cit. (nota), pp. 40ff.

È affermato che le foto nell’illustrazione 10 documentino l’esecuzione di ebrei polacchi sull’orlo di una fossa. Qualche volta il soldato porta gli occhiali, qualche volta no; qualche volta la sua insegna sul colletto ha orli bianchi, qualche volta no. Sembra come se sia stato tagliato e incollato: ci sono contorni bianchi intorno alla sua uniforme, e gli manca l’ombra. Anche gli uomini in transito sullo sfondo sembrano tagliati e incollati. Si provi a far corrispondere le loro gambe ai loro corpi!

Lo stesso vale per l’illustrazione 11, che avrebbe lo scopo di mostrare detenuti nudi prima di una esecuzione di massa in Lettonia.

Ill. 11: sinistra, da G. Schoenberner, “Der gelbe Stern”, intitolata “esecuzione di Massa in Lijepaja”; destra, da S. Einstein, “Eichmann – Chefbuchhalter des Todes”.

Ill. 12: sinistra, da R. Schnabel, “Macht ohne Moral”, intitolata: “Migliaia di scarpe da detenuti assassinati in Auschwitz”; destra, da C. Simonov, “The Lublin extermination Camp”.

Viene affermato che l’illustrazione 12 mostra montagne di scarpe raccolte da detenuti assassinati in Auschwitz (od a Majdanek… Dipende dalla versione che si preferisce) (18).

Lo sfondo, sfocato ed irrealistico, l’aspetto delle scarpe, come se fossero disegnate in queste immagini, di nuovo suggerisce che questo non è nulla più di un disegno.

Al pubblico spesso vengono mostrati mucchi di scarpe, occhiali, pennelli, anelli nuziali o manufatti simili come prova dello sterminio degli ebrei. Da un punto di vista logico, queste prove sono decisive quanto la pretesa che le grandi cataste di vestiti usati che vengono raccolti in Germania ogni anno, per esempio dalla Croce Rossa, provino che la Croce Rossa ha sterminato il popolo tedesco per raccoglierne le vesti… Infatti, oggi sembra essere stato in gran parte dimenticato che, a causa della scarsità cronica di materie prime, praticamente tutto fu raccolto e fu riciclato sotto il Terzo Reich, specialmente durante la Guerra. Perché non supporre, perciò, che tale fotografia, anche se fosse “genuina”, non possa mostrare semplicemente i risultati di tali raccolte? (19) Bisogna parimenti tenere conto del fatto che gli Alleati raccolsero tali foto per scopi propagandistici (20). Questo genere di “prove”, che in qualsiasi caso è completamente inadatto a provare qualsiasi cosa, ha un aspetto particolarmente tragico, in quanto per ragioni strane tali raccolte di oggetti sono fortemente persuasive per l’osservatore medio, ed assicurano un insopprimibile sentimento di costernazione, come fu rivelato dal film Todesmühlen. Tale film fu mostrato al popolo tedesco dopo la Guerra e conteneva scene di questa sorta (21). Vale la pena soffermarcisi.

Poco dopo la fine della Guerra, gli americani mostrarono questo film (Todesmühlen) alla popolazione civile tedesca così come a molte centinaia di migliaia di prigionieri di guerra tedeschi. Detto film mostrava presunte atrocità commesse nei campi di concentramento, ed aveva l’intenzione di contribuire alla “rieducazione” degli sconfitti.

L’autenticità del film fu contestata da più parti. Per esempio, B. S. Chamberlin parla di disordini occasionali durante le proiezioni; ma le proteste furono represse, a volte violentemente, dal resto del pubblico, profondamente commosso. Ciò che aveva provocato le contestazioni era dovuto, secondo rapporti contemporanei, alle varie fotografie ed ai svariati filmati che ritraevano le condizioni vigenti nei campi di concentramento tedeschi alla fine della Guerra. In essi, furono inserite scene che mostravano montagne di tedeschi morti nelle città della Germania bombardate, oltre che tedeschi emaciati internati nei “campi di detenzione” i quali, comunque, furono presentati dai vincitori come vittime di campi di concentramento tedeschi (22).

Un altro esempio di falsificazione completa di un film da parte degli americani si ebbe durante il processo IMT. Era il documento cinematografico della presunta scoperta di denti d’oro di ebrei assassinati nella Reichsbank a Francoforte (23). Durante il processo e nel corso di successive investigazioni, risultò che gli americani avevano inscenato tutto, dall’inizio alla fine (24). La provenienza delle presunte otturazioni d’oro e dove siano poi andate a finire è un mistero non meno del destino delle presunte pelli umane scoperte nel campo di concentramento di Buchenwald…

Un’analisi più complessa, è quella che riguarda un altro film che gli americani mostrarono durante il processo di IMT e che, come Todesmühlen, fu preteso dimostrasse le presunte atrocità dei campi di concentramento (… Tedeschi?). Questo film, a parte la falsa accusa secondo la quale i detenuti erano gassati nelle docce di Dachau, mostrava anche le famigerate teste mummificate e i manufatti costruiti con presunta pelle umana, così come molti detenuti che erano morti di malnutrizione e tifo. Il commento del film, in ogni caso, era fuorviante (… Non è una novità). Il film in questione, che i sovietici girarono durante la “liberazione” del campo di Auschwitz, è ampiamente cosparso di scene fasulle. Per esempio, il film mostra la testa di un detenuto bruciato presumibilmente su d’una pira. La testa guarda fissa nella cinepresa con gli occhi pieni di orrore. Ma se il tronco fosse stato realmente consumato dal fuoco, la testa non sarebbe restata intatta: gli occhi si sarebbero almeno offuscati dal calore, se non sarebbero addirittura scoppiati.

Ciò che colpisce in questo contesto è che nessun film sovietico attestante atrocità commesse dagli americani in Corea od in Vietnam sarebbe mai stato accettato come verità storica dalle nazioni occidentali senza una precedente ed approfondita analisi critica, mentre questo film ed altri simili, che incriminano il Terzo Reich, sono usati, senza pensarci due volte, come materiale di istruzione nelle scuole occidentali.

