IL COLPO DI STATO DEL 25 LUGLIO 1943  (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Agosto 2021)

Per questo numero del mensile cedo volentieri la parola al Camerata Giuliano Scarpellini, autore dell’ennesimo ottimo articolo di ricerca storica che copio a seguire. Buona lettura!

Carlo Gariglio

E’ opinione quasi unanime degli storici – compresi quelli seri – che il colpo di Stato del 25 luglio 1943 fu innescato dall’invasione alleata della Sicilia e dalla consapevolezza di non potersi opporre a tale invasione. Ciò non è affatto vero.

Quella che fu, per lo scopo e per le modalità con cui fu messa in atto da vertici politici e militari, la più sporca e subdola manovra politica nella storia della Nazione e in danno della Nazione, fu concepita già qualche mese prima dell’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940 e al cui successo concorsero indubbiamente l’inefficienza dell’apparato informativo del Regime, la supponenza e la superficialità dei vertici del PNF e soprattutto l’ingenuità di Mussolini, che, da uomo onesto qual’era, non seppe neppure immaginare a quale livello potesse arrivare la perfidia dei suoi nemici e dei suoi finti amici. Solo così, infatti, trovano risposta tantissimi “misteri”, che altrimenti rimarrebbero per sempre insoluti.

Un’altra favola, che ha riscosso grande credibilità e che è stata messa in circolazione proprio per occultare il reale momento storico in cui fu concepito il complotto, le sue motivazioni e i suoi obiettivi, è quella che l’Italia  fosse scesa in guerra senza possedere i mezzi necessari per poterla condurre.

In realtà alla data del 10 giugno 1940 l’Esercito italiano disponeva di 78 divisioni, per un totale di circa un milione di uomini, l’Aeronautica di circa 3.000 velivoli per quell’epoca tecnologicamente validi come testimoniato dalle recenti trasvolate atlantiche di Italo Balbo, dai numerosissimi primati aeronautici conseguiti e dalle splendide prove fornite in combattimento dall’Aviazione Legionaria in Spagna, la Marina era la quarta nel mondo e prima per la flotta subacquea con oltre 100 sommergibili e, con la Francia ormai agonizzante, era decisamente superiore per navi, per calibri e per velocità alla flotta inglese del Mediterraneo.

I nove mesi di “non belligeranza” (che è cosa ben diversa dalla “neutralità” e che presuppone come quasi certo l’intervento) avrebbero permesso la stesura dei piani strategici offensivi e l’approntamento dei mezzi necessari per eseguirli, che, con la fulminea occupazione di Malta e dell’Egitto, entrambi allora scarsamente presidiati, avrebbero consentito il congiungimento con le truppe dislocate in Africa Orientale e trasformato veramente il Mediterraneo nel “Mare Nostrum”, con la conseguente conquista – agevolata dalla sollevazione araba –  del Medio Oriente con le sue illimitate risorse petrolifere, la probabile entrata in guerra della Turchia, della Spagna e del Portogallo a fianco dell’Asse e, con la Germania padrona dell’Europa, avrebbero potuto in tempi rapidi mettere fine al conflitto con una strepitosa vittoria.

Invece niente di tutto questo fu fatto: la presa di Malta, enorme minaccia per gli indispensabili traffici col Nord Africa, non sfiorò neppure la mente degli “strateghi” italiani, che anzi considerarono l’isola un “temporaneo punto d’appoggio” del nemico e l’attacco all’Egitto, solo su pressione di Mussolini, fu iniziato……in settembre, con truppe in stragrande maggioranza appiedate e corazzati e motorizzati costretti ad aspettarle, finendo anch’essi per procedere a passo d’uomo e dando così agli inglesi tempo e modo di fare affluire  uomini e mezzi per rintuzzare l’offensiva e passare addirittura al contrattacco. Perché?

Perché ai vertici dello Stato Maggiore Generale, di quello dell’Esercito e di quello della Marina vi erano individui assolutamente incompetenti, che si trovavano là solo grazie all’appartenenza alla ottocentesca casta militare monarchica ed erano ancora cultori della strafallita dottrina bellica francese basata sulla guerra di posizione, la quale, come visto nella Grande Guerra, consisteva nell’inutile massacro delle fanterie per conquistare un palmo di terreno, poi perduto, poi riconquistato, poi riperduto; individui cui nulla avevano insegnato la guerra d’Etiopia, che fu necessariamente una guerra di movimento che sbalordì gli esperti militari di tutto il mondo, la guerra di Spagna, dove, in tutte le grandi battaglie, le vittorie dell’esercito nazionale, ottimamente supportato dal C.T.V. italiano, furono ottenute con l’impiego di colonne mobili che scardinarono regolarmente i pur poderosi trinceramenti dei rossi, e soprattutto la “Blitzkrieg” tedesca, che fulmineamente aveva spazzato via la Polonia, conquistato – precedendo gli inglesi – Olanda, Belgio, Danimarca e Norvegia,  stava annientando la Francia e aveva messo in ginocchio l’Inghilterra.

No, dichiarata la guerra, disposero l’Esercito sul confine francese in…Posizione difensiva, mentre la Marina neppure si mosse.

In ottobre, poi, ebbe inizio la Campagna di Grecia, altro capolavoro di stupidità, perché sferrare l’offensiva sui monti dell’Epiro, cioè su un territorio che per la sua conformazione favoriva enormemente la difesa e sfavoriva enormemente l’attacco, equivaleva a un suicidio, che avrebbe potuto costare un prezzo assai più alto di quello altissimo pagato in realtà dai soldati italiani, quando la preventiva occupazione di Creta avrebbe permesso un assai più agevole attacco dal mare.

Naturalmente le obsolete dottrine strategiche si riflettevano su quelle tattiche insegnate nelle scuole militari di ogni grado. Quando i militari repubblicani poterono usufruire di istruttori tedeschi, ufficiali e soldati rimasero sbalorditi da ciò che avevano appreso sulle nuove tecniche di combattimento terrestre, navale e aereo e le misero in pratica con estremo valore sui campi di battaglia.

Ma i rovesci militari collezionati dall’Italia non furono il risultato soltanto dell’inettitudine professionale degli alti comandi, bensì anche e soprattutto, col progredire della guerra, del fatto che nello Stato Maggiore Generale, in quello dell’Esercito e in quello della Marina si annidavano infami traditori che operavano per la sconfitta o addirittura collaboravano col nemico, tutti o quasi tutti affiliati alla massoneria.

