L’UNICA DEMOCRAZIA DEL MEDIO ORIENTE – PARTE II – (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Giugno 2021)

[Continua dal numero precedente]

Ecco la testimonianza di un comandante di un’altra formazione paramilitare di destra, Lehi, Yehoshua Zettler: “correvano [i palestinesi abitanti del villaggio] come gatti. Casa per casa, mettevamo esplosivo e loro scappavano. Un’esplosione e poi avanti, metà del villaggio non c’era più. I miei uomini hanno preso i corpi, li hanno impilati e gli hanno dato fuoco. Hanno iniziato a puzzare”. Abbiamo, infine, la testimonianza di un esponente della terza formazione paramilitare, Yehuda Feder, che scrive in una lettera: “lo scorso venerdì insieme alle Irgun il nostro movimento ha compiuto una tremenda operazione di occupazione del villaggio arabo Deir Yassin. Ho partecipato all’operazione nel modo più attivo. Ho ucciso un arabo armato e due ragazze arabe di 16 o 17 anni. Li ho messi al muro e li ho colpiti con due colpi di pistola”.

Tornando all’attualità è, quindi, emerso che il ministero della difesa israeliano da anni ha costituito una commissione (Malmab) che in incognito ha sistematicamente operato per eliminare i documenti declassificati, che testimo-niano della Nakba, ovvero della pulizia etnica della popolazione palestinese dalla propria terra a partire dal 1948. Già precedentemente, per un ricercatore l’accessibilità ai documenti era sostanzialmente negata, non potendo consultare i documenti dei servizi segreti, solo 1% degli archivi di Stato e appena 50.000 dei 12 milioni di documenti dell’archivio dell’esercito. Resterebbero gli archivi privati, ma proprio per non far uscire nemmeno da essi documenti, che potrebbero mettere in cattiva luce l’operato dello Stato ebraico, il ministero della difesa chiede o intima ai proprietari di negare la consultazione dei documenti giudicati compromettenti. Inoltre, agenti di questa squadra speciale del ministero (Malmab), provvede a risolvere alla fonte il problema eliminando anche dagli archivi privati tali documenti, come quello dell’intelligence, citato all’inizio di questo articolo, sui motivi che hanno portato i palestinesi ad abbandonare il loro paese nel 1948.

Nell’importante articolo che ha fatto esplodere il caso, Burying the Nakba: How Israel Systematically Hides Evidence of 1948 Expulsion of Arabs, è tra l’altro riportata la preziosa testimonianza dell’ex dirigente del Malmab, Yehiel Horev, incaricato di eliminare i documenti che potrebbero danneggiare l’immagine del suo paese. Horev chiarisce come l’obiettivo del suo gruppo di lavoro fosse quello di minare la credibilità degli studi che hanno denunciato la Nakba, eliminando quei documento sui quali tali opere storiche si sono basate.

Ciò porta la giornalista israeliana autrice dell’articolo sopra citato a sostenere che “dall’inizio dell’ultimo decennio i team del Malmab hanno rimosso dagli archivi numerosi documenti che erano stati declassificati, nel quadro di uno sforzo sistematico per nascondere le prove della Nakba”. Riportando alcune testimonianze emblematiche, come quella della storica Tamar Novick che, dopo aver trovato in un archivio privato un documento che documentava una delle più emblematiche stragi alla base della Nakba, dopo essersi confrontata con lo storico israeliano Morris che vi aveva fatto riferimento in un suo libro, ha dovuto fare l’amara scoperta che, nel frattempo, il documento era stato fatto scomparire.

Oltre a far sparire preziose tracce della Nakba, come denuncia lo storico Salim Tamari – dell’università di Harvard, specializzato in questi eventi storici – in un’intervista concessa a “Il manifesto”, “una parte rilevante dei materiali scomparsi riguardano le vicende di palestinesi, in prevalenza contadini, che subito dopo la nascita di Israele provarono a tornare (dall’esilio) per coltivare i loro campi, per controllare lo stato delle proprietà. Persone convinte che presto sarebbero rientrate nelle case da cui erano state cacciate o che avevo dovuto abbandonare. Israele non lo ha mai permesso. Moltissimi di loro furono uccisi senza tanti scrupoli dalle forze armate israeliane. Lo affermano anche i documenti fatti sparire. Nei suoi primi anni di vita lo Stato ebraico usò il pugno di ferro contro quelli che definiva ‘infiltrati’, ma che quasi sempre erano civili che provavano a tornare nella loro terra”.


