L’UNICA DEMOCRAZIA DEL MEDIO ORIENTE – Parte I (Pubblicato sul mensile “Il Lavoro Fascista” – Maggio 2021)

Ho voluto utilizzare come titolo quello che è ormai divenuto un Mantra recitato da giudei e reggicoda vari, che amano blaterare circa la vera “democrazia” che avrebbero costruito nello Stato pirata denominato Israele.

Ovviamente, questa bufala della “democrazia” è vera solo per i complici di questi assassini, e per capirlo e saperlo non si deve essere esperti analisti di questioni mediorientali, ma solo e semplicemente persone in grado di leggere.

Onde evitare proprio il fastidio di leggere ai vari complici del giudaismo, mi sono ripromesso di farlo per loro.

Ma prima di addentrarci nella questione delle democrazia che i giudei avrebbero portato nel loro Stato, vi invito ad una riflessione; date uno sguardo alla cartina che pubblichiamo.

Quand’anche il giudeame avesse costituito questo Stato modello inesistente, ma di cui tutti parlano, lo avrebbero sempre e comunque costituito in casa altrui, su una terra chiamata Palestina, che era abitata dai palestinesi e dove esistevano già città, paesi, abitazioni e popolazione locale.

Certo, la situazione non è molto diversa dagli Stati oggi esistenti costituiti sui cadaveri degli autoctoni, tipo USA, Australia e molti altri… Ma almeno in certe zone esisteva la scusante del colonialismo subito da popolazioni arretrate, che non costituivano Stati sovrani e che necessitavano di un certo sviluppo, mentre il crimine giudaico è stato compiuto in tempi moderni, ai danni di persone che vivevano in modo civile, rispettando le stesse regole che ancora oggi i più civili rispettano.

Gli ebrei, dapprima affluiti in Palestina per fondare piccole comunità autonome vicine a quella che considerano la loro terra “promessa”, ben presto mostrarono le loro intenzioni terroristiche terrorizzando, trucidando e costringendo all’esilio la popolazione locale, al fine di rubare la loro terra e costituirvi uno Stato esclusivo, razzista e tutt’altro che democratico.

E non paghi di questo, tentano ancora oggi di riscrivere la Storia negando i loro crimini e sostenendo che la popolazione palestinese sarebbe emigrata dalla Palestina volonta-riamente!

Ora, prima di addentrarci in un articolo molto interessante che descrive con dovizia di particolari i crimini ebraici relativi alla pulizia etnica, ecco un breve sunto di quanto avvenuto negli anni 1947, 48 e 49.

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Storia Palestina: Spartizione della Palestina, la creazione dello stato di Israele – Novembre 1947 – maggio 1948

Gli anni 1947,  1948 e 1949 furono cruciali nella storia della regione.