Film caratteristici come Holocaust, Shoah e Schindler’s List appartengono ad una categoria completamente diversa. Non hanno naturalmente alcun valore come prova, ma il loro impatto psicologico sulle masse è devastante (25). Anche se le valutazioni degli storici sul film Holocaust; ovvero, che è effettivamente indifendibile, si possono ugualmente applicare anche agli altri due; tali pellicole vengono ben accolte per l’ottimo effetto ch’esse generano al fine di “istruire il pubblico e forgiarne le opinioni” (26)

Ill. 13: Scena del film “Schindler’s List”.

Ill. 14 (sinistra e destra): Schemi di John Ball, basati su fotografie aeree degli Stati Uniti del 1944.

Un esempio basterà a dimostrare la natura storicamente inaccettabile (e truffaldina) di tali film. L’illustrazione 13 mostra una scena di Schindler’s List dove il Comandante del Campo, Göth, stando in piedi sul balcone della sua casa spara a caso ai detenuti del Campo di Plaszow. Fotografie aeree dell’epoca, comunque, rivelano che la casa del Comandante era localizzata ai piedi di una collina, mentre il campo stesso era sulla cima di quella collina (Illustrazione 14, destra)(27). La scena mostrata nel film, che avrebbe richiesto una configurazione della casa e del campo come mostrata nell’illustrazione 14 (sinistra), era quindi impossibile. Schindler’s List, che è basato su d’un dichiarato lavoro di fiction (28), fu girato intenzionalmente in bianco e nero, e con una cinepresa instabile al fine di trasmettere al pubblico la falsa impressione che il film era un documentario; chi ha lavorato al film lo ha ammesso liberamente e con chiarezza (29). Questo mostra chiaramente gli obiettivi dei creatori di film, e di quelli che portano le classi (ed anche intere scuole) a vedere film di tal sorta, e non solo in Germania ed in Austria.

Vale forse anche la pena notare un’altra cosa riguardo al film, anche se esula un po’ dalla nostra trattazione. Infatti un’importante falsificazione è il motto-simbolo del film: “Colui che salva una sola vita salva il mondo intero”.

In realtà – ammette Rabbi Joseph Teluskin – il vero pensiero, espresso in testi non purgati di Mishnah (testo sacro ebraico citato in riferimento a Sanhendrin 37ª), non solo è difforme, ma è radicalmente diverso: “ognuno che distrugge un’anima ebraica fa, secondo la Torah, come se avesse distrutto l’intero mondo. E ognuno che salva un’anima ebraica fa, secondo la scrittura, come se avesse salvato l’intero mondo.”

Incommensurabile agli occhi di Dio è infatti, per la sapienza giudaica come è stata recepita per millenni, solo la vita dell’ebreo, non quella dell'”uomo”, né tanto meno quella di un goym (non ebreo).

Volendo concludere questo scritto, proponiamo le fotografie rappresentate qui di seguito nelle illustrazioni 15 e 16. Esse mostrano le vere vittime del vero Olocausto: civili tedeschi nelle città della Germania che furono intenzionalmente bombardate dagli Alleati (30) al fine di massacrare tedeschi inermi. In tutto, più di 1 milione di tedeschi morirono come risultato dei bombardamenti terroristici Alleati in Germania (31). C’è un’infinito abisso tra queste fotografie e quelle di vittime emaciate dalla fame e dal tifo nei campi di concentramento tedeschi (la fame ed il tifo c’erano per tutti, anche per i tedeschi, a quell’epoca ed in quei posti).

Ill. 15 & 16: Vittime civili tedesche degli attacchi aerei Alleati. Cariche esplosive lanciate: 2.767.000 tonnellate.

NOTE

1 – F. Avenarius, Das Bild als Verleumder, Monaco di Baviera: Callwey, 1916; F. Avenarius, Das Bild als Narr, ibid., 1918; cf. U. Walendy, Historische Tatsachen N.ro 22: “Alliierte Kriegspropaganda 1914-1919”, Vlotho: Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, 1984, citati di seguito come HT.

2 – A. L. Smith, Die “Hexe von Buchenwald”, Colonia: Böhlau, 1983, pp. 103, 138, 153 164; U. Walendy, HT N.ro 43, 1990, pp. 15ff.; G. Frey, “Vorsich Fälschung”, Monaco di Baviera: FZ-Verlag, 1991, pp. 200ff., 211; A. Mohler, “Der Nasenring”, Essen: Heitz & Höffkes, 1989, pp. 133ff.

3 – A. L. Smith, op. cit. (nota), p. 227.

4 – ibid., p. 138.

5 – H. Bergschicker, “Der Zweite Weltkrieg”, Berlino (Est): Deutscher Militärverlag, 1963, p. 150.

6 – K. Ziesel, “Der rote Rufmord”, Tübingen: Schlichtenmayer, 1961, pp. 78ff.; cf. U. Walendy, op. cit. (nota), pp. 3ff.

7 – NKVD, sigla di Narodnij Komissariat Vnutrennich Del (Commissariato del popolo per gli affari interni): polizia politica russa, sorta nel 1934 in seguito allo scioglimento della Ghepeù.

8 – M. Broszat, “Studien zur Geschichte der Konzentrationslager”, Stuttgart: Schriftenreihe der Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, N.ro 21, 1970, pp. 194f.; cf. U. Walendy, HT N.ro 34, 1988, p. 37.

9 – H. Eschwege (ed.), “Kennzeichen’ J'”, Berlino (Est): Deutscher Verlag der Wissenschaften, 1981, p. 185; cf. p. 173.

10 – “Der Tod ist ein Meister aus Deutschland”, parte 3, 2 Maggio 1990; cf. E. Gauss, Vorlesungen Über Zeitgeschichte, Tübingen: Grabert, 1993, pp. 144f.

11 – pubblicate così in Hamburger Abendblatt, Oct. 21, 1981, p. 4; il cf. G. Frey, op. cit. ( nota), p. 258; U. Walendy, HT N.ro 13, 1982, p. 16.

12 – Der Spiegel N.ro 40, Oct. 10, 1966, p. 101; cf. H. Eschwege, op. cit. (nota), p. 266.

13 – cf. Welt am Sonntag, Gennaio. 16, 1994, p. 1.