Note:

[1] Le citazioni presenti nell’articolo e diverse notizie riportate sono desunte da un ottimo dossier realizzato dal quotidiano “Il manifesto” del 18/8/2019 composto dagli articoli di Chiara Cruciati, La strage di Safsaf tra memoria orale e diari israeliani e Il massacro di Deir Yassin nelle voci di chi lo perpetrò: “Fu un pogrom”, e dagli articoli di Michele Giorgio: Sulla Nakba Tel Aviv corre ai ripari, ma è troppo tardi e Il team segreto d’Israele che svuota gli archivi di Stato.

28/09/2019 |

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https://imeu.org/article/the-nakba-65-years-of-dispossession-and-apartheid

https://www.lacittafutura.it/esteri/i-massacri-occultati-alla-base-dell-esilio-dei-palestinesi

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Potrebbe bastare per capire cosa si cela dietro la creazione del cosiddetto Stato di Israele, con annessi deportazioni, stermini e quant’altro.

Ma considerando che molti idioti ancora credono che questo “Stato” sia una vera democrazia, con pari diritti e doveri per tutti i cittadini, ivi compresi gli arabi con cittadinanza israeliana, ritengo utile e doveroso pubblicare a seguire altro pregevole articolo che descrive alla perfezione quale sia il concetto di democrazia di giudei e loro reggicoda cristiani (i fratelli minori, secondo un Papa polacco).

Questo anche per fare giustizia di fronte alle vergognose menzogne di una delle più disgustose e stomachevoli giornaliste ebree, tale Oriana Fallaci, ancora oggi idolo di tanti destronzi che leccano il deretano ai giudei in odio all’Islam.

Ecco cosa scriveva nel 2014, fra le tante cazzate, l’ebrea in questione:

“(…) In definitiva sono sionista perché respiro, perché penso, perché vedo, perché esisto, perché so… Sono sionista perché conosco Israele e la sua gente e gli arabi che vivono li e godono degli stessi diritti degli ebrei e temono gli arabi dall’altra parte e tacciono e sono colpevoli perché tacciono… Però quando parli con loro nell’intimità della loro casa manifestano la loro gioia per vivere, lavorare e educare i loro figli in libertà piena, libertà anche di essere atei e le donne di essere libere in città come Tel Aviv, Jaffa o Gerusalemme (…)  Sono sionista perche’ non mi piace che sgozzino la gente, che lapidino le donne o che uomini adulti si sposino con bambine (…).

Spero che qualche lettore sia riuscito a non vomitare, leggendo certe schifezze palesemente false,che descrivono un mondo ed uno Stato che non esistono, tanto meno se governato da ebrei che considerano lecito accoppiarsi con una bambina di 2 anni!

Chi li ama continui a godersi questi lerci criminali; gli altri proseguano nella lettura e aiutino a fare capire la realtà ai tanti imbecilli ignari ed ignavi che ci circondano.

Carlo Gariglio

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Figli di un dio minore. Gli arabi israeliani, un “popolo invisibile”

Quando si scrive o si parla d’Israele, viene “spontaneo” riferirsi a esso come “stato ebraico”. Ma, quasi mai, si pensa a quel 1,8 milioni di israeliani (oltre il 22 per cento della popolazione), che ebrei non sono e che quella definizione fa scomparire.

UMBERTO DE GIOVANNANGELI, 10 Agosto 2017

[da GERUSALEMME]

Il tema di questo viaggio nelle contraddizioni d’Israele è quello dell’identità nazionale. Il tema, delicatissimo, che investe una democrazia che rischia una torsione etnocratica.

“Qui l’identità non la capisci da chi uno è, ma da chi odia”.

Le parole di David Grossman non raccontano solo l’eterno conflitto israelo-palestinese, ma danno corpo a uno spettro che si aggira per Israele e che disorienta e inquieta il governo Netanyahu, molto più della rivolta palestinese riesplosa in queste settimane: è lo spettro della guerra civile.

