MEMORIA O ALZHEIMER? (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Gennaio 2016)

Ed eccoci giunti finalmente a gennaio, mese che da alcuni anni a questa parte ci hanno costretti ad odiare a causa dell’imposizione della cosiddetta giornata della memoria, ovvero una celebrazione che sarebbe intollerabile anche se commemorasse fatti veri, in quanto comunque non ci riguarderebbero direttamente, ma che diviene ancora più insopportabile in quanto pretende di imporre a tutti la commemorazione di morti mai avvenute, a causa di ordini di sterminio mai dati e mediante l’utilizzo di camere a gas mai esistite.

Tranquilli; non ho intenzione di scrivere per l’ennesima volta a proposito del mai avvenuto olocausto, anche perché sono del parere che a fronte delle miriadi di prove logiche, chimiche, fisiche e matematiche presenti in rete grazie a siti revisionisti, per credere alle favole dei “6 milioni” di gassati si debba essere mentalmente ritardati, o in malafede, o ancora semplicemente vigliacchi, cioè persone che pur avendo capito le cose, rifiutano di ammetterlo per non turbare i sonni dei padroni di tutto, cioè gli “amici” della solita ed innominabile lobby. Mi limito, in questa sede, a regalarvi un link, seguendo il quale anche i più idioti potranno capire quante e quali mistificazioni si nascondano dietro la vulgata ufficiale a proposito di nazismo, ebraismo ed antisemitismi vari: http://olodogma.com/wordpress/2013/11/30/0490-ebrei-collaborazionisti-sionismo-e-terzo-reich-haavara-o-accordo-sul-trasferimento-tra-ebrei-tedeschi-e-germania-nazionalsocialista-di-mark-weber/

Indi, lasciando liberi gli idioti di spacciare per memoria quello che si dovrebbe, al contrario, chiamare Alzheimer (dal famoso morbo che cancella la memoria reale per sostituirla con falsi ricordi), ho deciso in questa occasione di parlare delle varie forme di razzismo con le quali la vulgata comune riempie la testa dei tanti benpensanti di destra e sinistra, i quali, ovviamente, come tanti soldatini ordinati che marciano agli ordini del sergente, incamerano di tutto ad eccezione della verità.

Mi spiego: la maggior parte degli idioti contemporanei è convinta che i due “mostri”, Hitler e Mussolini, incarnassero il razzismo, e che gli eroici angloamericani fossero invece i “liberatori” entrati in guerra per sconfiggere questo razzismo, riportando così la “democrazia”, la pace, la tolleranza.

Bene; così non è, anzi è vero l’esatto contrario… Ed è dimostrabile con  estrema semplicità, usando la logica e soprattutto una buona ricerca, ovvero cose che potrebbe fare chiunque, se non fosse così di moda essere dei decerebrati interessati solo all’ultimo modello di Iphone ed alle chiacchiere su Facebook.

Ma prima di addentrarmi, volevo svelarvi un piccolo retroscena: ho maturato l’idea di questa ricerca e del relativo articolo dopo avere letto, per la millesima volta, la tipica frase del fascista all’amatriciana (o se preferite del coglione di destra), che più o meno suona così: “Il Fascismo fece molte buone cose, ma poi venne l’alleanza con Hitler che portò alle infami Leggi Razziali”.

Eccomi quindi a mostrare a questi personaggi, che non riesco a definire in altro modo se non “coglioni”, il vero volto di quelli che avrebbero voluto come alleati, ovvero i giudeo-americani ai piedi dei quali si prostrarono subito dopo il 1945, fondando quel MSI che, fin dal primo giorno, nacque alleato degli USA, della NATO e persino dello Stato pirata denominato Israele. In primis va detta una cosa: le Leggi cosiddette razziali, seppure così chiamate, non avevano nulla di veramente razziale, in quanto prevedevano tali e tante esenzioni da risultare inapplicabili a tutti quegli ebrei, tedeschi ed italiani, che non avevano il cattivo gusto di tramare contro la loro Patria di adozione. Se fossero state realmente razziali non avrebbero previsto alcuna deroga, esattamente come accadeva alle infami (queste sì!) Leggi razziali in vigore negli USA… E non sto parlando di Leggi in vigore sono negli anni 20, 30, 40, ma di Leggi rimaste in vigore fino agli anni 70, nel totale menefreghismo di quell’ipocrita mondo “libero” che secondo la vulgata ufficiale avrebbe combattuto contro il razzismo nazista.