Per capire il comportamento di costoro e le loro motivazioni, bisogna innanzi tutto chiarire chi erano e cosa passava per la loro mente. A tal fine occorre gettare lo sguardo al secolo precedente: in Europa dominava incontrastata la concezione monarchica dello Stato; si stava sì aprendo la strada il concetto di “nazione”, ma la “nazione” era pur sempre intesa come proprietà del monarca e, per sua delega, della casta “nobiliare” dei suoi reggicoda, gli unici ad avere accesso, per diritto di sangue, alle chiavi del potere che utilizzavano per sostenere e mantenere questo stato di cose. Il monarca rappresentava la nazione e lui stesso era la nazione; il popolo era visto come una massa informe e priva di alcun pregio, da utilizzare esclusivamente in funzione degli interessi del re e della casta nobiliare: poteva essere tranquillamente dissanguato con le tasse, non aveva accesso all’istruzione superiore (e spesso neppure a quella elementare), non poteva salire i gradini della scala sociale, ma poteva essere utilizzato in guerra senza risparmio e senza alcun riguardo alle perdite per la gloria del re.

A partire dagli ultimi decenni dell’ottocento si era andata affermando – e affiancando – un’altra casta privilegiata: quella dei capitalisti. Sorta in America, dove la casta nobiliare non era neppure pensabile, si era estesa all’Europa, a cominciare dall’Inghilterra. Fondando il suo potere sul denaro anziché sul sangue, ne aveva però acquisito la stessa mentalità: l’operaio, proveniente dal popolo, era anche per essa carne da macello, da spremere al massimo ammazzandolo di lavoro in cambio di poche briciole di pane appena sufficienti a farlo sopravvivere e a lavorare per le tasche del “padrone”. Entrambe le caste disponevano ognuna di una sorta di “associazione di categoria” alla quale facevano capo: i capitalisti al giudaismo, essendo gli stessi in massima parte giudei; i nobili alla massoneria, che però era anch’essa una emanazione dei giudei, come provano i suoi riti e i suoi simboli e il cui carattere giudaico si accrescerà nel tempo, allorché l’aristocrazia del sangue verrà progressivamente sostituita da quella del denaro; per cui, a partire dalla metà del XX secolo, si può a buon diritto parlare di giudeo-massoneria.

In campo politico per nobili e capitalisti l’affermarsi del “liberalismo” fu una vera manna: dando voce alle più disparate e discordanti opinioni, creava solo confusione e disaccordo nelle masse e non intaccava minimamente il loro potere (il vecchio metodo del divide et impera). E neppure costituiva una vera minaccia il marxismo, le cui teorie velleitarie e la pretesa di sostituire le caste dominanti con quella dei proletari era una evidente idiozia, come la Storia ha ampiamente dimostrato.

La vera minaccia, invece, si profilò con l’affermarsi nel primo dopoguerra del Fascismo in Italia e soprattutto del Nazional-socialismo in Germania: il primo poteva, come in effetti fu, essere annacquato dal sopravvivere delle istituzioni monarchiche e della massoneria, nonché dall’enorme potere della Chiesa in Italia, il secondo invece non consentiva alcuno spazio di manovra.

Propugnando l’identificazione della Nazione nella comunità di popolo basata sul sangue e sul suolo, dando a chiunque la possibilità di elevarsi indipendentemente dalla sua estrazione sociale, anteponendo il lavoro al capitale, eliminando le ingiuste sperequazioni e il parassitismo e consentendo a qualsiasi cittadino di affermarsi nella misura del suo reale valore personale, il Socialismo Nazionale rappresentava una minaccia mortale per i componenti delle caste fino ad allora dominanti e il crollo totale della loro visione del mondo.

Mentre in Germania il Nazionalsocialismo ebbe la possibilità di ripulire tutti i vertici delle istituzioni civili e militari installandovi persone di fiducia e quasi sempre fedeli, ciò, per i motivi sopra citati, non fu possibile al Fascismo in Italia: ai vertici di quelle istituzioni rimasero i personaggi dell’epoca prefascista, che, pur mostrandosi servili adulatori del Duce, restarono in realtà ancorati alle idee e alla mentalità della loro epoca, covando segretamente la speranza che si presentasse l’occasione per prendersi la rivincita [Un piccolo ma significativo esempio: il 27 settembre 1921 a Modena il commissario di PS Guido Cammeo, socialista ed ebreo, figlio del rabbino capo della città, diede ordine alla guardia regia di sparare su un corteo di fascisti disarmati che si stava sciogliendo, uccidendone otto e ferendone venti: ebbene il Cammeo rimase al suo posto fino al 5 settembre 1938, allorché, in ottemperanza alle “leggi razziali”, fu……collocato in pensione. In Germania un soggetto del genere sarebbe sopravvissuto poche ore dopo il 30 gennaio 1933].

E l’occasione si presentò con lo scoppio della guerra mondiale, voluta dalla giudeo-massoneria e che, per essere utile ai suoi scopi, doveva necessariamente concludersi con la sconfitta della Germania e dell’Italia e il conseguente crollo del Nazionalsocialismo e del Fascismo.

L’elenco degli infami acclarati sarebbe lunghissimo, ma alcuni meritano una menzione.

Pietro Giuseppe Vittorio Luigi Badoglio, Maresciallo d’Italia; nell’ottobre del 1917  comandava il XVII Corpo d’Armata schierato sul fronte dell’Isonzo e, assieme a Luigi Cadorna, fu il principale responsabile dello sfondamento del fronte italiano operato dagli austro-tedeschi nel settore di Tolmino – Caporetto. Nel 1925 scrisse di lui nel suo diario il Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia: “Oggi tutti restano silenziosi davanti alla nomina di Badoglio a capo di Stato Maggiore dell’Esercito, con l’incarico di organizzare la difesa della nazione. Nulla di più burlesco che preporre alla difesa della Nazione l’eroe di Caporetto, il quale, essendo stato sfondato il suo corpo di armata, fuggì abbandonando prima tre divisioni, poi ancora una quarta, e portò il panico nelle retrovie. La sua fuga, indipendentemente dalla sconfitta, causò la perdita di quarantamila soldati italiani fra morti, feriti e prigionieri, da lui abbandonati il 24 ottobre 1917 al di là dell’Isonzo”. Infatti dalla relazione al parlamento della Commissione d’inchiesta su Caporetto, che concluse i lavori il 13 agosto 1919 e che attribuì la colpa della disfatta a Luigi Cadorna, estendendola a Luigi Capello, Alberto Cavaciocchi e Luigi Bongiovanni, mancavano le tredici pagine riguardanti l’operato di Badoglio, che pertanto risultò neppure menzionato da tale relazione (ragione di ciò: il fatto che fosse un pezzo da 90 della massoneria) e il 4 maggio 1925, assunse per primo l’istituita ex novo carica di capo di stato maggiore generale, che mantenne ininterrottamente sino al 26 novembre 1940. Fu dunque per tutto quel periodo responsabile della preparazione, dello equipaggiamento, dello addestramento e del dislocamento delle Forze Armate italiane, nonchè degli eventi bellici dei primi cinque mesi di guerra. Della congiura rappresentò l’emblema e già nei primi mesi del 1940 ebbe contatti segreti con esponenti militari inglesi, francesi e americani e dall’inizio del 1942 numerosi incontri con Maria Josè, nuora del re, che già da allora aveva iniziato le sue trame miranti ad abbattere Mussolini, nonché con esponenti di partiti clandestini, compreso quello comunista; nella primavera del 1943 accettò di buon grado la designazione a subentrare al Duce come capo del governo.