Molte volte, quando si scrive o si parla d’Israele, viene “spontaneo”, o quasi, riferirsi a esso come “stato ebraico”. Ma poche volte, quasi mai, si pensa a quel 1,8 milioni di israeliani (oltre il 22 per cento della popolazione), che ebrei non sono e che quella definizione fa scomparire: il “popolo invisibile” per usare il titolo di uno dei grandi libri-reportage di Grossman.

Quando conquista le prime pagine, il “popolo invisibile”, è perché un’altra linea rossa nell’eterno conflitto in Palestina è stata superata.

Ed è ciò che è avvenuto con l’attentato alla Porta dei Leoni della Città Vecchia di Gerusalemme, il 14 luglio scorso, compiuto da tre palestinesi con cittadinanza israeliana provenienti dall’area di Umm al Fahm (a restare uccisi, oltre ai tre attentatori, due poliziotti drusi della guardia di frontiera).

Certo, il “popolo invisibile” può esercitare il diritto di voto, elegge i suoi parlamentari alla Knesset – nelle elezioni del 2015, la Union List, la coalizione arabo-israeliana guidata dal quarantunenne Ayman Odeh, ha conquistato quattordici seggi, diventando per la prima volta nella storia la terza forza politica di Israele – ma sa già in partenza che, comunque vada, non sarà mai rappresentato in un governo, sia esso di destra, di centro o di sinistra, perché prima di ogni altra cosa viene l’identità ebraica dell’esecutivo.

Assoluta, incontaminabile. Vota ma non conta, il “popolo invisibile”.

Sulla carta, ha gli stessi diritti dei cittadini ebrei, ma nella realtà subisce discriminazioni sociali, culturali, identitarie.

Un passo indietro nel tempo.

Ventisette novembre 2014: Salim Joubran, giudice arabo della corte suprema israeliana, sostiene che gli arabi sono discriminati in Israele.

“La ‘Dichiarazione di indipendenza’ menziona specificatamente l’eguaglianza, ma sfortunatamente questo non avviene nella pratica”,

afferma Joubran in un convegno di pubblici ministeri a Eilat, secondo quanto riportato da Haaretz.

Joubran cita anche il rapporto della Commissione Or – istituita nel 2000 per far luce su dieci giorni di scontri tra polizia e cittadini arabi del nord di Israele, e intitolata al giudice della stessa corte suprema, Theodore Or, che l’aveva presieduta – secondo il quale

“I cittadini arabi dello stato vivono in una realtà di discriminazione”.

Joubran elenca anche una serie di settori in cui esiste la discriminazione:

“Ci sono divari nella educazione, nell’impiego, nell’assegnazione di terreni per le costruzioni e l’espansione della comunità, scarsezza di zone industriali e infrastrutture, molti errori nei segnali stradali in arabo”.

Le cose non sono migliorate da quel giorno a oggi, semmai è vero il contrario. Più di tre quarti degli arabi israeliani non credono che Israele abbia il diritto di definire se stesso come stato nazionale del popolo ebraico.

È quanto emerge dall’ultimo sondaggio d’opinione Peace Index, condotto dall’Israel Democracy Institute, secondo il quale oltre il 76 per cento dei cittadini arabi d’Israele intervistati respinge il diritto di Israele di definirsi stato ebraico, con più del 57 per cento che si dice “fortemente contrario” a questo concetto.

Ancora un altro passo indietro nel tempo.

Secondo una relazione del 1998 dell’Adva Centre di Tel Aviv, le disparità sociali ed economiche in Israele sono particolarmente evidenti nei confronti degli arabi israeliani. La relazione fornisce alcune cifre illuminanti.

– Il reddito medio dei palestinesi che hanno cittadinanza israeliana è il più basso tra tutti i gruppi etnici del paese;

– Il 42 per cento dei palestinesi cittadini israeliani all’età di diciassette anni ha già abbandonato gli studi;

– il tasso di mortalità infantile tra i palestinesi cittadini israeliani è quasi il doppio rispetto a quello degli ebrei: 9,6 per 1000 nascite contro 5,3.

Diciannove anni dopo, le diseguaglianze si sono ulteriormente ampliate.