Sappiamo bene che le Leggi Razziali italiane del 1938 furono sostanzialmente inapplicabili a tutti gli ebrei italiani, e che furono nulla di più di un tentativo di difendersi dal dilagante antifascismo professato dagli ebrei, in special modo dopo l’alleanza con la Germani; leggiamo, invece di prendere per oro colato le boiate che scrivono da ormai più di 70 anni:

“Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l’ebraismo mondiale – specie dopo l’abolizione della massoneria – è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoruscito è stato – in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica unanimemente ostile al Fascismo. L’immigrazione di elementi stranieri – accentuatasi fortemente dal 1933 in poi – ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani, nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l’ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevici di Barcellona.

Il divieto d’entrata e l’espulsione degli ebrei stranieri

Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d’ingresso nel Regno, degli ebrei stranieri, non poteva più oltre essere ritardata, e che l’espulsione degli indesiderabili – secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie – è indispensabile. Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all’esame dell’apposita commissione del Ministero dell’Interno, non sia applicata l’espulsione nei riguardi degli ebrei stranieri i quali:

a) abbiano un’età superiore agli anni 65;

b) abbiamo contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° ottobre XVI.

Ebrei di cittadinanza italiana

Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:

a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;

b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;

c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;

d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI.

Discriminazione fra gli ebrei di cittadinanza italiana

Nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i quali appartengono a:

1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo; libica, mondiale, etiopica, spagnola;

2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;

3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;

4) famiglie dei Caduti per la Causa fascista;

5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;

6) famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni 19- 20- 21- 22 e nel secondo semestre del 24 e famiglie di legionari fiumani.

7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione”.

(http://www.ilduce.net/speciale16.htm)

Ecco le tanto vituperate Leggi razziali italiane… E poco cambia se andiamo a guardare la situazione germanica, dove, secondo i falsari della Storia, ci sarebbe stata una sorta di caccia all’ebreo da deportare e sterminare il più velocemente possibile.

In realtà, come potrete verificare dai documenti indicati dal link di inizio articolo, Nazismo e Sionismo collaborarono attivamente fino alla fine con un obiettivo comune: fare emigrare gli ebrei dalla Germania per permettergli di radunarsi in un loro Stato sovrano… Questa era la soluzione finale!

Ancora una volta, ci vengono in soccorso dei documenti molto interessanti:

I 150mila “Soldati Ebrei di Hitler” Posted on 20/06/2007 by Alessio Fratticcioli.

“(…) Nella prefazione, Rigg racconta d’essere stato ispirato alla ricerca dalla visione d’un film, “Europa, Europa” in cui si racconta la storia dell’ebreo Perel che, falsificando la propria identità, prestò servizio nella Wehrmacht e studiò in un collegio per la gioventù hitleriana dal 1941 al 1945.

Il film raccontava una vicenda reale. Tornato alla Università di Yale, dove frequentava il secondo anno di college, Rigg si mise al lavoro. Gli sarebbe bastato trovare una dozzina di Perel e ne avrebbe ricavato uno studio interessante. Ne trovò 150.000 (in maggioranza ebrei a metà o per un quarto) e questo sconvolse tutte le sue certezze.