Vittorio Ambrosio, Giuseppe Castellano e Giacomo Carboni, generali. Il primo, per motivi che certamente nulla avevano a che vedere con le sue capacità professionali, il 2 febbraio 1943 fu nominato capo di stato maggiore generale in sostituzione di Ugo Cavallero, che in precedenza aveva sostituito Pietro Badoglio; proseguì nell’opera di neutralizzazione della MVSN, consistente nel trasferire fuori dai confini nazionali le unità combattenti della Milizia, aggregandone ogni legione ad una divisione dell’esercito ed ottenendo così il duplice risultato di porle alle dirette dipendenze del R.E. e di renderne comunque impossibile l’intervento al momento del previsto colpo di Stato; si occupò inoltre della “cloroformizzazione” e poi della neutralizzazione della divisione corazzata “M”, che nel Luglio del 1943 si trovava nei pressi di Roma e che con il suo intevento avrebbe potuto far fallire il colpo di Stato, operazione favorita dall’indecisione nel momento cruciale di Enzo Emilio Galbiati, console generale e capo di stato maggiore della Milizia, che il 25 luglio, pur con l’attenuante della confusione creatasi, non seppe reagire con prontezza agli eventi che si erano determinati; recentemente è  anche venuto alla luce un documento che comprova che Ambrosio formulò un piano per uccidere Mussolini il 5 luglio. Giuseppe Castellano, braccio destro di Ambrosio, è passato alla Storia quale firmatario il 3 settembre 1943 di quello che è comunemente ed erroneamente conosciuto come “armistizio” di Cassibile, in quanto non si trattò affatto di un armistizio, bensì di una resa incondizionata.  Giacomo Carboni, nei mesi precedenti la dichiarazione di guerra, per conto di Galeazzo Ciano e di Pietro Badoglio tenne numerosi contatti con gli addetti militari inglesi, francesi e statunitensi. Incaricato dal governo Badoglio della “difesa” di Roma, diede ulteriore prova della sua inettitudine professionale.

Carmine Senise, capo della polizia dal 22 novembre 1940, fu destituito da Mussolini per inefficienza il 14 aprile 1943.  Prese parte attiva alla congiura e lo stesso 25 luglio fu reintegrato nella carica da Badoglio, per incarico del quale pianificò e attuò l’assassinio di Ettore Muti, avvenuto a Fregene il 24 agosto 1943.

Un covo di serpenti altrettanto velenosi fu lo stato maggiore della Marina, ove, oltre ai traditori, si annidavano vere e proprie spie al servizio del nemico e che, sin dall’inizio del conflitto, si attenne sempre scrupolosamente ai seguenti criteri:

– evitare assolutamente di impegnare le navi da battaglia (cioè corazzate e incrociatori) in combattimento col nemico, traccheggiando ed inventando assurdi motivi, tant’è che la flotta non fu inviata neppure a contrastare gli sbarchi nemici in Sicilia e a Salerno e, ancor prima, ad impedire l’evacuazione degli inglesi dalla Grecia, cosa che permise loro di porre in salvo 60.000 uomini che altrimenti sarebbero stati catturati;

– spedire le stesse, quando era del tutto impossibile non farle uscire in mare, ad effettuare inutili crociere, assegnando loro rotte che avrebbero sicuramente evitato l’intercettazione e la distruzione del nemico che si trovava in condizioni di netta inferiorità;

– fornire un’enorme quantità di dati sensibili agli inglesi, il che produsse l’affondamento di numerosi sommergibili di cui era stata segnalata al nemico la zona d’agguato, il disastro di Taranto (i siluri degli aerosiluranti inglesi passarono tutti attraverso i varchi nelle reti subacquee parasiluri, di cui essi conoscevano l’esatta ubicazione), quello di Capo Matapan (un ufficiale dell’incrociatore Pola, naufrago e poi catturato dagli inglesi, ebbe modo di vedere con i suoi occhi l’ordine del giorno dell’ammiraglio Cunningham che preannunciava ai suoi equipaggi la grande vittoria, datato tre giorni prima che i comandanti e i marinai delle navi italiane venissero informati della missione da effettuare in Egeo), la distruzione di gran parte dei convogli, che scortati da naviglio sottile, recavano gli indispensabili rifornimenti ai combattenti in Africa (si salvarono infatti solo quelli i cui comandanti della scorta decisero di seguire una rotta diversa da quella indicata da “Supermarina”).

Il tutto col folle proposito di vendere (termine che va inteso letteralmente) la flotta intatta al nemico vincitore.

Anche qui l’elenco degli infami sarebbe lunghissimo, ma anche qui alcuni di loro meritano una particolare menzione.

Bruno Brivonesi, ammiraglio, il 9 novembre 1941 comandava la scorta a distanza – costituita da due incrociatori pesanti armati con cannoni da 203 mm. e quattro cacciatorpediniere – del “convoglio Duisburg” – formato da sette mercantili – che trasportava urgenti rifornimenti per il Nord Africa. Puntualmente attaccato a poppavia da due incrociatori leggeri  – armati con cannoni da 152 mm. – e due cacciatorpediniere inglesi, anziché frapporsi tra il convoglio e gli attaccanti il Brivonesi si portò in testa al convoglio aumentando progressivamente la distanza dal nemico, fece sparare oltre 200 granate da 203 tutte regolarmente andate a vuoto, quindi accostò in fuori e fece ritorno alla base abbandonando il convoglio che fu totalmente distrutto con ingente perdita di vite umane, armi, munizioni, automezzi, carburanti e merci varie. Sottoposto ad inchiesta da un tribunale militare, il Brivonesi fu prosciolto da ogni accusa; in qualsiasi altra marina sarebbe stato fucilato.

Luigi Pavesi, ammiraglio, dal mese di settembre 1942 comandava la piazzaforte di Pantelleria, potentemente armata e fortificata. Disponeva infatti di 37 cannoni antinave di grosso calibro e 76 cannoni antiaerei tutti in casematte scavate nella roccia, di un aeroporto in caverna dove, almeno inizialmente, erano basati 60 aerei da caccia, di riserve di munizioni, carburanti, viveri e acqua potabile per varie decine di giorni e di un presidio di circa 12.000 uomini. Costituiva quindi un serio ostacolo per la flotta destinata all’invasione della Sicilia, ma un mese di bombardamenti, nel corso dei quali furono sganciate sull’isola circa 7.000  tonnellate di esplosivo, non ne aveva minimamente intaccato le difese. Senonchè l’11 giugno 1943, all’apparire all’orizzonte di alcune navi nemiche (si trattava in realtà di tre torpediniere), il Pavesi decise che era ora di arrendersi: senza sparare neppure un colpo, fece alzare bandiera bianca e consegnò al nemico la guarnigione, le armi, le aviorimesse e le riserve di viveri, acqua, munizioni e carburanti perfettamente intatte. Fu così che la “conquista” dell’isola costò al nemico un solo morto: un caporale inglese ucciso dal calcio di un mulo, unico eroico difensore di Pantelleria.