14 – Ill. 6 (a): Jüdisches Historisches Institut Warschau [Istituto di Storia Ebraica di Varsavia], “Faschismus, Getto, Massenmord”, Frankfurt/Main: Röderberg, 1960, p. 42; R. Neumann, H. Koppel, “The Pictorial History of the Third Reich”, New York: Bantam Books, 1962, p. 148; Ill. 6 (b), sinistra: R. Neumann, “Hitler – Aufstieg und Untergang des Dritten Reichs”, Monaco di Baviera: Desch, 1961, p. 151; Ill. 6(c), destra: T. Kotarbinski, “Meczenstwo walka, zaglada zydow W Polsce” 1939-1945, Warsaw, 1960, Immagine N.ro 38; cf. U. Walendy, op. cit. (nota), pp. 28f.

15 – Internationale Föderation der Widerstandskämpfer (ed.), “Die SS-Henker und ihre Opfer”, Vienna: self-pub., 1965, p. 17; J. C. Pressac, “Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers”, New York: Beate Klarsfeld Foundation, 1989, pp. 422, 424; J. -C. Pressac, “Les Crématoires d’Auschwitz , la Machinerie du meurtre de masse”, Parigi: Éditions de CNRS, 1993, Doc. 57; G. Schoenberner, “Der gelbe Stern”, Amburgo: Rütten und Loening, 1960, p. 162.

16 – fotografia del 31 Maggio 1944, Ref. N.ro RG 373 Can D 1508, exp. 3055.

17 – ill. a): Jüdisches Historisches Institut Warschau (ed.), op. cit. (nota), p. 334; ill. b): G. Schoenberner, “Der gelbe Stern” p. 163; ill. c): S. Einstein, “Eichmann -Chefbuchhalter des Todes”, Frankfurt/Main: Röderberg, 1961, p. 202; A. Donat (ed.), “The Death Camp Treblinka”, New York: Holocaust Library, 1979, pp. 260f.; cf. U. Walendy, op. cit. ( nota), pp. 14ff.

18 – Ill. 12, sinistra): R. Schnabel, “Macht ohne Moral”, Frankfurt/Main: Röderberg, 1957, p. 244; Ill. 12, destra): C. Simonov, “The Lublin Extermination Camp”, Mosca: Foreign Languages Publication House, 1944, p. 12; cf. U. Walendy, op. cit. (nota), pp. 70f.

19 – cf. U. Walendy, HT N.ro 31, 1987, p. 33.

20 – E. Gauss, op. cit. (nota), p. 21, suppone che le scarpe esposero nel Museo di Auschwitz non erano appartenute a detenuti, ma alle persone che vivevano nei dintorni e che le portarono là dopo la Guerra.

21 – B. S. Chamberlin, “Todesmühlen. Ein Versuch zur Massen – ‘Umerziehung’ im besetzten Deutschland 1945-1946”, VfZ 29 (1981): 420-436, qui p. 432.

22 – Die Unabhängigen Nachrichten N.ro 11 (1986), p. 11, riporta che gli Alleati avevano incorporato fotografie tedesche di grandi mucchi di corpi morti che sono il risultato dei bombardamenti terroristici Alleati su Dresda nel loro film “Todesmühlen”, presentando queste immagini come prove degli assassinii di massa nei campi di concentramento.

23 – Tribunale Militare Internazionale, Processo dei Grandi Criminali di Guerra, Norimberga: IMT, 1947, v. XIII, pp. 169ff.

24 – cf. H. Springer, “Das Schwert auf der Waage”, Heidelberg: Vowinckel, 1953, pp. 178f.; P. Kleist, “Aufbruch und Sturz des Dritten Reiches”, Göttingen: Schütz, 1968, p. 346; U. Walendy, HT N.ro 43, 1990, pp. 12ff.

25 – Re. “Holocaust”. cf. T. Ernst, Aus Politik und Zeitgeschichte 31(34) (1981): 3-22, e P. Malina, Zeitgeschichte (ZG) (Vienna) 7 (1979/80): 169-191; re. “Shoah”. cf. G. Botz, ZG 14 (1986/87): 259-265; R. Faurisson, JHR 8(1) (1988): 85-92.

26 – cf. M. Broszat, VfZ 27 (1979): 285-298; P. Dusek, ZG 6 (1978/79): 266-273.

27 – da fotografie aeree, National Archives, Washington DC , nos.: DT RL 751, Cracow, 3 Maggio 1944; TuGx 895 A SK, exp. 382f., il 1944 Ottobre; J. C. Ball, Schindler’s List – Exposed as Lies and Hate, Toronto: Samisdat Publishers, 1994.

28 – T. Keneally, “Schindler’s Ark”, New York: Touchstone, 1982. Sulla pagina del copyright è scritto: “Questo libro è un lavoro di fiction. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono solo prodotti dell’immaginazione dell’autore o sono usati fittiziamente. Qualsiasi somiglianza a eventi attuali o luoghi o persone, viventi o morte, è completamente casuale.”

29 – Film & TV Kameramann N.ro 2/1994, pp. 24ff., vedi l’affermazione dell’operatore cinematografico principale J. Kaminski, p. 27.

30 – Morale Division, U. S. Strategic Bombing Survay, Medical Branch Report, The Effect of Bombing on Health and Medical Care in Germany, War Department, Washington, 1945, pp. 17, 21, 23. Ringraziamo F. P. Berg per averci fornito questa referenza.

31 – cf. D. Irving, “Und Deutschlands Städte starben nicht”, Augsburg: Weltbild Verlag, 1989, p. 373.

 

MEMORIA O ALZHEIMER? (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Gennaio 2016)

Ed eccoci giunti finalmente a gennaio, mese che da alcuni anni a questa parte ci hanno costretti ad odiare a causa dell’imposizione della cosiddetta giornata della memoria, ovvero una celebrazione che sarebbe intollerabile anche se commemorasse fatti veri, in quanto comunque non ci riguarderebbero direttamente, ma che diviene ancora più insopportabile in quanto pretende di imporre a tutti la commemorazione di morti mai avvenute, a causa di ordini di sterminio mai dati e mediante l’utilizzo di camere a gas mai esistite.