Gli storici avevano sempre parlato di una cifra irrisoria di ebrei o mezzi ebrei (Mischlinge) che avevano militato sotto la croce uncinata. Mai tuttavia, ricoprendo alte cariche (…) Rigg iniziò una corsa contro il tempo, poiché quei veterani morivano ormai a migliaia di giorno in giorno. Si avvalse dell’effetto “valanga”, un metodo nelle scienze sociali in cui ogni intervistato fa i nomi di altri conoscenti. Quasi tutti si mostrarono disposti ad aprire le loro case e i loro cuori. In più autorizzarono il libero accesso ai fascicoli personali contenuti negli archivi. Vennero fuori documenti “che nessuno aveva mai esaminato prima” (siamo tra il 1994 e il 1998!) e “furono dette cose che non erano mai state dette prima”. Le loro vicende costituiscono la testimonianza diretta d’una storia oscura e raccapricciante.

Una storia che molti professori avrebbero preferito restasse nei cassetti. Ma Rigg appartiene a quella schiera ormai folta di storici ebrei che, sulla scia di Kath, Arendt, Kimmerling, Novick, Finkelstein e altri, vogliono la verità sull’Olocausto. La critica, quando non li accusa di filo-nazismo (come accade per Hanna Arendt), li considera “revisionisti” nell’accezione staliniana del termine (…) L’elenco di Rigg è sconvolgente. Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia). L’Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn. L’ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall’imperatore del Giappone. Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck. Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler. Il generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort. Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, “Staatsrat” e membro del partito nazista. Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler. Il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler. Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer. Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler. Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l’eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi. Il capitano Helmut Schmoeckel (…)”

Ovviamente, dato che stiamo parlando di uno storico ebreo, la conclusione di questo signore non è la più ovvia, cioè non ci fu alcuno sterminio, perché altrimenti anche i 150 mila ebrei dei quali parla il libro sarebbero stati perseguitati ed uccisi, così come lo sarebbero stati i sionisti che collaborarono con la Germania fino alla fine della guerra; la fantasia di Giuda preferisce esprimersi così:

(…) Poi la ricerca scava impietosa fino ad un nome terribile: Reinhardt Heydrich, “la bestia bionda”, “Il Mosè biondo”, Capo dell’ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, “l’ingegnere dello sterminio”, diretto superiore di Heichmann. (…) Era ebreo Heydrich? Molti assicurano di sì. Di certo suo padre lo era. Di certo gli fu accordata da Hitler “l’esenzione”. È una foiba, il libro di Rigg, da cui si estraggono scheletri che si voleva dimenticare, nome e fatti da cancellare. Nomi di uomini che fecero la storia del XX secolo. Fatti che resero quella storia atroce.

E forse fu per prudenza che al processo di Norimberga non si parlò di Olocausto, ma, più genericamente, di crimini di guerra o contro l’umanità.

Forse fu per prudenza che tra gli imputati non sedesse Heichmann, esecutore degli ordini di Heydrich (…)”

Per non parlare del gran finale da barzelletta:

“(…) Perché dunque, un libro come questo di Rigg ci sconvolge tanto? Forse perché il peso della “soluzione finale” è insopportabile e scopriamo di poterlo distribuire su altre spalle, anche quelle ebree (…)”

http://www.asiablog.it/2007/06/20/i-150mila-soldati-ebrei-di-hitler/

Avete mai visto tanta squallida ipocrisia? L’autore dimostra l’inesistenza della soluzione finale intesa come sterminio di un popolo, ma pretende di rovesciare il tutto ad uso e consumo delle favolette olocaustiche!

Ma veniamo al razzismo, quello vero, in cui credevano e credono quegli alleati tanto agognati da certi coglioni destrorsi… Intanto, giusto per entrare nell’argomento, vediamo come venivano considerati negli USA gli esseri umani non appartenenti alla loro lurida popolazione:

IL MASSACRO DI NEW ORLEANS.

“Uno dei più drammatici e feroci attacchi contro italiani che si ricordi, è quello del 1891 a New Orleans. Nella zona, dove molta manodopera italiana era stata impiegata nei campi di cotone, con turni massacranti per sostituire gli schiavi neri affrancati da una legge, un gruppo di siciliani venne ritenuto responsabile, senza prove, di un omicidio. Ma la loro assoluzione a seguito di regolare processo provocò l’inferno. La popolazione locale, non soddisfatta del verdetto, si riversò in strada per un linciaggio. Una folla inferocita di 20mila persone, prelevò dal carcere gli 11 italiani e li trucidò senza pietà, per un reato che non avevano commesso.