Priamo Leonardi, ammiraglio, dall’8 giugno 1943 comandava la piazzaforte di Augusta-Siracusa, la meglio armata di tutto il Mediterraneo, disponendo di sei batterie antinave di grosso calibro (381 mm., 254 mm., 152 mm.), 17 batterie contraeree (con cannoni da 76 e 102 mm.), due pontoni armati (dotati di cannoni da 149 e 190 mm.); per il fronte a terra (esteso per circa 50 km) c’era invece una catena di 30 capisaldi presidiati da due battaglioni costieri. Il 12 luglio 1943, dopo che erano state fatte saltare le artiglierie, Il Leonardi, imitando il succitato Pavesi, senza sparare un colpo consegnò la piazzaforte al nemico. Per tale gesto eroico, nel 1947 questa repubblica lo decorò con la medaglia d’argento al V.M..

Fracesco Maugeri, ammiraglio, dal 24 maggio 1941 al 25 luglio 1943 fu responsabile del SIS (servizio informazioni segrete). Senonché, come divenne del tutto palese al termine del conflitto, lui, che doveva spiare il nemico per conto dell’Italia, spiava l’Italia per conto del nemico. Fece così bene tale lavoro che il 4 luglio 1948 gli USA gli conferirono la “Legion of Merit” con la seguente motivazione; “… Per la condotta eccezionalmente meritevole nel compimento di superiori servizi resi al governo degli Stati Uniti, in qualità di capo del servizio informazioni navali, come comandante della base navale di La Spezia e come capo di stato maggiore della marina militare italiana durante e dopo la seconda guerra mondiale” e, ancor prima, appositamente per lui e gli altri suoi complici, fecero inserire nel “Trattato di pace” con l’Italia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, l’art. 16, che così recita: “L’Italia non incriminerà né in altro modo molesterà i cittadini italiani,  compresi i componenti delle Forze Armate (nel testo ufficiale in francese è scritto: “soprattutto i componenti delle Forze Armate”) per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle potenze Alleate o Associate o di aver svolto azione a favore della causa stessa durante il periodo tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato”. Improvvisatosi scrittore, nel dopoguerra redasse un libro, “From Ashes of Disgrace”, nel quale si può leggere: “L’inverno del ’42-’43 trovò molti di noi, che speravano in un’Italia libera, di fronte a questa dura, amara e dolorosa verità: non ci saremmo mai potuti liberare delle nostre catene, se l’Asse fosse stato vittorioso… Più uno amava il suo Paese, più doveva pregare per la sua sconfitta nel campo di battaglia… Finire la guerra, non importa come, a qualsiasi costo…. L’ammiragliato britannico aveva abbondanti amici tra i nostri ammiragli anziani e nello stesso Ministero della Marina. Sospetto che gli inglesi fossero in grado di ottenere genuine informazioni direttamente alla fonte. In questo caso non c’era bisogno di spendere denaro e sforzi per avere un esercito di agenti segreti scorrazzanti per i fronti a mare di Napoli, Genova, Taranto e La Spezia”. Con buona pace di tutti gli idioti che ancor oggi cianciano di vittorie nemiche ottenute grazie a “Ultra”, “Enigma”, intercettazioni, decrittazioni, radar, ecc..

Ma se la componente militare fu quella più dannosa  e determinante nella riuscita del complotto, a fianco di essa ne operarono parallelamente – per poi convergere tutte il 25 luglio 1943 – altre:

–  quella “reale”, con in primis il nano coronato “Re d’Italia e d’Albania e Imperatore d’Etiopia”, la sua velenosa nuora belga Maria José da sempre nemica dell’Italia e il suo braccio destro Acquarone, ministro della “Real casa”, in una lettera al quale il “sovrano” scrisse: “Fin dal gennaio 1943 io concretai definitivamente la decisione di porre fine al Fascismo e revocare il Capo del Governo. L’attuazione di questo provvedimento, resa più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto, mantenuto anche con le poche persone che vennero a parlarmi del malcontento del paese. Lei, caro duca, è stato al corrente delle mie decisioni e delle mie personali direttive; e lei sa che soltanto quelle del gennaio 1943 portarono al 25 luglio successivo”;

– quella politica, rappresentata soprattutto da Ciano, Grandi e Federzoni: boriosi imbecilli che entrarono in un gioco molto più grande di loro pensando stupidamente di potersi mantenere al potere dopo aver liquidato Mussolini; l’”ordine del giorno Grandi” del 24 Luglio diede comunque il falso ma utile spunto al colpo di Stato: falso perché il Gran Consiglio del Fascismo era un semplice organo consultivo e non aveva quindi il potere costituzionale di destituire il Capo del governo; utile perché servì a far credere al popolino ignorante che a determinare la caduta di Mussolini fossero state le gerarchie del Regime;

– quella cattolica: per tutta la durata della guerra il Vaticano, con i gesuiti in testa, operò per favorire i contatti tra i congiurati e i nemici dell’Italia, fornendo ad essi anche utili informazioni di carattere politico e militare;

– quella produttiva: gran parte degli industriali sabotarono la produzione bellica; basti accennare al fatto che in tutto l’arco del conflitto in Italia furono costruiti 10.000 aerei, in gran parte di tipo antiquato e pochissimi quelli di tipo nuovo, che erano qualitativamente alla stregua – e in qualche caso superiori – ai pari categoria sia dei nemici che degli alleati; nello stesso periodo di tempo in Germania furono prodotti 100.000 aerei, in Inghilterra 120.000, negli Stati Uniti oltre 200.000.

Tuttavia il tradimento rese assai poco ai traditori: solo alcuni dei militari, e solo per breve tempo, si ritrovarono al vertice di forze armate che non esistevano più; la “casa reale” fu liquidata; Ciano finì al muro; Grandi e Federzoni dovettero fuggire e mettersi a lavorare per poter mangiare.

Chi invece ne colse il frutto furono le vecchie cariatidi “democratiche” del periodo prefascista (un adagio popolare avverte  infatti che la merda galleggia sempre) riportate in auge dal nemico vincitore. Ma il frutto del tradimento è un frutto avvelenato: si è infatti materializzato in questa repubblica, completamente asservita allo straniero e alla finanza internazionale e in cui regnano sovrane corruzione e ingiustizia sociale.

A conferma e riprova di quanto sopra esposto riporto infine alcuni passi significativi di tre lettere trovate in possesso dell’agente segreto inglese colonnello Peter Arden del Servizio spionaggio militare del Secret Service di Londra, arrestato in Apuania il 14 ottobre 1944 da militari repubblicani mentre tentava di attraversare la linea del fronte per raggiungere il territorio italiano invaso.