Tranquilli; non ho intenzione di scrivere per l’ennesima volta a proposito del mai avvenuto olocausto, anche perché sono del parere che a fronte delle miriadi di prove logiche, chimiche, fisiche e matematiche presenti in rete grazie a siti revisionisti, per credere alle favole dei “6 milioni” di gassati si debba essere mentalmente ritardati, o in malafede, o ancora semplicemente vigliacchi, cioè persone che pur avendo capito le cose, rifiutano di ammetterlo per non turbare i sonni dei padroni di tutto, cioè gli “amici” della solita ed innominabile lobby. Mi limito, in questa sede, a regalarvi un link, seguendo il quale anche i più idioti potranno capire quante e quali mistificazioni si nascondano dietro la vulgata ufficiale a proposito di nazismo, ebraismo ed antisemitismi vari: http://olodogma.com/wordpress/2013/11/30/0490-ebrei-collaborazionisti-sionismo-e-terzo-reich-haavara-o-accordo-sul-trasferimento-tra-ebrei-tedeschi-e-germania-nazionalsocialista-di-mark-weber/

Indi, lasciando liberi gli idioti di spacciare per memoria quello che si dovrebbe, al contrario, chiamare Alzheimer (dal famoso morbo che cancella la memoria reale per sostituirla con falsi ricordi), ho deciso in questa occasione di parlare delle varie forme di razzismo con le quali la vulgata comune riempie la testa dei tanti benpensanti di destra e sinistra, i quali, ovviamente, come tanti soldatini ordinati che marciano agli ordini del sergente, incamerano di tutto ad eccezione della verità.

Mi spiego: la maggior parte degli idioti contemporanei è convinta che i due “mostri”, Hitler e Mussolini, incarnassero il razzismo, e che gli eroici angloamericani fossero invece i “liberatori” entrati in guerra per sconfiggere questo razzismo, riportando così la “democrazia”, la pace, la tolleranza.

Bene; così non è, anzi è vero l’esatto contrario… Ed è dimostrabile con  estrema semplicità, usando la logica e soprattutto una buona ricerca, ovvero cose che potrebbe fare chiunque, se non fosse così di moda essere dei decerebrati interessati solo all’ultimo modello di Iphone ed alle chiacchiere su Facebook.

Ma prima di addentrarmi, volevo svelarvi un piccolo retroscena: ho maturato l’idea di questa ricerca e del relativo articolo dopo avere letto, per la millesima volta, la tipica frase del fascista all’amatriciana (o se preferite del coglione di destra), che più o meno suona così: “Il Fascismo fece molte buone cose, ma poi venne l’alleanza con Hitler che portò alle infami Leggi Razziali”.

Eccomi quindi a mostrare a questi personaggi, che non riesco a definire in altro modo se non “coglioni”, il vero volto di quelli che avrebbero voluto come alleati, ovvero i giudeo-americani ai piedi dei quali si prostrarono subito dopo il 1945, fondando quel MSI che, fin dal primo giorno, nacque alleato degli USA, della NATO e persino dello Stato pirata denominato Israele. In primis va detta una cosa: le Leggi cosiddette razziali, seppure così chiamate, non avevano nulla di veramente razziale, in quanto prevedevano tali e tante esenzioni da risultare inapplicabili a tutti quegli ebrei, tedeschi ed italiani, che non avevano il cattivo gusto di tramare contro la loro Patria di adozione. Se fossero state realmente razziali non avrebbero previsto alcuna deroga, esattamente come accadeva alle infami (queste sì!) Leggi razziali in vigore negli USA… E non sto parlando di Leggi in vigore sono negli anni 20, 30, 40, ma di Leggi rimaste in vigore fino agli anni 70, nel totale menefreghismo di quell’ipocrita mondo “libero” che secondo la vulgata ufficiale avrebbe combattuto contro il razzismo nazista.

Sappiamo bene che le Leggi Razziali italiane del 1938 furono sostanzialmente inapplicabili a tutti gli ebrei italiani, e che furono nulla di più di un tentativo di difendersi dal dilagante antifascismo professato dagli ebrei, in special modo dopo l’alleanza con la Germani; leggiamo, invece di prendere per oro colato le boiate che scrivono da ormai più di 70 anni:

“Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l’ebraismo mondiale – specie dopo l’abolizione della massoneria – è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoruscito è stato – in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica unanimemente ostile al Fascismo. L’immigrazione di elementi stranieri – accentuatasi fortemente dal 1933 in poi – ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani, nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l’ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevici di Barcellona.

Il divieto d’entrata e l’espulsione degli ebrei stranieri

Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d’ingresso nel Regno, degli ebrei stranieri, non poteva più oltre essere ritardata, e che l’espulsione degli indesiderabili – secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie – è indispensabile. Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all’esame dell’apposita commissione del Ministero dell’Interno, non sia applicata l’espulsione nei riguardi degli ebrei stranieri i quali:

a) abbiano un’età superiore agli anni 65;

b) abbiamo contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° ottobre XVI.

Ebrei di cittadinanza italiana

Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:

a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;

b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;

c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;

d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI.

Discriminazione fra gli ebrei di cittadinanza italiana

Nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i quali appartengono a:

1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo; libica, mondiale, etiopica, spagnola;

2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;

3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;

4) famiglie dei Caduti per la Causa fascista;

5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;

6) famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni 19- 20- 21- 22 e nel secondo semestre del 24 e famiglie di legionari fiumani.

7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione”.

(http://www.ilduce.net/speciale16.htm)

Ecco le tanto vituperate Leggi razziali italiane… E poco cambia se andiamo a guardare la situazione germanica, dove, secondo i falsari della Storia, ci sarebbe stata una sorta di caccia all’ebreo da deportare e sterminare il più velocemente possibile.

In realtà, come potrete verificare dai documenti indicati dal link di inizio articolo, Nazismo e Sionismo collaborarono attivamente fino alla fine con un obiettivo comune: fare emigrare gli ebrei dalla Germania per permettergli di radunarsi in un loro Stato sovrano… Questa era la soluzione finale!

Ancora una volta, ci vengono in soccorso dei documenti molto interessanti:

I 150mila “Soldati Ebrei di Hitler” Posted on 20/06/2007 by Alessio Fratticcioli.