Ma mentre il presidente americano dell’epoca, Harrison, per aver osato definire il linciaggio “un’offesa contro le legge e l’umanità” rischiava l’incriminazione, i giornali tentavano di giustificare l’accaduto con la “natura” negativa degli immigrati che lì approdavano: “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (…) Gli individui più pigri, depravati e indegni che esistano (…). Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili”.

http://www.webalice.it/ilquintomoro/emigranti_noi/immigrati_3.html

Questo giusto per entrare nel clima, nonché per dare uno schiaffo morale agli altri coglioni che blaterano a vanvera di “White Power” e si aggregano a quegli americani ignoranti, senza neppure sapere che per il razzista USA gli italiani sono dei non bianchi, ovvero, praticamente dei negri!

QUANDO GLI EMIGRANTI ERAVAMO NOI35Proseguendo nell’analisi delle opere di questi maestri dell’antirazzismo, possiamo vedere come vennero trattati non gli stranieri, ma i cittadini statunitensi di seconda generazione, dopo l’entrata in guerra del Giappone:

“(…) A seguito dell’entrata in guerra degli Stati Uniti con il Giappone, la xenofobia degli americani contro i loro connazionali di origini giapponesi fece emanare a Roosevelt l’Ordine Esecutivo 9066. Il decreto conferiva il potere ai militari di definire delle zone di ‘esclusione’ in cui – per motivi di sicurezza nazionale – veniva proibito a determinati gruppi etnici di continuare a vivere. Il risultato fu che ogni persona di origine giapponese, anche quelle di seconda generazione (nisei) – e dunque cittadini statunitensi a pieno titolo – fossero radunati e confinati in campi di internamento. Questo per evitare che compissero attività di spionaggio e sabotaggio a favore del loro paese di origine. Poco importava che nessun atto del genere avesse mai avuto luogo, e tanto meno che nulla di analogo fosse stato deciso nei confronti dei cittadini di origine tedesca o italiana: in poche settimane i 127.000 giapponesi presenti sul suolo USA furono cacciati dalle loro case, le loro attività commerciali e possedimenti liquidati per pochi spiccioli, spesso da profittatori senza scrupoli. Fu loro consentito di prendere solo quello che potevano portare con sé.

Dopo uno smistamento temporaneo nel il centro di Tanforan i prigionieri  vennero smistati  in uno dei dieci campi  sparsi nei deserti degli  USA e furono costretti a vivere  in baracche in cui la privacy era inesistente e dotate di minimi servizi igienici. Uno di questi campi, denominato Topaz, era  in prossimità della città di Delta, nel deserto dello Utah, a  circa tre ore di macchina a sud dalla città di Salt Lake City.

Lungi dall’essere il gioiello che il nome suggeriva, dava alloggio a più di 8000 internati in strette e fredde baracche, casa dei deportati giapponesi per più di 3  anni. Varie baracche dovevano condividere gli scarni e limitati servizi  igienici, con una sola mensa centrale per tutti gli internati. Nonostante il filo spinato ed i posti di guardia che circondavano Topaz, ai residenti era permesso di lasciare il campo per lavorare nei campi e nelle industrie dello Utah, sottopagati e dunque a buon mercato rispetto agli altri lavoratori. La xenofobia del governo statunitense  non impedì di arruolare pragmaticamente vari giovani da Topaz e gli altri campi, costituendo un battaglione, il 442 reggimento di fanteria, che si distinse più volte in combattimento sul fronte europeo.

La chiusura dei campi ebbe inizio nei primi mesi del 1945, precedendo in alcuni casi la fine della guerra del pacifico. Quando i residenti di Topaz  furono ‘liberati’ avevano perso tutto: case, negozi e conti bancari. Dovettero ricominciare da zero e spesso fronteggiare una latente ostilità nei confronti del ‘nemico’ sconfitto (La neve cade sui cedri è un film che in parte tratta questo tema):  un simbolico risarcimento economico giunse solo nel 1989 (a seguito di una class action) con Reagan. Le prime scuse politiche arrivarono nel 1990 con Gorge Bush senior”.

Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942

https://burogu00.wordpress.com/2013/04/09/i-campi-di-internamento-dei-giapponesi-nellamerica-della-seconda-guerra-mondiale/

Proseguiamo con qualche altra perla storica sull’argomento:

“ (…) Nel 1980 Jimmy Carter nomina una commissione d’indagine che stila il rapporto Personal Justice Denied, nel quale si decreta che non esisteva alcuna necessità militare per l’internamento della popolazione civile. Otto anni dopo, il 10 agosto 1988, Ronald Reagan firma il Redress Act, l’atto di riparazione che, insieme alle scuse della nazione, decreta l’ammontare del risarcimento da assegnare a ciascuno dei circa 60.000 sopravvissuti: 20.000 dollari, una cifra puramente simbolica che non può certo ripagarli di tutto ciò che hanno perso”.

http://www.nazioneindiana.com/2013/02/16/enemy-aliens-in-america-i-romanzi-di-julie-otsuka-e-le-storie-dimenticate-dei-giapponesi-schedati-e-internati-nei-campi-di-prigionia/

E per chiudere in bellezza (si fa per dire!):

“(…) Oltre ai giapponesi, anche gli italiani vennero internati dal 1941 al 1944, e a differenza dei primi, non hanno nemmeno ricevuto risarcimenti (…) Solo nel 2010 è stata approvata una risoluzione da parte della legislatura della California con cui si è chiesta scusa per i maltrattamenti subiti dai residenti di origini italiane (…) La loro unica colpa erano le loro origini etniche, per le quali erano considerati “enemy aliens” (nemici stranieri).

Su questa vicenda, il libro più noto è “Una Storia Segreta: The Secret History of Italian American Evacuation and Internment During World War II” di Lawrence Di Stasi (…)

La più dura fu la situazione dei tedeschi. Negli States, la politica di internamento verso cittadini statunitensi “colpevoli” di essere di origine tedesca, incominciò nel 1939 e finì nel 1946, e venne giustificata in quanto essi, al pari degli italiani, erano visti come “enemy aliens”. Non hanno mai ricevuto né scuse, né risarcimenti per questo”.

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/09/storia-dimenticata-i-campi-di.html

Che ne dite, i coglioni nostrani amici degli USA e nemici del razzismo cominceranno ad avere qualche dubbio a proposito di “infamia” delle Leggi Razziali? O magari sulla barbarie di chi deporta in campi di concentramento dei concittadini “colpevoli” di avere origini di certi Paesi?

Ma per quanto disgustoso sia quanto ho già scritto su questi campioni dell’uguaglianza fra i popoli ed esportatori di “democrazia”, il peggio deve ancora venire.

Certamente tutti avrete letto la miriade di favole che circolano sul comportamento di Hitler durante le famose Olimpiadi di Berlino del 1936, soprattutto a proposito delle vittorie del negro statunitense Jesse Owens… Non c’è idiota che non ripeta come un pappagallo la storia di Hitler incazzatissimo per le vittorie del negro, con conseguente rifiuto di stringergli la mano… Ebbene, non solo la storia è falsa, ma rappresenta un vero emblema della falsità di questi criminali.

Documentiamoci un po’:

Jesse Owens: la storia di una stretta di mano che non ci fu. Non fu Hitler, ma Roosevelt a rifiutarla al campione olimpionico perché nero. Per non scontentare gli ex Stati Confederati del Sud durante le presidenziali

Scriveva il giornalista Paolo Pansa che: «Una generazione che ignora la storia non ha passato … né futuro. Se la storia la facciamo raccontare solo a chi ha vinto, che storia è?». Frase azzeccata come poche (…) Guai a fermare la ricerca di una vicenda storica solo perché è sempre stata raccontata in una certa maniera o perché ancora sono vivi degli interessi ideologici, attenzione perché la storia, quella vera, prima o poi si vendica come nel caso del grande olimpionico Jesse Owens. (…) Nato nel profondo sud degli Stati Uniti, in Alabama, ha contato solo sulle sue forze ed è riuscito a vincere, nella famosa Olimpiade di Berlino del 1936, ben 4 medaglie d’oro: nei 100 metri, nel salto in lungo, nei 200 metri e nella staffetta 4×100. Tutto in appena sette giorni di gare, un record sui record.