La prima, datata Londra 28 luglio 1943, così recita: “Al Dilettissimo e Potentissimo Fratello Venerabile Gran Maestro del Grande Oriente Italiano di Rito Scozzese ed Accettato e della Grande Loggia di Rito Simbolico affinché ne renda edotti tutti i Potentissimi Fratelli di tutti gli Orienti, riuniti nel Supremo Grande Oriente Universale. Vi esprimiamo – per mezzo del Venerabile Gran Maestro della Gran Loggia di Francia – il loro più vivo compiacimento per il gravissimo colpo inferto al satanico capo del fascismo ed al suo partito, elogiandovi altresì per l’intensa azione svolta, ed in particolar modo per il prossimo armistizio, alla cui conclusione tanto teneva questo Supremo Grande Oriente del Grande Oriente Universale. Considerato lo stato attuale della situazione internazionale ed in modo particolare quella italiana, considerata la posizione personale di Mussolini la cui cessione nelle mani degli Alleati sarà per nostra volontà contemplata nelle clausole di armistizio, il Supremo Gran Consiglio del Grande Oriente Universale Vi precisa, Potentissimo Gran Maestro, i compiti che dovete assolvere sino a quando non Vi verranno impartite successive direttive. Pertanto i compiti alla cui realizzazione – Dilettissimo Gran Maestro – dovrete immediatamente dedicarvi, mediante la collaborazione di tutti quei Potentissimi e Potenti Fratelli dell’oriente Italiano che Voi accuratamente designerete, sono i seguenti: 1) creare caos morale e materiale in tutto il popolo italiano, le cui imperialistiche aspirazioni africane, da noi non dimenticate, saranno soffocate dalla supremazia della nostra Famiglia Universale; 2) prendere sempre più stretto contatto con il servizio di spionaggio militare del Secret Service di Londra, affinché mediante opportune informazioni sullo scacchiere tattico strategico dell’Italia, si possa addivenire – nel più breve tempo possibile – al massimo annullamento delle forze italo – tedesche. Riteniamo superfluo rammentarvi, Venerabile Gran Maestro, che la Vostra azione e quella dei Potentissimi e Potenti Fratelli del Vostro Oriente, dovrà essere improntata alla massima decisione ed energia nei confronti di una collettività privata ormai dell’unico uomo che potesse garantire i suoi reali interessi e su cui invece – tra breve – ricadrà l’inesorabile castigo decretato dal supremo Gran Consiglio della Massoneria Universale. Nell’eventualità che lo svolgersi degli avvenimenti non fosse conforme ai nostri attuali intendimenti e che le truppe tedesche prendessero in Italia precauzionali misure di carattere militare, Vi sarà tempestivamente trasmesso – Gran Maestro del Grande Oriente Italiano – un preciso piano d’azione affinché l’azione dei Dilettissimi Fratelli del Vostro Oriente si estenda anche in quei territori eventualmente garantiti dall’occupazione germanica ed in cui si insediasse – nonostante la perdita del Despota – un qualche governo fascista. Nell’autorizzarVi ad ogni iniziativa che si dovesse rendere necessaria per la realizzazione dei compiti precisativi, Vi rivolgiamo ancora – Venerabile Gran Maestro – il nostro fraterno e vivo compiacimento per quanto finora fatto da tutti i Fratelli del Grande Oriente Italiano e l’incoraggiamento per il proseguimento della Vostra azione il cui successo rappresenterà la fine del nostro più mortale nemico”.

La seconda è la lettera credenziale del colonnello Arden presso il generale Carboni, capo del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), mittente James Mulrade, capo del Secret Service: “Egregio generale Carboni, in riferimento agli accordi verbali presi precedentemente a Napoli con Voi e con il Generale Ambrosio, Vi invio il Colonnello Peter Arden, funzionario di elette capacità e di assoluta stima. Egli si adopera in maniera che i nostri contatti siano continui e – con la Vostra fattiva e preziosa collaborazione – spero proficui. Di ogni Vostra eventuale necessità potrete farmene diretta richiesta tramite lo stesso Colonnello Arden. Cordiali saluti – f.to J. Mulrade“.

La terza è l’ultima lettera di Badoglio da cui chiaramente emerge la sua appartenenza alla massoneria. Essa fu scritta molto in fretta e sconsideratamente  abbando-nata nel carteggio personale del traditore. Si incaricò il colonnello Arden di recuperarla unitamente ad altri documenti. In essa é scritto: “Roma 8 settembre 1943 – Il precipitare della situazione – provocato dalla improvvisa comunicazione ufficiale dell’avvenuto armistizio – impedisce la riunione da noi progettata. In ogni modo, nel caso che i tedeschi estendano in Italia la loro occupazione militare, resta fissata la realizzazione delle ultime direttive impartiteci dal Grande Oriente di Londra. Provvederò io stesso a stabilire i contatti con tutti i Fratelli che verranno smistati nei rispettivi posti. f.to Badoglio“.

Più che sufficiente a chiarire tutti i misteri e a smentire tutte le falsità che ancora oggi ci sventolano davanti agli occhi.

Giuliano Scarpellini

POST SCRIPTUM (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Luglio 2021

Abbiamo appena dedicato due numeri del mensile per descrivere cosa si nasconde dietro alla cosiddetta unica democrazia del medio oriente; gli articoli, pur ottimi e molto chiari, erano un po’ datati, ma è proprio dei nostri giorni una nuova e lodevole iniziativa di Amnesty International… Cosa è Amnesty International?

Scopriamolo dal loro sito ufficiale:

Amnesty International è un movimento internazionale di persone che si mobilitano in difesa dei diritti umani. Amnesty ha la visione di un mondo nel quale tutti gli essere umani siano universalmente rispettati.

Il lavoro di Amnesty si basa su ricerche dettagliate e precise, sulle convenzioni internazionali e le disposizioni relative ai diritti umani. Amnesty è una organizzazione indipendente dai governi, dai partiti politici, dagli interessi economici, dalle ideologie e dalle religioni. I soci e i simpatizzanti sono l’elemento centrale di Amnesty. Uomini e donne che dedicano il proprio tempo, le proprie energie e il proprio sostegno finanziario come gesto di solidarietà nei confronti delle persone vittime di violazioni dei diritti umani. Oltre 7 milioni di persone sostengono Amnesty partecipando a campagne e azioni, con il proprio contributo finanziario e/o in qualità di soci. L’organizzazione ha uffici in 80 paesi  nel mondo. Amnesty riceve fondi solo dai privati e non accetta finanziamenti dagli Stati per garantire così la sua totale indipendenza.