“(…) Nella prefazione, Rigg racconta d’essere stato ispirato alla ricerca dalla visione d’un film, “Europa, Europa” in cui si racconta la storia dell’ebreo Perel che, falsificando la propria identità, prestò servizio nella Wehrmacht e studiò in un collegio per la gioventù hitleriana dal 1941 al 1945.

Il film raccontava una vicenda reale. Tornato alla Università di Yale, dove frequentava il secondo anno di college, Rigg si mise al lavoro. Gli sarebbe bastato trovare una dozzina di Perel e ne avrebbe ricavato uno studio interessante. Ne trovò 150.000 (in maggioranza ebrei a metà o per un quarto) e questo sconvolse tutte le sue certezze.

Gli storici avevano sempre parlato di una cifra irrisoria di ebrei o mezzi ebrei (Mischlinge) che avevano militato sotto la croce uncinata. Mai tuttavia, ricoprendo alte cariche (…) Rigg iniziò una corsa contro il tempo, poiché quei veterani morivano ormai a migliaia di giorno in giorno. Si avvalse dell’effetto “valanga”, un metodo nelle scienze sociali in cui ogni intervistato fa i nomi di altri conoscenti. Quasi tutti si mostrarono disposti ad aprire le loro case e i loro cuori. In più autorizzarono il libero accesso ai fascicoli personali contenuti negli archivi. Vennero fuori documenti “che nessuno aveva mai esaminato prima” (siamo tra il 1994 e il 1998!) e “furono dette cose che non erano mai state dette prima”. Le loro vicende costituiscono la testimonianza diretta d’una storia oscura e raccapricciante.

Una storia che molti professori avrebbero preferito restasse nei cassetti. Ma Rigg appartiene a quella schiera ormai folta di storici ebrei che, sulla scia di Kath, Arendt, Kimmerling, Novick, Finkelstein e altri, vogliono la verità sull’Olocausto. La critica, quando non li accusa di filo-nazismo (come accade per Hanna Arendt), li considera “revisionisti” nell’accezione staliniana del termine (…) L’elenco di Rigg è sconvolgente. Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia). L’Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn. L’ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall’imperatore del Giappone. Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck. Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler. Il generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort. Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, “Staatsrat” e membro del partito nazista. Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler. Il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler. Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer. Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler. Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l’eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi. Il capitano Helmut Schmoeckel (…)”

Ovviamente, dato che stiamo parlando di uno storico ebreo, la conclusione di questo signore non è la più ovvia, cioè non ci fu alcuno sterminio, perché altrimenti anche i 150 mila ebrei dei quali parla il libro sarebbero stati perseguitati ed uccisi, così come lo sarebbero stati i sionisti che collaborarono con la Germania fino alla fine della guerra; la fantasia di Giuda preferisce esprimersi così:

(…) Poi la ricerca scava impietosa fino ad un nome terribile: Reinhardt Heydrich, “la bestia bionda”, “Il Mosè biondo”, Capo dell’ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, “l’ingegnere dello sterminio”, diretto superiore di Heichmann. (…) Era ebreo Heydrich? Molti assicurano di sì. Di certo suo padre lo era. Di certo gli fu accordata da Hitler “l’esenzione”. È una foiba, il libro di Rigg, da cui si estraggono scheletri che si voleva dimenticare, nome e fatti da cancellare. Nomi di uomini che fecero la storia del XX secolo. Fatti che resero quella storia atroce.

E forse fu per prudenza che al processo di Norimberga non si parlò di Olocausto, ma, più genericamente, di crimini di guerra o contro l’umanità.

Forse fu per prudenza che tra gli imputati non sedesse Heichmann, esecutore degli ordini di Heydrich (…)”

Per non parlare del gran finale da barzelletta:

“(…) Perché dunque, un libro come questo di Rigg ci sconvolge tanto? Forse perché il peso della “soluzione finale” è insopportabile e scopriamo di poterlo distribuire su altre spalle, anche quelle ebree (…)”

http://www.asiablog.it/2007/06/20/i-150mila-soldati-ebrei-di-hitler/

Avete mai visto tanta squallida ipocrisia? L’autore dimostra l’inesistenza della soluzione finale intesa come sterminio di un popolo, ma pretende di rovesciare il tutto ad uso e consumo delle favolette olocaustiche!

Ma veniamo al razzismo, quello vero, in cui credevano e credono quegli alleati tanto agognati da certi coglioni destrorsi… Intanto, giusto per entrare nell’argomento, vediamo come venivano considerati negli USA gli esseri umani non appartenenti alla loro lurida popolazione:

IL MASSACRO DI NEW ORLEANS.

“Uno dei più drammatici e feroci attacchi contro italiani che si ricordi, è quello del 1891 a New Orleans. Nella zona, dove molta manodopera italiana era stata impiegata nei campi di cotone, con turni massacranti per sostituire gli schiavi neri affrancati da una legge, un gruppo di siciliani venne ritenuto responsabile, senza prove, di un omicidio. Ma la loro assoluzione a seguito di regolare processo provocò l’inferno. La popolazione locale, non soddisfatta del verdetto, si riversò in strada per un linciaggio. Una folla inferocita di 20mila persone, prelevò dal carcere gli 11 italiani e li trucidò senza pietà, per un reato che non avevano commesso.

Ma mentre il presidente americano dell’epoca, Harrison, per aver osato definire il linciaggio “un’offesa contro le legge e l’umanità” rischiava l’incriminazione, i giornali tentavano di giustificare l’accaduto con la “natura” negativa degli immigrati che lì approdavano: “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (…) Gli individui più pigri, depravati e indegni che esistano (…). Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili”.

http://www.webalice.it/ilquintomoro/emigranti_noi/immigrati_3.html

Questo giusto per entrare nel clima, nonché per dare uno schiaffo morale agli altri coglioni che blaterano a vanvera di “White Power” e si aggregano a quegli americani ignoranti, senza neppure sapere che per il razzista USA gli italiani sono dei non bianchi, ovvero, praticamente dei negri!