Il prossimo mese, il 19 febbraio, esce nelle sale americane il film “Race“, la Gara, una biografia proprio su Owens che racconta della sua povertà, di come ha dovuto lottare per affrancarsi da un mondo chiuso ed elitario come l’Alabama e delle delusioni che dovette subire una volta tornato America. Un grande eroe, certo, ma di seconda fila nella sua patria, semplicemente perché era un nero.

Ha scritto The Times «Race è un film che metterà a dura prova l’idea che gli Usa si sono fatti di Jesse Owens», e, come vedremo, sfaterà molti luoghi comuni.

L’evento che portò il nome di Owens ad essere celebrato nei decenni nei libri di scuola non furono tanto le sue vittorie, ma la mancata stretta di mano con Adolf Hitler che, racconta la vulgata, lasciò il palco d’onore pur di non dover immortalare una stretta di mano con un nero e a prova di questo atteggiamento il ministro della propaganda del terzo Reich, Joseph Goebbels, scrisse nel suo diario: «L’umanità bianca si dovrebbe vergognare». Ricordiamo che tra i favoriti alle stesse discipline c’era allora l’idolo tedesco Luz Long considerato dalla stampa nazista quasi un eroe.

Il gesto della mancata stretta di mano peserà per sempre, insieme a tante altre, sulla meschinità del Fuhrer e del suo terzo Reich, a differenza degli Usa dove il nostro campione trovò non solo riconoscimenti, ma la stima dell’allora presidente F. Delano Roosevelt. Almeno questa è la storia ufficiale riportata in tutti i testi e, dunque, vera.

Peccato che la storia, quella vera, non sia come la vuole la propaganda del tempo. In realtà, fin dai primi momenti, quando cominciò a girare la notizia della mancata stretta di mano di Hitler, lo stesso Owens negò sempre questo particolare.

«In realtà, mio padre non si è mai sentito snobbato da Hitler» ha raccontato Marlene, la figlia di Owens, agli sceneggiatori del film che hanno dovuto correggere nel copione uno dei più celebri fraintendimenti nella storia dello sport.

Già nella sua ignorata biografia, edita nel 1970, The Jesse Owens Story, leggiamo un’altra verità: «Dopo essere sceso dal podio, passai davanti alla tribuna d’onore per tornare negli spogliatoi. Il Cancelliere mi fissò. Si alzò e mi salutò con un cenno della mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Giornalisti e scrittori dimostrarono cattivo gusto tramandando un’ostilità che, di fatto, non c’era mai stata».

A suffragare la tesi del campione americano, alcuni anni fa l’anziano fotografo sportivo, Siegfried Mischner, che visse tutta quell’olimpiade, raccontò di aver visto con i suoi occhi Hitler stringere la mano al campione dietro le quinte dell’Olympiastadion: «Owens, dopo l’Olimpiade, chiese alla stampa di correggere quell’errore, ma nessuno gli diede retta».

Ma la vicenda ha un risvolto ancora più inquietante, infatti, non è stato mai raccontato un altro episodio, ben più grave e quasi completamente ignorato, al di là delle vicende narrate che riguarda proprio l’America di quegli anni.

«In retrospettiva, mio padre» – racconta ancora la figlia del primatista – «fu profondamente ferito dal fatto che Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano dell’epoca, non l’avesse voluto ricevuto mai alla Casa Bianca».

«Con questo film» – ha aggiunto – «era importante che i fatti non fossero riscritti per l’ennesima volta», parlando a nome della Jesse Owens Foundation, anche se spesso un’affascinante menzogna è preferibile alla cruda realtà.