DIFENDERE I DIRITTI UMANI NELLA LORO GLOBALITÀ

I diritti umani sono universali e indivisibili. Nel 2001 questo principio è diventato la missione di Amnesty International. Con questa decisione è iniziata la mutazione da “organizzazione per la difesa dei detenuti” a quella dei diritti umani, con un mandato che si è ampliato di conseguenza. L’attività di Amnesty International ricopre oggi la totalità dei diritti umani. Ma Amnesty non può impegnarsi con tanta energia in favore di tutti i diritti contemporaneamente ed è per questo che l’organizzazione ridefinisce regolarmente le proprie priorità.

https://www.amnesty.ch/it/chi-siamo/movimento-mondiale/cos2019e-amnesty-international

Nulla di nuovo, anzi… Chiunque voglia sapere la verità, conosce benissimo queste infamie oggi evidenziate da Amnesty International, che ci ricorda come questa situazione criminale duri da ben 74 anni:

Quest’anno ricorrono i 74 anni dall’espulsione di massa e dallo spostamento di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case, villaggi e città durante il conflitto che ha creato Israele nel 1948. Da allora, la Nakba (catastrofe) – come viene chiamata in arabo dai palestinesi – è stata incisa nella coscienza collettiva palestinese come una storia di spossessamento senza fine.

A 74 anni dalla loro espulsione, la sofferenza e lo sfollamento dei profughi palestinesi sono una realtà quotidiana. I palestinesi che sono fuggiti o sono stati espulsi dalle loro case in quello che oggi è Israele, insieme ai loro discendenti, hanno il diritto al ritorno così come stabilito dal diritto internazionale. Tuttavia, non hanno praticamente alcuna prospettiva di poter tornare alle loro case – molte delle quali distrutte da Israele – o ai villaggi e alle città da cui provengono. Israele non ha mai riconosciuto questo loro diritto.

Negare una casa ai palestinesi è al centro del regime di apartheid imposto da Israele ai palestinesi. L’espropriazione delle proprietà dei palestinesi non si è fermata e la nakba è diventata l’emblema dell’oppressione che i palestinesi devono affrontare ogni giorno, da decenni.

Oggi, oltre 5,6 milioni di palestinesi rimangono rifugiati e non hanno diritto al ritorno. Almeno altri 150.000 corrono il rischio reale di perdere la casa a causa della brutale pratica israeliana di demolizioni di case o sgomberi forzati (…).

Certamente queste letture non impediranno ai traditori venduti nostrani di continuare a parteggiare per lo Stato pirata d’Israele, così come non impediranno alle merde come Salvini, Meloni e destronzi assortiti di sventolare le squallide e vergognose bandiere biancoazzurre in ogni sede istituzionale, Parlamento compreso.

La lobby ebraica è troppo potente e munifica di onori e prebende per i vari servi del mondo, indipendentemente dal fatto che costoro siano ebrei, amici degli ebrei, o furboni che hanno capito da che parte soffia il vento.

Ma noi non ci stancheremo di denunciare i crimini di questi mascalzoni potenti e piagnucolosi…

Fra l’altro, il giudeame di solito affibbia l’etichetta di “nazista” o neonazista a chiunque osi evidenziare la loro bestialità nella Palestina occupata; vedremo se riusciranno a fare passare per “nazisti” anche quelli di Amnesty International!

Una cosa è però certa: la stragrande maggioranza della cosiddetta “informazione”, che è notoriamente nelle mani giudaiche, si è ben guardata dal parlare di questa denuncia della organizzazione umanitaria, tanto che io stesso ne sono venuto a conoscenza navigando casualmente su internet… I giudei non si smentiscono mai!

Carlo Gariglio

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L’Apartheid israeliano contro i palestinesi

Le autorità israeliane devono essere chiamate a rendere conto del crimine di apartheid contro i palestinesi. È quanto ha dichiarato oggi Amnesty International in un rapporto di 278 pagine nel quale descrive dettagliatamente il sistema di oppressione e dominazione di Israele nei confronti della popolazione palestinese, ovunque eserciti controllo sui loro diritti: i palestinesi residenti in Israele, quelli dei Territori palestinesi occupati e i rifugiati che vivono in altri stati.

Nel rapporto si legge che le massicce requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego di nazionalità e cittadinanza ai danni dei palestinesi fanno parte di un sistema che, secondo il diritto internazionale, costituisce apartheid. Questo sistema si basa su violazioni dei diritti umani che, secondo Amnesty International, qualificano l’apartheid come crimine contro l’umanità così come definito dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e dalla Convenzione sull’apartheid.

Amnesty International chiede al Tribunale penale internazionale di includere il crimine di apartheid nella sua indagine riguardante i Territori palestinesi occupati e a tutti gli stati di esercitare la giurisdizione universale per portare di fronte alla giustizia i responsabili del crimine di apartheid.

“Il nostro rapporto rivela la reale dimensione del regime di apartheid di Israele. Che vivano a Gaza, a Gerusalemme Est, a Hebron o in Israele, i palestinesi sono trattati come un gruppo razziale inferiore e sono sistematicamente privati dei loro diritti. Abbiamo riscontrato che le crudeli politiche delle autorità israeliane di segregazione, spossessamento ed esclusione in tutti i territori sotto il loro controllo costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“Non è possibile giustificare in alcun modo un sistema edificato sull’oppressione razzista, istituzionalizzata e prolungata, di milioni di persone. L’apartheid non ha posto nel nostro mondo e gli stati che scelgono di essere indulgenti verso Israele si troveranno a loro volta dal lato sbagliato della storia. I governi che continuano a fornire armi a Israele e lo proteggono dai meccanismi di accertamento delle responsabilità delle Nazioni Unite stanno sostenendo un sistema di apartheid, compromettendo l’ordine giuridico internazionale ed esacerbando la sofferenza della popolazione palestinese. La comunità internazionale deve affrontare la realtà dell’apartheid israeliano e dare seguito alle molte opportunità di cercare giustizia che rimangono vergognosamente inesplo-rate”, ha aggiunto Callamard.

Le conclusioni di Amnesty International sono rafforzate da un crescente lavoro di organizzazioni non governati-ve palestinesi, israeliane e internazionali che sempre più spesso applicano la definizione di apartheid alla situazione in Israele e/o nei Territori palestinesi occupati.