Dal 1945, ovvero dalla fine della II. guerra mondiale, gli USA con la Gran Bretagna chiedono un’inchiesta sulla situazione degli ebrei scampati all’olocausto. Gli USA  esigono che l’inchiesta venga centrata sulla Palestina. Nel 1946 la commissione USA/GB raccomanda l’abolizione del Land Transfer Regulations e l’ammissione immediata di 100’000 profughi ebrei. La soluzione federalista proposta dalla commissione è respinta da palestinesi e  sionisti. La Gran Bretagna si oppose alla pressante richiesta USA di lasciar immigrare 100’000 ebrei, tuttavia l’immigrazione clandestina di ebrei batte il suo pieno.
Gli attacchi dei sionisti a palestinesi e inglesi sono ormai quotidiani e l’attentato sionista  al centro amministrativo inglese
sistemato nell’Hotel King David del 22 luglio 1946 e che fece 91 morti è uno degli episodi più cruenti. Conseguentemente l’Inghilterra annunciò all’ONU di voler rinunciare al mandato di amministrare la Palestina.
Il 28 aprile 1947 l’ONU creò una commissione d’inchiesta. Durante il suo soggiorno la commissione dell’ONU assiste “per caso” alla ricacciata della nave Exodus carica di immigranti ebrei, viaggio organizzato dall’Haganah probabilmente anche allo scopo di influenzare la commissione stessa. La commissione fu anche impressionata e influenzata dai successi agricoli opportunamente esibiti dai sionisti, per esempio nel Negev. In seguito Weitzmann incontrò pure il presidente degli Stati Uniti e lo convinse ad
appoggiare il piano di spartizione elaborato dalla commissione dell’ONU. In base al rapporto della sua commissione, con trentatré “si”, compresi quelli degli Stati Uniti e dell’URSS, contro tredici “no”, e con dieci astensioni, il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale dell’ONU approvò il piano di spartizione che prevedeva la creazione di due Stati, legati da un’unione economica e con Gerusalemme come capitale comune, e ne indicò i confini. 
Lo Stato ebraico, esteso sul 56,47 % della superficie totale, avrebbe dovuto includere 498.000 ebrei e 407.000 arabi; lo Stato palestinese, esteso sul 42,88% della superficie, 725.000 arabi e 10.000 ebrei; l’area di Gerusalemme, dichiarata zona internazionale, avrebbe avuto 105.000 abitanti
arabi e 100.000 ebrei.

La spartizione sarebbe entrata in vigore il 14 maggio 1948 con la partenza delle truppe inglesi.
Per i palestinesi questa decisione e le sue conseguenze sono “Il disastro” (la nabka).

Il movimento sionista accolse il voto dell’Assemblea ONU come un  primo, decisivo successo, da consolidare e ampliare sul terreno : accettò con entusiasmo e applicò il principio di uno Stato ebraico, ma osteggiò l’altra metà della raccomandazione che concerneva la creazione di uno Stato palestinese. Per  mettere l’ONU davanti al fatto compiuto, i dirigenti sionisti decisero di occupare prima dell’entrata in vigore della risoluzione dell’ONU la più grande estensione possibile di territorio e di allontanarne i non ebrei. Questa intenzione si tradusse nel piano di pulizia etnica Dalet.

Già in novembre 1947 i sionisti mobilitarono una parte dei riservisti della milizia Haganah mentre in dicembre i palestinesi costituirono 275 comitati locali di autodifesa.  I gruppi di terroristi sionisti Irgoun e Stern intensificarono l’attacco ai palestinesi.
Il 19 marzo 1948, in seguito all’ampiezza dei disordini e per evitare un bagno di sangue, il delegato americano chiese al Consiglio di sicurezza dell’ONU di sospendere la spartizione. Anche per non perdere la simpatia degli arabi gli USA mantennero la richiesta e il 1. aprile 1948 l’ONU votò una tregua e il successivo controllo del territorio da parte dell’ONU, ma il 4 aprile 1948 le organizzazioni terroristiche paramilitari sioniste Haganah, Irgoun, Stern, ecc. passarono all’attacco per estromettere il maggior numero possibile di palestinesi dalle aree destinate allo Stato ebraico e per penetrare il più profondamente possibile nelle aree destinate allo Stato palestinese.