Di recente, il capo della coalizione di governo alla Knesset, David Bitan, ha accusato gli arabi israeliani di “rappresentare gli interessi palestinesi piuttosto che di Israele.”

Abu Maarouf, deputato della minoranza drusa, ha difeso pubblicamente il suo

“Legittimo diritto come cittadino di lavorare per cambiare la politica di discriminazione anti-araba in Israele”.

Il leader di Israel Beitenu, oltre che ministro della difesa ed ex titolare degli esteri, Avigdor Lieberman, ha dichiarato di voler

“Vedere questi deputati davanti a un plotone di esecuzione, perché sono terroristi e nemici dello stato d’Israele”.

Bezalel Smotrich, politico israeliano, di destra, membro della Knesset, dal canto suo, ha tenuto a far sapere che sua moglie “non è affatto razzista”. La donna avrebbe solo fatto una semplice richiesta: la prossima volta che sarà in travaglio, non vorrà essere messa accanto a una donna araba.

“È naturale che mia moglie non voglia partorire accanto a una donna che ha appena dato alla luce un bambino che potrebbe uccidere il suo tra vent’anni”,

ha twittato Smotrich, aggiungendo anche il fastidio provocato dagli schiamazzi

“Che sono comuni tra le madri arabe quando partoriscono”.

Un caso isolato? Non sembra proprio.

Istruttivo in tal senso è quanto scrive Chaim Levinson su Haaretz (tra-dotto per Zeitun da Carlo Tagliacozzo):

Circa 400 esponenti del Likud hanno partecipato alla presentazione del libro di uno storico, Raphael Israeli, che afferma che gli arabi israeliani “eccellono nell’evitare di prestare servizio allo stato” (in realtà i palestinesi con cittadinanza israeliana non possono fare il servizio militare, ndr) e “consumano più di quello che producono”.

Siamo nel giugno 2017. I quattrocento politici del Likud hanno partecipato alla presentazione del libro di duecentoquaranta pagine, che non contiene note o fonti. Israeli afferma che l’elemento nazionalistico e islamico presente nell’identità degli arabi israeliani impedisce loro di integrarsi in Israele e, grazie alla sinistra ingenua, questa minoranza costituisce una minaccia alla sicurezza di Israele.

“Il successo del progresso tecnico a Tel Aviv e a Ra’anana deriva da iniziative private costituite da imprese che hanno osato rischiare, qualche volta fallendo, qualche volta con successo. C’è qualcuno che stia impedendo agli imprenditori arabi di attivarsi e iniziare, investire e assumersi dei rischi nel fondare con successo nuove aziende a Sakhinin?”

Israeli scrive, riferendosi a una cittadina arabo-israeliana nel nord.

E ancora:

“Investono in hummus e in automobili di lusso e si lamentano che lo stato non investa su di loro o in strutture industriali nelle loro aree. Osem, Tnuva e Strauss non sono nemmeno state impiantate dallo stato”,

egli aggiunge, riferendosi a tre delle maggiori imprese del settore alimentare di Israele.

Israeli scrive che può darsi che la comunità araba venga discriminata nei finanziamenti, ma riguardo al pagamento delle imposte vale il contrario.

“Gli imprenditori ebrei pagano lo stato che finanzia i propri cittadini arabi, che pagano meno tasse. D’altra parte gli arabi eccellono nell’evitare di prestare servizio allo stato e il loro tasso di criminalità è il doppio della media nazionale. Consumano più di quello che producono… Ricevono un ammontare enormemente maggiore in sussidi di quello che pagano al nostro ministero delle finanze. Se gli arabi israeliani non sono soddisfatti del livello al quale approfittano dello Stato, che trovino un altro paese che li vizi ancor di più e offra loro quello che nessuno stato arabo o islamico farebbe…. Questa ricchezza non è stata accumulata grazie a loro, ma nonostante il fatto che siano un pesante fardello per lo stato ebraico, economicamente, social-mente e riguardo alla  sicurezza”.

Israeli suggerisce che gli arabi israeliani e gli ebrei ultra ortodossi sono dei parassiti della società.