L’IDENTIFICAZIONE DELL’APARTHEID

Un sistema di apartheid è un regime istituzionalizzato di oppressione e di dominazio-ne di un gruppo razziale su un altro. È una grave violazione dei diritti umani vietata dal diritto pubblico internazionale. Le ampie ricerche e l’analisi giuridica condotte da Amnesty International insieme a esperti esterni all’organizza-zione dimostrano che Israele attua un sistema di questo tipo nei confronti dei palestinesi attraverso leggi, politiche e prassi che assicurano trattamenti discriminatori crudeli e prolungati. Nel diritto penale internazionale, specifici atti illegali commessi nel contesto di un sistema di oppressione e di dominazione con lo scopo di mantenerlo costituiscono il crimine contro l’umanità di apartheid. Questi atti sono descritti nella Convenzione sull’apartheid e nello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e comprendono le uccisioni illegali, la tortura, i trasferimenti forzati e il diniego dei diritti e delle libertà basilari. Amnesty International ha documentato atti vietati dalla Convenzione sull’apartheid e dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale in tutte le aree sotto il controllo israeliano, sebbene si verifichino con maggiore frequenza nei Territori palestinesi occupati piuttosto che in Israele. Le autorità israeliane hanno introdotto tutta una serie di misure per negare deliberatamente i diritti e le libertà basilari ai palestinesi, anche attraverso drastiche limitazioni al movimento nei Territori palestinesi occupati, i cronici e discriminatori minori investimenti a favore delle comunità palestinesi residenti in Israele e il diniego del diritto al ritorno dei rifugiati. Il rapporto diffuso oggi documenta inoltre i trasferimenti forzati, la detenzione amministrativa, la tortura e le uccisioni illegali sia in Israele che nei Territori palestinesi occupati. Amnesty International ha rilevato che questi atti formano parte di attacchi sistematici e diffusi contro la popolazione palestinese, commessi allo scopo di mantenere il sistema di oppressione e di dominazione. Pertanto, costituiscono il crimine contro l’umanità di apartheid. L’uccisione illegale di manifestanti palestinesi è forse il più chiaro esempio di come le autorità israeliane ricorrano ad atti vietati per mantenere il loro status quo. Nel 2018 i palestinesi di Gaza avviarono proteste settimanali lungo il confine con Israele per affermare il diritto al ritorno dei rifugiati e chiedere la fine del blocco. Ancora prima che le proteste avessero inizio, alti funzionari israeliani avvisarono che contro i palestinesi che si fossero avvicinati al confine sarebbe stato aperto il fuoco. Alla fine del 2019, le forze israeliane avevano ucciso 214 civili palestinesi, tra cui 46 minorenni. Alla luce delle sistematiche uccisioni illegali di palestinesi documentate nel suo rapporto, Amnesty International chiede al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di imporre un embargo totale sulle armi verso Israele. Questo embargo, a causa delle migliaia di uccisioni illegali di palestinesi compiute dalle forze israeliane, dovrebbe comprendere tutte le armi e le munizioni, così come le forniture di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza dovrebbe imporre anche sanzioni mirate, come il congelamento dei beni dei funzionari israeliani implicati nel crimine di apartheid.

PALESTINESI TRATTATI COME UNA MINACCIA DEMOGRAFICA

Dalla sua costituzione nel 1948, Israele ha portato avanti politiche per istituire e mantenere una maggioranza demografica ebrea e per massimizzare il controllo sulle terre e sulle risorse a vantaggio degli ebrei israeliani. Nel 1967 Israele ha esteso tali politiche alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza. Oggi tutti i territori controllati da Israele continuano a venire amministrati allo scopo di beneficiare gli ebrei israeliani a scapito dei palestinesi, mentre i rifugiati palestinesi continuano a essere esclusi. Amnesty International riconosce che gli ebrei, come i palestinesi, rivendicano il diritto alla autodeterminazione e non contesta il desiderio di Israele di essere una patria per gli ebrei. Analogamente, non considera che la definizione che Israele dà di sé stesso come di “uno stato ebreo” indichi di per sé l’intenzione di opprimere e dominare. Via via, però, i governi israeliani hanno considerato i palestinesi una minaccia demografica e hanno imposto misure per controllare e farne decrescere la presenza e l’accesso alle terre in Israele e nei Territori palestinesi occupati. Questi intenti demografici sono ben illustrati dai progetti ufficiali di “ebraizzare” aree di Israele e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, che continuano a esporre migliaia di palestinesi al rischio di un trasferimento forzato.

OPPRESSIONE SENZA FRONTIERE

Le guerre del 1947- 49 e del 1967, il controllo militare di Israele sui Territori palestinesi occupati e la creazione di regimi giudiziari e amministrativi distinti hanno separato le comunità palestinesi e le hanno segregate dagli ebrei israeliani. I palestinesi sono frammentati geograficamente e politicamente e subiscono vari livelli di discriminazione a seconda del loro status e di dove vivano. I palestinesi israeliani godono di maggiori diritti e libertà rispetto a quelli dei Territori palestinesi occupati, mentre l’esperienza dei palestinesi di Gaza è molto differente da quella di coloro che vivono in Cisgiordania. Nondimeno, le ricerche di Amnesty International hanno concluso che tutti i palestinesi sono sottoposti al medesimo sistema sovrastante. Il trattamento dei palestinesi da parte di Israele persegue lo stesso obiettivo: privilegiare gli ebrei israeliani nella distribuzione delle terre e delle risorse e ridurre al minimo la presenza dei palestinesi e il loro accesso alla terra. Amnesty International può dimostrare che le autorità israeliane trattano i palestinesi come un gruppo razziale inferiore, definito dal loro status non-ebreo e arabo. Questa discriminazione razziale affonda le radici in leggi che colpiscono i palestinesi sia in Israele che nei Territori palestinesi occupati. Ad esempio, ai palestinesi residenti in Israele viene negata la nazionalità e ciò costituisce una differenziazione giuridica rispetto agli ebrei israeliani. In Cisgiordania e a Gaza, dove Israele controlla il registro anagrafico sin dal 1967, i palestinesi non hanno alcuna cittadinanza, molti sono considerati apolidi e devono chiedere carte d’identità all’esercito israeliano per vivere e lavorare nei territori. I rifugiati palestinesi e i loro discendenti, sfollati nelle guerre del 1947-49 e del 1967, continuano a vedersi negato il diritto al ritorno nel loro precedente luogo di residenza. L’esclusione dei rifugiati da parte di Israele è una evidente violazione del diritto internazionale che lascia milioni di persone in un limbo perpetuo di sfollamento forzato. I palestinesi dell’annessa Gerusalemme Est hanno un permesso permanente di residenza anziché la cittadinanza e, peraltro, questo status è permanente solo sulla carta. Dal 1967, il ministero dell’Interno ha revocato a sua discrezione la residenza a oltre 14.000 palestinesi, che sono stati trasferiti a forza fuori dalla città.

CITTADINI DI LIVELLO INFERIORE

I cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono circa il 21 per cento della popolazione, subiscono svariate forme di discriminazione istituzionale. Nel 2018 tale discriminazione è stata cristallizzata in una legge costituzionale che, per la prima volta, descrive Israele come “stato-nazione del popolo ebreo”, promuove la costruzione degli insediamenti ebraici e degrada l’arabo da lingua ufficiale a lingua con uno status speciale. Il rapporto di Amnesty International documenta come i palestinesi non possano effettivamente stipulare contratti di locazione sull’80 per cento dei terreni di stato israeliani a seguito di requisizioni razziste di terreni e di una serie di leggi discriminatorie sull’assegnazione delle terre, di piani edilizi e di regolamenti urbanistici locali. La situazione della regione del Negev/Naqab, nel sud di Israele, è un efficace esempio di come le politiche e i piani edilizi israeliani escludano intenzionalmente i palestinesi. Dal 1948 le autorità israeliane hanno adottato svariate politiche per “ebraizzare” la regione, ad esempio designando ampie zone come riserve naturali o poligoni di tiro e stabilendo obiettivi di crescita della popolazione ebraica. Ciò ha avuto conseguenze devastanti per le decine di migliaia di beduini palestinesi che vivono nella regione.