Owens credeva, da sincero americano, di aver onorato il suo Paese e, vista l’accoglienza che veniva tributata in patria per una medaglia olimpica, credeva ingenuamente che anche lui avrebbe avuto da quell’impresa lo stesso trattamento.

Purtroppo, aveva dimenticato un particolare importante per la libera e democratica America di allora: era un nero. Un elemento della massima importanza, specialmente in periodo elettorale.

Infatti, quell’anno si svolgevano le presidenziali e Roosevelt era il candidato più accreditato, ma aveva un problema: quello di non scontentare gli ex Stati Confederati del Sud che da sempre erano un vivaio di voti.

Così il buono e generoso presidente, come immortalato nella storiografia ufficiale, pensò bene di ignorare la richiesta di incontrare il campione perché andare in Georgia o in Alabama dopo aver stretto la mano ad un nero, per quanto fosse un grande olimpionico, non gli avrebbe certo portato voti e così, questo è assolutamente vero, non ci fu mai la stretta di mano tra il presidente americano e il giovane Owens, il quale giustamente indispettito da un simile trattamento, si iscrisse, lui da sempre democratico come la sua famiglia, nelle liste del candidato repubblicano Alf Landon.

Come si vede, dopo ottant’anni la verità da quella stretta di mano, per la quale sono stati impiegati fiumi di inchiostro, è uscita fuori ed è tutta un’altra storia”.

http://www.eurocomunicazione.com/jesse-owens-la-storia-di-una-stretta-di-mano-che-non-ci-fu/

Infine, godiamoci una testimonianza diretta dell’epoca, sempre a proposito dello stesso argomento, unita a dei commenti sacrosanti sulla squallida società statunitense e la sua stomachevole ipocrisia:

“(…) Nella gara del salto in lungo chi si classificò quarto con la misura di 7,73 e mancò il podio di un soffio fu l’italiano Arturo Maffei, un grande dell’atletica italiana (…) Quando ottenne il quarto posto a Berlino fu proprio Jesse Owens a congratularsi con lui e a definirlo il “miglior stilista” della competizione. Ed è proprio Maffei a smascherare la diceria delle presunte mancate congratulazioni di Hitler a Owens.

Maffei, infatti è stato testimone oculare dell’episodio e ci racconta nei minimi dettagli come si svolse la faccenda della stretta di mano. Le cose andarono esattamente così. Alla fine della gara del salto in lungo Hitler volle congratularsi personalmente con gli atleti; scese dalla tribuna e si presentò al cospetto di Owens, a meno di un metro da lui. Il fatto stesso che Hitler scese dalla tribuna per incontrare Owens fa di per sé giustizia della diceria secondo la quale il dittatore “non volle salutare un negro”. Se non avesse voluto farlo, avrebbe abbandonato lo stadio senza incontrare gli atleti, o semplicemente sarebbe rimasto in tribuna.

Ma c’è dell’altro. Hitler, dunque, arrivato davanti a Owens lo salutò per primo, alzando il braccio destro nel saluto nazista. Owens non poteva certo rispondere con il braccio teso e perciò allungò la mano verso Hitler. Costui, vedendo che Owens gli allungava la mano, abbassò il braccio teso e allungò a sua volta la sua mano verso quella dell’atleta, per stringergliela. Ma proprio in quell’attimo Owens, forse ricordandosi di essere un militare, portò la mano destra alla fronte salutando Hitler con il classico saluto militare mentre il dittatore tedesco rimase per un attimo con la mano tesa. “A questo punto, decidete voi chi non diede la mano a chi”, conclude Maffei.

Ma se c’è una testimonianza che toglie ogni dubbio, è quella dello stesso Owens, che descrive nelle sue memorie anche ciò che accadde dopo la premiazione: “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto. E ancora: “Hitler non mi snobbò affatto, fu piuttosto Franklin Delano Roosevelt che evitò di incontrami. Il presidente non mi inviò nemmeno un telegramma”.