QUANDO GLI EMIGRANTI ERAVAMO NOI35Proseguendo nell’analisi delle opere di questi maestri dell’antirazzismo, possiamo vedere come vennero trattati non gli stranieri, ma i cittadini statunitensi di seconda generazione, dopo l’entrata in guerra del Giappone:

“(…) A seguito dell’entrata in guerra degli Stati Uniti con il Giappone, la xenofobia degli americani contro i loro connazionali di origini giapponesi fece emanare a Roosevelt l’Ordine Esecutivo 9066. Il decreto conferiva il potere ai militari di definire delle zone di ‘esclusione’ in cui – per motivi di sicurezza nazionale – veniva proibito a determinati gruppi etnici di continuare a vivere. Il risultato fu che ogni persona di origine giapponese, anche quelle di seconda generazione (nisei) – e dunque cittadini statunitensi a pieno titolo – fossero radunati e confinati in campi di internamento. Questo per evitare che compissero attività di spionaggio e sabotaggio a favore del loro paese di origine. Poco importava che nessun atto del genere avesse mai avuto luogo, e tanto meno che nulla di analogo fosse stato deciso nei confronti dei cittadini di origine tedesca o italiana: in poche settimane i 127.000 giapponesi presenti sul suolo USA furono cacciati dalle loro case, le loro attività commerciali e possedimenti liquidati per pochi spiccioli, spesso da profittatori senza scrupoli. Fu loro consentito di prendere solo quello che potevano portare con sé.

Dopo uno smistamento temporaneo nel il centro di Tanforan i prigionieri  vennero smistati  in uno dei dieci campi  sparsi nei deserti degli  USA e furono costretti a vivere  in baracche in cui la privacy era inesistente e dotate di minimi servizi igienici. Uno di questi campi, denominato Topaz, era  in prossimità della città di Delta, nel deserto dello Utah, a  circa tre ore di macchina a sud dalla città di Salt Lake City.

Lungi dall’essere il gioiello che il nome suggeriva, dava alloggio a più di 8000 internati in strette e fredde baracche, casa dei deportati giapponesi per più di 3  anni. Varie baracche dovevano condividere gli scarni e limitati servizi  igienici, con una sola mensa centrale per tutti gli internati. Nonostante il filo spinato ed i posti di guardia che circondavano Topaz, ai residenti era permesso di lasciare il campo per lavorare nei campi e nelle industrie dello Utah, sottopagati e dunque a buon mercato rispetto agli altri lavoratori. La xenofobia del governo statunitense  non impedì di arruolare pragmaticamente vari giovani da Topaz e gli altri campi, costituendo un battaglione, il 442 reggimento di fanteria, che si distinse più volte in combattimento sul fronte europeo.

La chiusura dei campi ebbe inizio nei primi mesi del 1945, precedendo in alcuni casi la fine della guerra del pacifico. Quando i residenti di Topaz  furono ‘liberati’ avevano perso tutto: case, negozi e conti bancari. Dovettero ricominciare da zero e spesso fronteggiare una latente ostilità nei confronti del ‘nemico’ sconfitto (La neve cade sui cedri è un film che in parte tratta questo tema):  un simbolico risarcimento economico giunse solo nel 1989 (a seguito di una class action) con Reagan. Le prime scuse politiche arrivarono nel 1990 con Gorge Bush senior”.

Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942

https://burogu00.wordpress.com/2013/04/09/i-campi-di-internamento-dei-giapponesi-nellamerica-della-seconda-guerra-mondiale/

Proseguiamo con qualche altra perla storica sull’argomento:

“ (…) Nel 1980 Jimmy Carter nomina una commissione d’indagine che stila il rapporto Personal Justice Denied, nel quale si decreta che non esisteva alcuna necessità militare per l’internamento della popolazione civile. Otto anni dopo, il 10 agosto 1988, Ronald Reagan firma il Redress Act, l’atto di riparazione che, insieme alle scuse della nazione, decreta l’ammontare del risarcimento da assegnare a ciascuno dei circa 60.000 sopravvissuti: 20.000 dollari, una cifra puramente simbolica che non può certo ripagarli di tutto ciò che hanno perso”.

http://www.nazioneindiana.com/2013/02/16/enemy-aliens-in-america-i-romanzi-di-julie-otsuka-e-le-storie-dimenticate-dei-giapponesi-schedati-e-internati-nei-campi-di-prigionia/

E per chiudere in bellezza (si fa per dire!):

“(…) Oltre ai giapponesi, anche gli italiani vennero internati dal 1941 al 1944, e a differenza dei primi, non hanno nemmeno ricevuto risarcimenti (…) Solo nel 2010 è stata approvata una risoluzione da parte della legislatura della California con cui si è chiesta scusa per i maltrattamenti subiti dai residenti di origini italiane (…) La loro unica colpa erano le loro origini etniche, per le quali erano considerati “enemy aliens” (nemici stranieri).

Su questa vicenda, il libro più noto è “Una Storia Segreta: The Secret History of Italian American Evacuation and Internment During World War II” di Lawrence Di Stasi (…)

La più dura fu la situazione dei tedeschi. Negli States, la politica di internamento verso cittadini statunitensi “colpevoli” di essere di origine tedesca, incominciò nel 1939 e finì nel 1946, e venne giustificata in quanto essi, al pari degli italiani, erano visti come “enemy aliens”. Non hanno mai ricevuto né scuse, né risarcimenti per questo”.

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/09/storia-dimenticata-i-campi-di.html

Che ne dite, i coglioni nostrani amici degli USA e nemici del razzismo cominceranno ad avere qualche dubbio a proposito di “infamia” delle Leggi Razziali? O magari sulla barbarie di chi deporta in campi di concentramento dei concittadini “colpevoli” di avere origini di certi Paesi?

Ma per quanto disgustoso sia quanto ho già scritto su questi campioni dell’uguaglianza fra i popoli ed esportatori di “democrazia”, il peggio deve ancora venire.

Certamente tutti avrete letto la miriade di favole che circolano sul comportamento di Hitler durante le famose Olimpiadi di Berlino del 1936, soprattutto a proposito delle vittorie del negro statunitense Jesse Owens… Non c’è idiota che non ripeta come un pappagallo la storia di Hitler incazzatissimo per le vittorie del negro, con conseguente rifiuto di stringergli la mano… Ebbene, non solo la storia è falsa, ma rappresenta un vero emblema della falsità di questi criminali.