Attualmente 35 villaggi beduini in cui risiedono circa 68.000 persone, sono “non riconosciuti” da Israele: ciò significa che non hanno forniture di corrente elettrica e di acqua e sono soggetti a ripetute demolizioni. Poiché questi villaggi non hanno uno status ufficiale, i loro abitanti subiscono limitazioni nella partecipazione politica e sono esclusi dal sistema sanitario e da quello educativo. Di conseguenza, in molti sono stati costretti a lasciare le loro case: ciò costituisce trasferimento forzato. Decenni di deliberato trattamento iniquo dei palestinesi residenti in Israele ha determinato per loro un profondo svantaggio economico rispetto agli ebrei israeliani. Questa condizione è acuita dall’assegnazione evidentemente discriminatoria delle risorse di stato, un esempio della quale è il recente piano governativo di ripresa dalla pandemia da Covid-19: solo l’1,7 per cento delle risorse è stato assegnato alle autorità locali palestinesi.

LO SPOSSESSAMENTO

Lo spossessamento e lo sfollamento dei palestinesi dalle loro abitazioni è un pilastro determinante del sistema israeliano di apartheid. Dalla sua istituzione, lo stato israeliano ha eseguito massicce e crudeli requisizioni di terre palestinesi e continua ad applicare una miriade di leggi e politiche che forzano la popolazione palestinese a risiedere in piccole enclavi. Dal 1948 Israele ha demolito centinaia di migliaia di case e di altre strutture palestinesi in tutte le aree sotto la sua giurisdizione e sotto il suo effettivo controllo. Come nella regione del Negev/Naqab, i palestinesi di Gerusalemme Est e dell’area C dei Territori palestinesi occupati vivono sotto totale controllo israeliano. Le autorità negano ai palestinesi il permesso di costruire in queste zone, non lasciando loro altra alternativa che edificare strutture illegali che vengono via via demolite. Nei Territori palestinesi occupati, la continua espansione degli insediamenti israeliani – una politica attuata dal 1967 – rende ancora più grave la situazione. Oggi gli insediamenti coprono il 10 per cento delle terre della Cisgiordania. Tra il 1967 e il 2017 circa il 38 per cento delle terre palestinesi di Gerusalemme Est è stato espropriato. I quartieri palestinesi di Gerusalemme Est sono spesso presi di mira da organizzazioni di coloni che, col pieno appoggio del governo israeliano, agiscono per sfollare le famiglie palestinesi e annettere le loro case. Uno di questi quartieri, Sheikh Jarrah, è al centro di frequenti proteste dal maggio 2021: le famiglie che vi risiedono cercano di difendere le loro case dalle minacce degli esposti di sgombero presentati dai coloni.

DRASTICHE LIMITAZIONI DI MOVIMENTO

Dalla metà degli anni Novanta le autorità israeliane hanno imposto sempre più stringenti limitazioni al movimento dei palestinesi nei Territori palestinesi occupati. Un reticolato di checkpoint militari, posti di blocco, barriere e altre strutture controlla il loro movimento e limita i loro spostamenti in Israele o all’estero. Una barriera di 700 chilometri, che Israele sta ancora ampliando, ha isolato all’interno di “zone militari” le comunità palestinesi che, per entrare e uscire dalle loro abitazioni devono ottenere più permessi speciali. A Gaza oltre due milioni di palestinesi vivono in una crisi umanitaria creata dal blocco israeliano. È quasi impossibile per i gazani viaggiare all’estero o nel resto dei Territori palestinesi occupati: di fatto, sono segregati dal resto del mondo. “Per i palestinesi, la difficoltà di viaggiare all’interno e all’esterno dei Territori palestinesi occupati è un costante ricordo del fatto che sono privi di potere. Ogni loro singolo movimento è soggetto all’approvazione dell’esercito israeliano e la più semplice attività quotidiana è condizionata da una rete di controlli violenti”, ha commentato Callamard. “Il sistema dei permessi nei Territori occupati palestinesi è l’emblema della patente discriminazione di Israele contro i palestinesi. Mentre loro sono circondati da un blocco, fermi per ore ai checkpoint o in attesa che sia rilasciato l’ennesimo permesso per circolare, i cittadini e i coloni israeliani possono muoversi come desiderano”, ha sottolineato Callamard. Amnesty International ha esaminato ciascuna delle giustificazioni di sicurezza addotte da Israele come base per il trattamento dei palestinesi. Sebbene alcune delle politiche israeliane possano essere state elaborate per conseguire obiettivi di sicurezza legittimi, esse sono state attuate in un modo enormemente sproporzionato e discriminatorio e non in regola col diritto internazionale. Altre politiche non mostrano alcuna ragionevole base in termini di sicurezza e derivano chiaramente dall’intenzione di opprimere e dominare.

I PROSSIMI PASSI

Il rapporto di Amnesty International contiene numerose raccomandazioni specifiche affinché Israele possa smantellare il sistema di apartheid e la discriminazione, la segregazione e l’oppressione che lo sostengono.

L’organizzazione per i diritti umani chiede in primo luogo la fine delle pratiche brutali delle demolizioni delle abitazioni e degli sgombri forzati.

Inoltre, Israele deve riconoscere uguali diritti a tutti i palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati, come prevedono i principi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario; deve riconoscere il diritto dei rifugiati e dei loro discendenti al ritorno nelle abitazioni dove loro o i loro familiari vivevano; deve fornire piena riparazione alle vittime delle violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità. La dimensione e la gravità delle violazioni documentate nel rapporto di Amnesty International richiedono un drastico cambiamento dell’approccio della comunità internazionale alla crisi dei diritti umani in atto in Israele e nei Territori palestinesi occupati. Tutti gli stati possono esercitare la giurisdizione universale nei confronti di persone ragionevolmente sospettate di aver commesso il crimine di apartheid. Gli stati parte dello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale hanno l’obbligo di farlo. “La risposta internazionale all’apartheid non deve più limitarsi a blande condanne e a formule ambigue. Se noi non ne affronteremo le cause di fondo, palestinesi e israeliani rimarranno intrappolati nel ciclo di violenza che ha distrutto così tante vite. Israele deve smantellare il sistema dell’apartheid e iniziare a trattare i palestinesi come esseri umani con uguali diritti e dignità. Se non lo farà, la pace e la sicurezza resteranno una prospettiva lontana per gli israeliani come per i palestinesi”, ha concluso Callamard.

http://www.vita.it/it/article/2022/02/01/lapartheid-israeliano-contro-i-palestinesi/161732/