Owens e Hitler, dunque, si incontrarono, si salutarono, scambiarono anche qualche parola e vollero pure stringersi le mani. Se quelle due mani non si incontrarono materialmente, ciò non è dovuto al fatto che una era bianca e l’altra era nera, ma fu dovuto semplicemente al caso, ai diversi modi di salutare tipici dei due (…) Democrazia? Quanto la democrazia americana fosse razzista, Jesse Owens lo sapeva meglio di chiunque altro. Lo sapeva fin dal 1922, quando frequentava la Fairmont Junior High School di Cleveland, naturalmente in una classe di bambini di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin dal 1930, quando frequentava la East Technical School, naturalmente in una classe di ragazzi di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin da quando frequentava la Ohio State University, naturalmente in una classe di studenti di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin da quando si allenava nell’atletica leggera. Poco prima di attraversare l’Atlantico per partecipare alle Olimpiadi di Berlino sperimentò a sue spese cos’era il razzismo, quella volta che in un ristorante solo gli atleti bianchi poterono mangiare, mentre a Jesse e agli altri atleti di colore il cibo fu negato “perché erano negri”, perché negli USA c’era la segregazione razziale.

E dopo la seconda guerra mondiale Jesse vide l’abolizione della segregazione razziale nelle forze armate americane solo nel 1948, dodici anni dopo che Hitler gli tese la mano, ma non ancora sugli autobus, perché nel 1955 Rosa Parks, una donna nera, osò salire su un autobus per bianchi a Montgomery in Alabama e fu arrestata. Diciannove anni dopo che Hitler gli tese la mano.

E Jesse riuscì a vedere dichiarata incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole americane solo nel 1954, ma soltanto sulla carta, perché tre anni dopo il presidente Eisenhower dovette mandare mille soldati a Little Rock in Arkansas per consentire a nove studenti neri di entrare a scuola. Era il 1957, ventuno anni dopo che Hitler gli tese la mano. E Jesse riuscì a vedere il primo “studente negro” entrare in un’università americana solo nel 1962; quello studente era uno che si chiamava James come lui, era James Meredith, che entrava nella scuola non da solo ma accompagnato da trecento poliziotti, mentre veniva accolto a sputi e con un lancio di pietre da parte degli studenti bianchi. Questo accadeva ventisei anni dopo che Hitler gli tese la mano. E per potere esercitare il diritto di voto per la prima volta Jesse Owens dovette aspettare il 1968, dopo 55 anni di vita, 192 anni dopo l’adozione della Costituzione americana, 12 anni prima di morire, 32 anni dopo che Hitler gli tese la mano.

Ma noi restiamo convinti che fosse una bufala quella della stretta di mano rifiutata.

http://www.loccidentale.it/node/117953

Chiudiamo con:

(…) Invece è stato Hitler che ha inviato Owens “una fotografia commemorativa autografata”. E secondo il leggendario giornalista sportivo Siegfried Mischner (sul MailOnline.co.uk), Owens avrebbe portato sempre con sé una fotografia di Hitler nel suo portafoglio. Mischner ha riferito che nel 1960 Owens stava disperatamente cercando di cambiare l’atteggiamento di slealtà e furore razzista verso di lui e di ottenere che i giornalisti raccontassero la verità di ciò che è realmente accaduto ai 1936 giochi olimpici. Mischner ha detto al MailOline.co.uk, “La foto venne presa dietro le quinte del podio d’onore e quindi non fu diffusa dalla stampa ufficiale. Ma io ho visto Hitler stringere la mano a Owens”. (…) Owens aveva sempre proclamato di essere stato trattato meglio in Germania che negli Stati Uniti, dove i negri erano sottoposti a segregazione e discriminazione insopportabili.

http://www.storiainrete.com/9304/ultime-notizie/jesse-owens-teneva-sempre-una-foto-di-hitler-nel-portafoglio/

In sintesi, cari coglioni, godetevi i vostri alleati; io mi tengo ben stretto Adolf Hitler!

Carlo Gariglio

 

 

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