Documentiamoci un po’:

Jesse Owens: la storia di una stretta di mano che non ci fu. Non fu Hitler, ma Roosevelt a rifiutarla al campione olimpionico perché nero. Per non scontentare gli ex Stati Confederati del Sud durante le presidenziali

Scriveva il giornalista Paolo Pansa che: «Una generazione che ignora la storia non ha passato … né futuro. Se la storia la facciamo raccontare solo a chi ha vinto, che storia è?». Frase azzeccata come poche (…) Guai a fermare la ricerca di una vicenda storica solo perché è sempre stata raccontata in una certa maniera o perché ancora sono vivi degli interessi ideologici, attenzione perché la storia, quella vera, prima o poi si vendica come nel caso del grande olimpionico Jesse Owens. (…) Nato nel profondo sud degli Stati Uniti, in Alabama, ha contato solo sulle sue forze ed è riuscito a vincere, nella famosa Olimpiade di Berlino del 1936, ben 4 medaglie d’oro: nei 100 metri, nel salto in lungo, nei 200 metri e nella staffetta 4×100. Tutto in appena sette giorni di gare, un record sui record.

Il prossimo mese, il 19 febbraio, esce nelle sale americane il film “Race“, la Gara, una biografia proprio su Owens che racconta della sua povertà, di come ha dovuto lottare per affrancarsi da un mondo chiuso ed elitario come l’Alabama e delle delusioni che dovette subire una volta tornato America. Un grande eroe, certo, ma di seconda fila nella sua patria, semplicemente perché era un nero.

Ha scritto The Times «Race è un film che metterà a dura prova l’idea che gli Usa si sono fatti di Jesse Owens», e, come vedremo, sfaterà molti luoghi comuni.

L’evento che portò il nome di Owens ad essere celebrato nei decenni nei libri di scuola non furono tanto le sue vittorie, ma la mancata stretta di mano con Adolf Hitler che, racconta la vulgata, lasciò il palco d’onore pur di non dover immortalare una stretta di mano con un nero e a prova di questo atteggiamento il ministro della propaganda del terzo Reich, Joseph Goebbels, scrisse nel suo diario: «L’umanità bianca si dovrebbe vergognare». Ricordiamo che tra i favoriti alle stesse discipline c’era allora l’idolo tedesco Luz Long considerato dalla stampa nazista quasi un eroe.

Il gesto della mancata stretta di mano peserà per sempre, insieme a tante altre, sulla meschinità del Fuhrer e del suo terzo Reich, a differenza degli Usa dove il nostro campione trovò non solo riconoscimenti, ma la stima dell’allora presidente F. Delano Roosevelt. Almeno questa è la storia ufficiale riportata in tutti i testi e, dunque, vera.

Peccato che la storia, quella vera, non sia come la vuole la propaganda del tempo. In realtà, fin dai primi momenti, quando cominciò a girare la notizia della mancata stretta di mano di Hitler, lo stesso Owens negò sempre questo particolare.

«In realtà, mio padre non si è mai sentito snobbato da Hitler» ha raccontato Marlene, la figlia di Owens, agli sceneggiatori del film che hanno dovuto correggere nel copione uno dei più celebri fraintendimenti nella storia dello sport.

Già nella sua ignorata biografia, edita nel 1970, The Jesse Owens Story, leggiamo un’altra verità: «Dopo essere sceso dal podio, passai davanti alla tribuna d’onore per tornare negli spogliatoi. Il Cancelliere mi fissò. Si alzò e mi salutò con un cenno della mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Giornalisti e scrittori dimostrarono cattivo gusto tramandando un’ostilità che, di fatto, non c’era mai stata».

A suffragare la tesi del campione americano, alcuni anni fa l’anziano fotografo sportivo, Siegfried Mischner, che visse tutta quell’olimpiade, raccontò di aver visto con i suoi occhi Hitler stringere la mano al campione dietro le quinte dell’Olympiastadion: «Owens, dopo l’Olimpiade, chiese alla stampa di correggere quell’errore, ma nessuno gli diede retta».

Ma la vicenda ha un risvolto ancora più inquietante, infatti, non è stato mai raccontato un altro episodio, ben più grave e quasi completamente ignorato, al di là delle vicende narrate che riguarda proprio l’America di quegli anni.

«In retrospettiva, mio padre» – racconta ancora la figlia del primatista – «fu profondamente ferito dal fatto che Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano dell’epoca, non l’avesse voluto ricevuto mai alla Casa Bianca».

«Con questo film» – ha aggiunto – «era importante che i fatti non fossero riscritti per l’ennesima volta», parlando a nome della Jesse Owens Foundation, anche se spesso un’affascinante menzogna è preferibile alla cruda realtà.

Owens credeva, da sincero americano, di aver onorato il suo Paese e, vista l’accoglienza che veniva tributata in patria per una medaglia olimpica, credeva ingenuamente che anche lui avrebbe avuto da quell’impresa lo stesso trattamento.

Purtroppo, aveva dimenticato un particolare importante per la libera e democratica America di allora: era un nero. Un elemento della massima importanza, specialmente in periodo elettorale.

Infatti, quell’anno si svolgevano le presidenziali e Roosevelt era il candidato più accreditato, ma aveva un problema: quello di non scontentare gli ex Stati Confederati del Sud che da sempre erano un vivaio di voti.

Così il buono e generoso presidente, come immortalato nella storiografia ufficiale, pensò bene di ignorare la richiesta di incontrare il campione perché andare in Georgia o in Alabama dopo aver stretto la mano ad un nero, per quanto fosse un grande olimpionico, non gli avrebbe certo portato voti e così, questo è assolutamente vero, non ci fu mai la stretta di mano tra il presidente americano e il giovane Owens, il quale giustamente indispettito da un simile trattamento, si iscrisse, lui da sempre democratico come la sua famiglia, nelle liste del candidato repubblicano Alf Landon.