 In 13 operazioni (di cui 8 ebbero pieno successo) di pulizia etnica previste dal piano Dalet, 121’000 miliziani sionisti ben armati e organizzati schiacciarono circa 1’600 palestinesi  + 2’800 volontari arabi male armati, disorganizzati e ostacolati dai profughi palestinesi in fuga, occuparono una grande parte del territorio attribuito dall’ONU ai palestinesi e, al grido “Partire o morire”, ne scacciarono quasi tutti i palestinesi (circa 400’000). 
In questa grande operazione di pulizia etnica i sionisti uccisero circa 20’000 palestinesi (la distruzione del villaggio palestinese di Deir Yasin con i suoi 250 morti e la distruzione del villaggio di Tantoura con 200 morti ne sono solo degli episodi molti dei quali vennero alla luce solo recentemente come dimostrato dallo storico israeliano Benny Morris) mentre circa 700’000 palestinesi dovettero rifugiarsi nelle aree rimaste sotto controllo palestinese (in pratica una parte della Cisgiordania e di Gaza) e all’estero (principalmente in Giordania). Da notare che 60’000 palestinesi erano già profughi per cui dovettero abbandonare tutto una seconda volta. Uno degli episodi emerso solo di recente è stato l’utilizzo da parte dei sionisti di agenti batteriologici (tifo, colera) per avvelenare l’acqua potabile dei palestinesi.
Per alcuni storici queste operazioni militari compiute prima del 15 maggio 1948 furono la vera prima guerra arabo-israeliana. Da notare che la pulizia etnica con tutte le distruzioni e i massacri commessi dai sionisti prima e dagli israeliani poi vengono trattati in Israele come dei segreti di stato e sistematicamente negati anche se le notizie dei massacri commessi a poco a poco stanno trapelando. Tuttavia in Israele chi parla viene accusato di tradimento e processato (per esempio lo storico israeliano Pappé). Da alcuni decenni tutte le “operazioni” israeliane vengono giustificate con la necessità di catturare o eliminare dei “terroristi palestinesi” e/o le loro basi. Ovviamente i morti civili sono solo degli “effetti collaterali”. Gli ebrei uccisi nel 1947-1948 dai palestinesi furono circa 600.

https://www.assopace.org/index.php/doc-multimedia/focus/focus-palestina/storia-palestina/174-storia-palestina-spartizione-della-palestina-la-creazione-dello-stato-di-israele-novembre-1947-maggio-1948

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Ancora più interessante e significativo è l’articolo che segue, essendo un resoconto di un’inchiesta del giornale israeliano  “Haretz”, quindi non occultabile e zittibile con le solite accuse di “nazismo”, o di antisemitismo, che i giudei normalmente vomitano addosso a chiunque osi mettere n dubbio la bontà del loro operato.

L’argomento è uno dei più occultati dalla propaganda giudaica e dai mezzi di informazione nelle loro mai (cioè quasi tutti, specie i più diffusi), ovvero i massacri ripetuti fino a diventare vero e proprio genocidio, contro i palestinesi che vivevano nelle loro case e nei loro villaggi.

Dispiace soltanto che questo articolo sia riportato da un giornale che si definisce orgogliosamente comunista, e che alterna i risultati delle ricerche di Haaretz ai deliri dei redattori, i quali ogni tre righe si affannano ad accusare gli autori delle stragi più efferate di essere di “destra”!

Si sa, loro, i compagnucci, per quanto si sforzino di dire la verità su certi argomenti, preferiscono dimenticare le decine di milioni morti causati dai loro compagni comunisti e sedicenti socialisti nel corso della Storia.

Ma in fin dei conti, meglio i comunisti dei destronzi venduti ad Israele, che sui loro giornali hanno il coraggio di pubblicare articoli simili:

Olocausto, uno studio choc rivela: “Uccisi 15-20 milioni di ebrei”

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/olocausto-studio-choc-rivela-uccisi-15-20-milioni-ebrei-892608.html

Buona lettura!

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I massacri occultati alla base dell’esilio dei palestinesi

Una preziosa inchiesta del giornale israeliano “Haaretz” testimonia come il ministero della difesa israeliano abbia creato una commissione segreta per far scomparire i documenti che testimoniano quella che i palestinesi definiscono la Nakba, la catastrofe, e che lo storico israeliano Pappe, nel corso delle sue ricerche, ha definito la pulizia etnica alla base della creazione dello Stato di Israele

I massacri occultati alla base dell’esilio dei palestinesi

Una preziosa inchiesta del giornale israeliano “Haaretz” testimonia come il ministero della difesa israeliano abbia creato una commissione segreta per far scomparire i documenti che testimoniano quella che i palestinesi definiscono la Nakba, la catastrofe, e che lo storico israeliano Pappe, nel corso delle sue ricerche, ha definito la pulizia etnica alla base della creazione dello Stato di Israele.