“Se non fosse per (gli arabo-israeliani) e per gli ebrei parassiti come loro, il prodotto interno lordo pro capite in Israele salirebbe perfino oltre il livello di quello europeo… Chi è discriminato, quindi, se non i componenti della maggioranza ebraica? Il Pil pro capite in Israele ha raggiunto il suo livello attuale non per merito del governo, ma per quello degli imprenditori ebrei che hanno tratto benefici per sé e per l’economia, con vantaggi anche per gli arabi”.

Secondo l’autore, gli arabo-israeliani vivono in semi autonomia “accaparrando” più risorse di quelle che forniscono o che meritano, ma “non alzerebbero un dito per migliorare la loro situazione economica.”

Riguardo ai sentimenti degli arabo-israeliani verso lo stato, Israeli sostiene che:

“Non li abbiamo visti mettersi in fila per donare il sangue per i feriti delle guerre di Israele, oppure essere presenti per sostituire il personale mandato a combattere ai confini, per proteggere anche loro”.

Egli dice che non è così che una minoranza che vuole integrarsi dovrebbe comportarsi. Egli scrive:

“Questo è il comportamento di una quinta colonna, non di cittadini leali. Mentre non li abbiamo sentiti esaltare i progressi scientifici e tecnici del loro paese, dei cui risultati desiderano usufruire completamente, hanno espresso ammirazione per la capacità di Saddam Hussein di attaccare Israele, per la combattività di Hezbollah e per l’abilità della Jihad islamica di colpire al cuore il loro paese”.

All’incontro partecipavano ministri e parlamentari del partito del premier Benjamin Netanyahu.

Il sistema giuridico israeliano si basa su almeno due categorie di cittadinanza.

La categoria “A” vale per cittadini che la legge definisce come “ebrei”, cui la legge stessa conferisce un accesso preferenziale alle risorse materiali dello stato come anche ai sevizi sociali e di welfare per il solo fatto di essere, per legge, “ebrei”; in contrasto con la cittadinanza di categoria “B”, i cui componenti sono classificati per legge come “non ebrei”, cioè come “arabi”, e come tali discriminati dalla legge per quanto concerne la parità di accesso alle risorse materiali dello stato, ai servizi sociali e di welfare e, soprattutto, per ciò che concerne la parità di diritti di accesso alla terra e all’acqua.

Gli arabi non possono accedere a nessuna industria collegata, anche indirettamente, all’esercito (per esempio quella elettronica), sono esclusi da molti posti direttivi, non hanno nessuna di quelle agevolazioni (nell’acquisto degli appartamenti, di automobili e, anche, di abituali beni di consumo) che lo stato concede ai suoi cittadini che hanno fatto il servizio militare.

Il “popolo invisibile” si affianca a quello ribelle nella minacciata espulsione di massa e pulizia etnica di cui si è fatto propugnatore Tzhachi Hanegbi, ministro della cooperazione regionale nel governo Netanyahu, se palestinesi e fratelli arabi (israeliani) non porranno fine alle “loro azioni terroristiche”.

Dal 2000, almeno cinquanta arabi israeliani sono stati uccisi dalla polizia.

E allora, vale davvero la pena riflettere su ciò che scrive Gideon Levy, tra gli editorialisti di punta di Haaretz, il giornalista più odiato, per la sua libertà di pensiero, dai falchi di Tel Aviv.

“I palestinesi e gli arabi israeliani sono un bersaglio facile. Lo sono nei territori occupati e in Israele. Lo sono perché il loro sangue vale poco. Vale poco a Umm al-Hiran e vale poco al checkpoint di Tulkarem. Vale poco nei cantieri edili (molti palestinesi lavorano come muratori in Israele, ndr) e vale poco ai posti di blocco… Le radici sono profonde; devono essere riconosciute. Per la maggioranza degli israeliani, tutti gli arabi sono uguali e non sono esseri umani come noi. Loro non sono come noi. Loro non amano i propri figli o la propria vita come facciamo noi. Sono nati per uccidere. Non c’è nessun problema a ucciderli. Sono tutti nemici, oggetti sospetti, terroristi, assassini – la loro vita e la loro morte valgono poco. Quindi uccideteli, perché non vi succederà niente. Uccideteli, perché è l’unico modo di trattarli…”

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