Come si vede, dopo ottant’anni la verità da quella stretta di mano, per la quale sono stati impiegati fiumi di inchiostro, è uscita fuori ed è tutta un’altra storia”.

http://www.eurocomunicazione.com/jesse-owens-la-storia-di-una-stretta-di-mano-che-non-ci-fu/

Infine, godiamoci una testimonianza diretta dell’epoca, sempre a proposito dello stesso argomento, unita a dei commenti sacrosanti sulla squallida società statunitense e la sua stomachevole ipocrisia:

“(…) Nella gara del salto in lungo chi si classificò quarto con la misura di 7,73 e mancò il podio di un soffio fu l’italiano Arturo Maffei, un grande dell’atletica italiana (…) Quando ottenne il quarto posto a Berlino fu proprio Jesse Owens a congratularsi con lui e a definirlo il “miglior stilista” della competizione. Ed è proprio Maffei a smascherare la diceria delle presunte mancate congratulazioni di Hitler a Owens.

Maffei, infatti è stato testimone oculare dell’episodio e ci racconta nei minimi dettagli come si svolse la faccenda della stretta di mano. Le cose andarono esattamente così. Alla fine della gara del salto in lungo Hitler volle congratularsi personalmente con gli atleti; scese dalla tribuna e si presentò al cospetto di Owens, a meno di un metro da lui. Il fatto stesso che Hitler scese dalla tribuna per incontrare Owens fa di per sé giustizia della diceria secondo la quale il dittatore “non volle salutare un negro”. Se non avesse voluto farlo, avrebbe abbandonato lo stadio senza incontrare gli atleti, o semplicemente sarebbe rimasto in tribuna.

Ma c’è dell’altro. Hitler, dunque, arrivato davanti a Owens lo salutò per primo, alzando il braccio destro nel saluto nazista. Owens non poteva certo rispondere con il braccio teso e perciò allungò la mano verso Hitler. Costui, vedendo che Owens gli allungava la mano, abbassò il braccio teso e allungò a sua volta la sua mano verso quella dell’atleta, per stringergliela. Ma proprio in quell’attimo Owens, forse ricordandosi di essere un militare, portò la mano destra alla fronte salutando Hitler con il classico saluto militare mentre il dittatore tedesco rimase per un attimo con la mano tesa. “A questo punto, decidete voi chi non diede la mano a chi”, conclude Maffei.

Ma se c’è una testimonianza che toglie ogni dubbio, è quella dello stesso Owens, che descrive nelle sue memorie anche ciò che accadde dopo la premiazione: “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto. E ancora: “Hitler non mi snobbò affatto, fu piuttosto Franklin Delano Roosevelt che evitò di incontrami. Il presidente non mi inviò nemmeno un telegramma”.

Owens e Hitler, dunque, si incontrarono, si salutarono, scambiarono anche qualche parola e vollero pure stringersi le mani. Se quelle due mani non si incontrarono materialmente, ciò non è dovuto al fatto che una era bianca e l’altra era nera, ma fu dovuto semplicemente al caso, ai diversi modi di salutare tipici dei due (…) Democrazia? Quanto la democrazia americana fosse razzista, Jesse Owens lo sapeva meglio di chiunque altro. Lo sapeva fin dal 1922, quando frequentava la Fairmont Junior High School di Cleveland, naturalmente in una classe di bambini di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin dal 1930, quando frequentava la East Technical School, naturalmente in una classe di ragazzi di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin da quando frequentava la Ohio State University, naturalmente in una classe di studenti di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin da quando si allenava nell’atletica leggera. Poco prima di attraversare l’Atlantico per partecipare alle Olimpiadi di Berlino sperimentò a sue spese cos’era il razzismo, quella volta che in un ristorante solo gli atleti bianchi poterono mangiare, mentre a Jesse e agli altri atleti di colore il cibo fu negato “perché erano negri”, perché negli USA c’era la segregazione razziale.

E dopo la seconda guerra mondiale Jesse vide l’abolizione della segregazione razziale nelle forze armate americane solo nel 1948, dodici anni dopo che Hitler gli tese la mano, ma non ancora sugli autobus, perché nel 1955 Rosa Parks, una donna nera, osò salire su un autobus per bianchi a Montgomery in Alabama e fu arrestata. Diciannove anni dopo che Hitler gli tese la mano.

E Jesse riuscì a vedere dichiarata incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole americane solo nel 1954, ma soltanto sulla carta, perché tre anni dopo il presidente Eisenhower dovette mandare mille soldati a Little Rock in Arkansas per consentire a nove studenti neri di entrare a scuola. Era il 1957, ventuno anni dopo che Hitler gli tese la mano. E Jesse riuscì a vedere il primo “studente negro” entrare in un’università americana solo nel 1962; quello studente era uno che si chiamava James come lui, era James Meredith, che entrava nella scuola non da solo ma accompagnato da trecento poliziotti, mentre veniva accolto a sputi e con un lancio di pietre da parte degli studenti bianchi. Questo accadeva ventisei anni dopo che Hitler gli tese la mano. E per potere esercitare il diritto di voto per la prima volta Jesse Owens dovette aspettare il 1968, dopo 55 anni di vita, 192 anni dopo l’adozione della Costituzione americana, 12 anni prima di morire, 32 anni dopo che Hitler gli tese la mano.

Ma noi restiamo convinti che fosse una bufala quella della stretta di mano rifiutata.

http://www.loccidentale.it/node/117953

Chiudiamo con:

(…) Invece è stato Hitler che ha inviato Owens “una fotografia commemorativa autografata”. E secondo il leggendario giornalista sportivo Siegfried Mischner (sul MailOnline.co.uk), Owens avrebbe portato sempre con sé una fotografia di Hitler nel suo portafoglio. Mischner ha riferito che nel 1960 Owens stava disperatamente cercando di cambiare l’atteggiamento di slealtà e furore razzista verso di lui e di ottenere che i giornalisti raccontassero la verità di ciò che è realmente accaduto ai 1936 giochi olimpici. Mischner ha detto al MailOline.co.uk, “La foto venne presa dietro le quinte del podio d’onore e quindi non fu diffusa dalla stampa ufficiale. Ma io ho visto Hitler stringere la mano a Owens”. (…) Owens aveva sempre proclamato di essere stato trattato meglio in Germania che negli Stati Uniti, dove i negri erano sottoposti a segregazione e discriminazione insopportabili.

http://www.storiainrete.com/9304/ultime-notizie/jesse-owens-teneva-sempre-una-foto-di-hitler-nel-portafoglio/

In sintesi, cari coglioni, godetevi i vostri alleati; io mi tengo ben stretto Adolf Hitler!

Carlo Gariglio