I servizi segreti israeliani, che avevano da poco ultimato l’occupazione di buona parte della Palestina, in un dettagliato rapporto del 30 giugno 1948 indicano quali siano state le reali cause dell’esilio dei palestinesi dalla loro terra. Da questo punto di vista, è in primo luogo estremamente interessante il passaggio in cui è scritto “l’evacuazione britannica ci ha dato via libera”, ovvero ha reso possibile quelle operazioni militari che provocheranno la fuga di un numero estremamente elevato di palestinesi.

Nel documento non manca una descrizione, per quanto indiretta, del famigerato Piano Dalet, redatto a inizio del 1948, nella prospettiva del ritiro britannico  dalle Haganah, le milizie sioniste da cui sarebbe sorto l’esercito israeliano. Nel piano è descritta la modalità della pulizia etnica, a partire da esemplari massacri in certi villaggi e dall’assalto ad altri da tre lati, per consentire agli abitanti, come unica via di fuga la strada dell’esilio verso i paesi arabi confinanti. Nelle oltre settanta pagine del piano, è esposta la tattica militare per “assumere il controllo dello Stato ebraico”, attraverso “pressione economica assediando alcune città; […] distruzione dei villaggi (fuoco, dinamite, mine); […] accerchiamento del villaggio e nell’eventualità di una resistenza la forza armata deve essere distrutta e la popolazione espulsa; […] isolamento delle vie d’accesso e blocco dei servizi essenziali (acqua, elettricità, carburante)” [1].

Tornando al documento, estremamente prezioso, dei servizi segreti israeliani, esso stabilisce con precisione anche i numeri della pulizia etnica perpetrata, smentendo la costante propaganda che dal 1948 a oggi, senza esitare dinanzi a una palese operazione di revisionismo storico, continua a negare la nakba sostenendo che la popolazione araba palestinese avrebbe abbandonato le proprie case e le proprie  terre, volontariamente, istigata dai paesi arabi che l’avrebbe spinta a emigrare promettendogli che sarebbe presto tornata con l’esercito arabo che avrebbe riconquistato i territori perduti. Al contrario, nel documento citato sono gli stessi servizi segreti sionisti a certificare innanzitutto che, al contrario della leggenda sionista per cui la Palestina sarebbe stata una terra senza un popolo, essa contava alcune città e centinaia di villaggi ed era dotata di un’economia viva, prima di subire gli assalti dei sionisti. D’altra parte, certifica ancora il documento: “l’economia araba non era stata danneggiata tanto da impedire alla popolazione di sostenersi”. Aggiungendo che “almeno il 55% di tutta la migrazione fu motivata dalle nostre azioni [dell’Haganah]. L’azione dei dissidenti [formazioni paramilitari di destra ndr] come fattore della evacuazione degli arabi da Eretz Yisrael ha avuto un 15% di impatto diretto. In conclusione l’impatto delle azioni militari ebraiche è stato decisivo: il 70% dei residenti ha lasciato le proprie comunità come risultato di queste azioni”. Quindi, la precipitosa fuga di 8 palestinesi su dieci, ovvero oltre un milione di esseri umani, come si deduce dai registri dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa), da oltre duecento villaggi e da ben 4 città spopolate, non ebbe nulla di spontaneo, di volontario.

Anzi il documento elenca meticolosamente i motivi che hanno costretto i palestinesi di ogni città e villaggio ad abbandonare tutto per rifugiarsi all’estero. Così, ad esempio, si può leggere: “Ein Zaytoun, distruzione del villaggio da parte nostra; Qabbaa, nostro attacco contro di loro”. Questo rapporto costituisce, dunque, un’importante verifica della validità delle tesi degli storici, anche israeliani, che hanno più o meno accreditato la tesi di una pulizia etnica dei palestinesi dalla propria terra come Ilan Pappè, costretto perciò a vivere in esilio, e poi Benny Morris, Hillel Cohen e Avi Shlaim.

Ora, la notizia di attualità, che ci ha portato a ripercorrere questi tragici eventi è che il citato rapporto è uno dei preziosi documenti che il ministero della Difesa israeliano ha fatto distruggere, come ha rivelato una giornalista israeliana, Hagar Shezaf, in una importante inchiesta pubblicata il 5 luglio sull’edizione in lingua inglese di Haaretz, uno dei più attendibili quotidiani israeliani.

Restano, d’altra parte, le testimonianze lasciate dagli stessi autori di alcuni dei più drammatici “pogrom” perpetrati dai sionisti per terrorizzate e costringere all’esodo la popolazione Palestinese. A cominciare dal caso esemplare del massacro (ben 110 palestinesi assassinati, la quasi totalità degli abitanti del centro abitato) di Deir Yassin del 9 aprile 1948 portato a termine come “monito” per i palestinesi che non avrebbero abbandonato pacificamente le proprie terre e le proprie case.

Queste azioni terrori-stiche furono realizzate dalle organizzazioni sioniste definite “dissidenti” dal documento dell’intelligence sopra citato, in quanto non inquadrati nella milizia ufficiale Haganah. Per quanto questi gruppi di destra, macchiatisi di veri e propri crimini di guerra, allora erano all’opposizione, in seguito conquisteranno lo stesso governo dello Stato ebraico alla fine degli anni settanta con Menachem Begin, al tempo capo indiscusso della famigerata formazione paramilitare Irgun (fra i responsabili, tra l’altro dell’emblematica operazione di pulizia etnica portata a termine con il massacro degli abitanti di Deir Yassin, comprese donne e bambini). Nonostante il suo ruolo direttivo in un vero e proprio squadrone della morte, Begin continua a mantenere un ruolo di primo piano nella memoria storica ufficiale del suo paese – non a caso, ormai, da anni governato da quella destra sionista di cui è stato uno dei massimi esponenti e dei padri fondatori, tanto che, ad esempio, gli è intitolata l’importante strada che collega i due maggiori centri: Tel Aviv e Gerusalemme e che, paradossalmente, passa proprio dove sorgeva il villaggio, ora, come di consueto cancellato dalla carta geografica per farlo scomparire dalla stessa memoria storica, trasformandolo in Givat Shaul, quartiere di Gerusalemme.

Anche i documenti di archivio di questo massacro, a lungo occultato, dopo essere stati infine  desecretati, sono stati eliminati dal piano messo in atto dal Ministero della difesa e in questa estate finalmente venuto alla luce. Per altro, i crimini di Begin sono stati occultati dalla stessa “comunità interna-zionale”, ovvero dallo imperialismo occidentale, al punto che gli è stato conferito nel 1978 il premio nobel per la pace.

A testimoniare l’orrore del massacro restano le testimonianze degli stessi responsabili, a cominciare da Mordechai Gichon, delle Haganah – che nei fatti coprirono il massacro compiuto dai paramilitari – che parla significativamente di un vero e proprio pogrom: “a me è parso un pogrom. Se attacchi una postazione militare e ci sono cento uccisi, non è un pogrom. Ma se vai in una comunità civile, quello è un pogrom. Se si uccidono civili, è un massacro”. Del resto della gravità dell’accaduto si accorsero subito i sionisti che, per cancellarne le tracce, inviarono un futuro ministro, Yair Tsaban, che a proposito di questa sua esperienza ha ricordato: “la Croce Rossa poteva arrivare in ogni momento, era necessario nascondere le tracce”.

D’altra parte all’opera avevano già in parte provveduto, immedia-tamente, le stesse milizie sioniste.

[Continua sul prossimo numero]